NewTuscia – VITERBO – Sabato 26 ottobre con inizio alle 17.30 nella sala conferenze “Vincenzo Cardarelli” della Biblioteca consorziale di Viterbo (viale Trento 18/e), lo scrittore Fabio Stassi e il narratore Antonello Ricci – viterbese d’adozione il primo, mezzosangue maremmano il secondo – presenteranno al pubblico la nuova edizione (Minimum Fax 2019) de “I minatori della Maremma”, il leggendario pamphlet ispirato dalla sciagura di Ribolla (Grosseto 1954) in cui morirono 43 minatori, pubblicato da Laterza e firmato da Luciano Bianciardi e Carlo Cassola

TORNANO “I MINATORI DELLA MAREMMA”

L’operazione, voluta dall’editore Minimum Fax, porta la firma di due autori viterbesi:

Fabio Stassi e Antonello Ricci

Tra le 8.35 e le 8.45 del 4 maggio 1954 si verifica uno scoppio di grisou al pozzo Camorra, nella miniera di lignite di Ribolla (Grosseto). In seguito all’esplosione e all’incendio di polvere di carbone, muoiono quarantatré minatori. È una tragedia nazionale. Le salme vengono portate in un’autorimessa per essere ricomposte e identificate, poi allineate nella sala del cinema. Su ogni bara l’elmetto da minatore, e sotto lo schermo un altare di bandiere rosse. Le donne piangono; i vecchi operai ripetono la stessa frase come un salmo responsoriale: “L’avevamo detto tante volte che doveva succedere, ed è successo”. In questa camera ardente improvvisata l’inchiesta che Carlo Cassola e Luciano Bianciardi stavano conducendo sulle condizioni di lavoro dei minatori toscani cambia natura. Entrambi si sono ormai affratellati a questi uomini dai polmoni sconciati, di poche parole, spesso di famiglia contadina e in maggioranza di fede comunista. Gli hanno prestato i loro libri, organizzato proiezioni e incontri, ne hanno ascoltato il destino di infortuni e silicosi. La sciagura non è dovuta a una tragica fatalità, ma “a una consapevole inadempienza” da parte della Montecatini: è il capitolo finale, il più doloroso, di una lunga storia di sfruttamento, dalla formazione delle prime società minerarie alla nascita dei villaggi operai, alle lotte antifasciste e sindacali. “I minatori della Maremma” diventa così un’orazione funebre e un atto d’accusa, un’opera coraggiosa all’epoca della sua pubblicazione che conserva ancora oggi intatta la sua attualità.

Che cosa accade quando s’incontrano uno scrittore siculo-romano, viterbese d’adozione, espertissimo di personaggi (Fabio Stassi) e un narratore mezzosangue maremmano appassionato di paesaggi (Antonello Ricci)? Ne vien fuori una riedizione critica del leggendario pamphlet “I minatori della Maremma”. Due autori, Bianciardi e Cassola, che collaborano, e sarà l’ultima volta, a uno snodo irreversibile delle loro vite. Pagine splendide e coraggiose. Un testo dal misterioso sottosuolo, dai carotaggi imprevedibili. Una stagione fugace-irripetibile della storia d’Italia. Molti, forse troppi, fraintendimenti-zavorramenti ideologici. E molto, molto altro…

Dalla post-fazione di Antonello Ricci: 4 maggio 1954, ore 11. Al primo diffondersi della notizia, Luciano Bianciardi ha rimediato un passaggio ed è accorso dal capoluogo: si aggira, attonito e costernato, per le scene di una tragedia senza precedenti, la piazza del villaggio minerario di Ribolla, frazione di Streetrock (Roccastrada), tra il cinema e la chiesa. Vi regnano sgomento e disperazione. Bianciardi è qui per scrivere in diretta di una sciagura annunciata. Si contano i morti. Alle 8.30 il pozzo Camorra, saturo di grisù, è esploso. La macabra conta toccherà infine quota 43. Indiziato principale la società mineraria, la Montecatini, che ha costruito la propria fortuna estraendo componenti per la realizzazione di concimi chimici ed esplosivi; come a dire: agricoltura e guerra. In realtà il trauma coinvolge Bianciardi ben oltre la cronaca, fin nelle fibre sue più profonde. Perché lui i minatori ribollini li conosce da vicino. E non solo perché di miniere in Maremma egli ha già più volte scritto, da solo o a quattro mani con l’amico Cassola; ma soprattutto perché è da un paese a pochi chilometri di distanza (Prata) che discende la sua schiatta: molti di quei lavoratori del sottosuolo sono vecchi amici di famiglia, intermittenze del cuore dalla sua infanzia, altri ancora gli sono addirittura parenti. Tra maremmani di sette generazioni e immigrati recenti, veneti e siciliani, sardi e calabresi, tra donne scarmigliate che intonano lamenti alla Cirese o De Martino e vecchi che bestemmiano-scatarrano, tra ira e lacrime, proprio ora, proprio qui a Ribolla, mentre monta l’onda dello strazio, un’inattesa reminiscenza, un nozionismo di storia dell’arte sorprendono alle spalle Bianciardi e gli fanno prender nota: nel marasma e voltastomaco, è proprio il ricordo di quello zoccolo a tornargli in mente. Quello zoccolo che percuote e domina il suolo maremmano. Quello zoccolo in missione per conto del suo cavallo, del suo cavaliere, per conto della potenza, del progresso imperioso e del Buon Governo di Siena Caput. All’improvviso, senza un perché evidente, quello zoccolo gli rigurgita in testa. Ed egli si chiede: “perché sto pensando a queste cose”.

Fabio Stassi (1962) con minimum fax ha pubblicato È finito il nostro Carnevale (2007), La rivincita di Capablanca (2008), Il libro dei personaggi letterari (2015) e Con in bocca il sapore del mondo (2018). Per Sellerio sono usciti L’ultimo ballo di Charlot (2012), Come un respiro interrotto (2014), Fumisteria (2015), La lettrice scomparsa (2016), Angelica e le comete (2017) e Ogni coincidenza ha un’anima (2018). È il curatore italiano di Curarsi con i libri e di Crescere con i libri di Ella Berthoud e Susan Elderkin (Sellerio 2016 e 2017). Ha vinto numerosi premi, tra cui il Selezione Campiello, l’Alassio, il Vittorini Opera Prima, lo Sciascia, lo Scerbanenco, l’Arpino. Dai testi raccolti in Con in bocca il sapore del mondo è stato tratto il programma L’attimo fuggente andato in onda su Rai 5 (2018).

Antonello Ricci (Viterbo 1961) insegna presso l’Istituto Magistrale della sua città. Dall’a. a. 2016/17 è docente del master di I livello per “Narratori di comunità” del DIBAF dell’Università degli Studi della Tuscia. È dottore di ricerca in “Storia e cultura del viaggio e dell’odeporica nell’Europa moderna” presso lo stesso ateneo. Protagonista di numerose esperienze di impegno civile (dalle inchieste per il settimanale Sotto Voce alle passeggiate-racconto nella battaglia per la istituzione del parco regionale Valle dell’Arcionello) è studioso interdisciplinare, poeta, performer, animatore culturale. Di formazione antropologica, ha pubblicato saggi scientifici di storia orale, antropologia della scrittura, poesia improvvisata e didattica della scrittura su riviste specializzate quali Italiano & Oltre, La Ricerca Folklorica, I Giorni Cantati, Il Mulino. Suoi articoli anche sul quotidiano Il Manifesto. Ha firmato vari libri e curatele per gli editori Vecchiarelli, Sette Città, Effigi, Stampa Alternativa. Collabora stabilmente con Davide Ghaleb editore dal 2009. Suoi contributi di studio sull’odeporica e sulla letteratura di viaggio sono presenti in numerosi atti di convegni del settore nonché su riviste quali Quaderni del ‘900 e Carte di viaggio.