In hoc signo, il simbolo della croce tra arte e storia a San Lorenzo Nuovo

di Serena Biancherini

NewTuscia – SAN LORENZO NUOVO – “In hoc signo” è il titolo della conferenza tenutasi questo pomeriggio nella sala consigliare del comune di San Lorenzo Nuovo, da don Ugo Falesiedi, nostro amato parroco ma anche docente di arte cristiana presso l’istituto teologico di Viterbo.

Con questo incontro, che rientra nell’ambito del progetto “Le signore di Torano abbracciano il Santissimo Crocefisso”, si da il via all’inizio dell’ultima parte dei festeggiamenti di carattere religioso.

Alla presenza del sindaco Massimo Bambini e di un folto pubblico che pendeva letteralmente dalle labbra dell’oratore è stata declinata “l’iconografia della croce”, in un’analisi artistica e storica che ha abbracciato anche la statua in legno collocata nella parrocchia del paese e raffigurante il Santissimo Crocefisso.

Abituati all’iconografia realistica raffigurante Gesù compunto dal dolore che ha preso piede dopo la riforma di Lutero e di cui il tedesco Matthias Grunewald, visionario pittore del 1500, ha fornito uno splendido esempio, questo excursus ha portato alla luce le origini del simbolo del Cristianesimo per eccellenza.

Quello della croce è un simbolo universale, si trova nella morfologia delle piante in natura, nei punti cardinali e nelle culture antiche, dagli Aztechi all’Egitto che, con la croce ansata, raffigurante una T che termina con un anello, era chiamata nodo di Iside e simboleggiava la chiave della vita stretta tra le mani dei faraoni. Fino ad arrivare al secolo scorso, a quella uncinata sulle bandiere naziste; un simbolo nefasto per chi si trovava ad osservarla e non veniva chiamato ariano, ma non l’unico connotato negativo che ha assunto attraverso i secoli.

Per i romani il supplizio della crocifissione era ritenuto ignominioso. L’albero da cui erano ricavati il patibolo, ossia la parte orizzontale della croce, e il palo, era chiamato arbor infelix, infelice, nella traduzione letterale, ma anche infertile, di morte perché colui che veniva appeso al palo era maledetto. Quello che adesso è il simbolo cristiano per eccellenza, agli albori era evitato come qualcosa di infamate e al suo posto venivano usati il pesce, l’ancora e il buon pastore.

Per trovare una delle più antiche rappresentazioni della croce occorre risalire ad una incisione (datata tra il I e il III secolo) beffarda  e blasfema per i fedeli, che raffigura il Dio cristiano in croce con la testa di un asino, forse associato al dio egizio Seth.

La vera riabilitazione ha inizio all’epoca di Costantino, quando, dopo aver avuto la visione di una croce con sotto scritto: con questo segno vincerai, in hoc signo vinces, fece mettere sulle insegne delle legioni romane una ics, che rappresentava la lettera greca X ( Chi), l’iniziale del nome Χριστός (Cristos). Il monogramma sarà ripreso poi in due sarcofagi che recano la passione di Cristo e Pietro, ma in queste, come in altre rappresentazioni, non è presente la vittima. La croce è vuota, sormontata dal segno del redentore circondato da una corona di alloro che sta ad indicare la vittoria sulla morte, oppure tempestata di pietre preziose su sfondi cerulei. Una croce gloriosa in cui l’albero sterile è diventato albero della vita.

I cristiani cercavano di sottolineare questo aspetto della fondazione della propria religione; è solo in epoca bizantina che si inizia ad avere un corpo adagiato allo strumento. In una croce collocata a Santa Apollinare in Classe, risalente al VI secolo al centro dei bracci appare un piccolo volto, quello di Cristo, vivo, con gli occhi aperti. Per il resto della figura occorre recarsi a Roma; sulla porta della Basilica di Santa Sabina infatti, alle spalle di Gesù, sono presenti le architetture della croce, che rendono il congegno intuibile.

Da questo momento in poi, dal VI secolo compare la crocefissione con il corpo della vittima, sempre con il pudore religioso di sottolineare l’aspetto di redenzione della passione. Le immagini risalenti fino al XII secolo ritraggono un Cristo ieratico, senza tracce di sofferenza nel volto, ne segni del supplizio sul corpo, ma vivo, con occhi ben aperti, la figura perfettamente  simmetrica, frontale, la persona retta da quattro chiodi.

E’ in questa categoria che rientra la statua lignea di San Lorenzo Nuovo, con l’espressione serena,  capelli e barba ben pettinati e la fascia che cinge i fianchi in perfetto ordine, datato tra il 1160 e il 1180, e che sembrerebbe il frutto dell’influenza degli artisti gotici francesi.

I grandi pittori dell’epoca non fanno che replicare questo tipo di iconografia, detta del Christus Triumphans. Una svolta si avverte solo con l’avvento di san Francesco, degli ordini dei mendicanti, quando gli artisti spronati dalle predicazioni sulla povertà e sulla sofferenza inizieranno ad abbandonare la simmetria serafica a dipingere un Christus patiens, sofferente, con il corpo arcuato e la testa reclinata; fino ad arrivare ai capolavori di Giotto in cui la vittima sembra cedere sotto il peso del dolore e appoggiarsi sulle gambe piegate, dai piedi sovrapposti che ridurranno il numero dei chiodi a tre.