Non dobbiamo dimenticare il martirio di Aldo Moro

di Stefano Stefanini

NewTuscia – MUGNANO IN TEVERINA – Abbiamo appreso dal  Centro Studi Aldo Moro che, a causa della crisi di governo, la lectio magistralis che avrebbe dovuto tenere giovedì 29 agosto p.v. a Bagnoregio l’On. Paolo Gentiloni è stata rinviata a sabato 21 settembre – ore 15,00 a Mugnano in Teverina, a conclusione della scuola di formazione politica che si svolgerà dal 19 al 21 settembre 2019.

Riteniamo opportuno ricordare gli eventi e la testimonianza di Aldo Moro, come l’abbiamo vissuta noi giovani “democratico cristiani” di allora.

Il  presidente della Repubblica Sergio Mattarella, recandosi in Via Caetani a Roma per ricordare l’anniversario dell’uccisione dell’on. Aldo Moro per mano delle Brigate Rosse. Abbia sollecitato di tenere saldamente alla memoria collettiva quel 9 maggio 1978, comel Giorno della Memoria, ricordando il martirio di Aldo Moro, l’attacco alla Repubblica, la sconfitta finale dei brigatisti, il contrasto dilaniante tra la fermezza dello Stato e la trattativa.

Più volte il presidente Mattarella ha ricordato l’insegnamento e la testimonianza di Aldo Moro in particolare richiamando il suo pensiero: «Il domani non appartiene ai conservatori e ai tiranni, ma appartiene agli innovatori attenti, seri, senza retorica». È una definizione che possiamo adoperare noi per indicare l’azione di Aldo Moro, innovatore attento, serio, senza retorica e si tratta di un messaggio anche per l’oggi, e per il futuro del nostro Paese.

Lo stesso rispetto Moro lo esprimeva ai movimenti di liberazione dei giovani, delle donne e scriveva che l’avvenire è di questi fenomeni, di queste esigenze – lo dico con parole mie senza citare – certamente con saggezza e con autocontrollo. Affermava, nel 1968, «abbiamo fiducia in voi» rivolto ai giovani.

Il Capo dello Stato ha ricordato  la relazione di Aldo Moro  al Congresso della DC del 1973: «Noi saremo giudicati sulla base della nostra capacità di interpretare questi fenomeni di liberazione e di prendere su di essi una posizione appropriata». Moro aveva questa capacità e avvertiva la responsabilità di fornire risposte adeguate. E queste attitudini scaturivano anche dall’affetto per l’Italia, dalla considerazione del suo valore umano, dal rispetto e dall’affetto per la gente del nostro paese, per ciascuna singola, concreta, irripetibile persona. “

Nel contempo, proprio per il rispetto dovuto alla memoria dell’on. Moro e degli uomini della sua scorta non è accettabile l’eccessiva attenzione ai brigatisti intervistati«in asettici studi televisivi come se stessero discettando della quintessenza della verità rivelata: un oltraggio per il popolo italiano ma soprattutto per chi ha dato la vita e il sangue per questo Paese».

Ogni 9 maggio, giorno in cui vennero uccisi Aldo Moro e Peppino Impastato, viene commemorato  il “Giorno della memoria” delle vittime del terrorismo e delle stragi, alla presenza di rappresentanze delle Scuole italiane, delle associazioni dei congiunti delle Vittime del terrorismo interno ed internazionale e delle stragi di tale matrice .

Aldo Moro venne rapito il 16 marzo 1978 e fu ucciso il 9 maggio dello stesso anno dalle Brigate Rosse.

Lo Statista martire delle BR era  stato due volte Presidente del Consiglio dei ministri, e Segretario politico e presidente del consiglio nazionale della Democrazia Cristiana.

“L’immagine del corpo di Aldo Moro nella Renault 4 parcheggiata in via Caetani accese i più reconditi e oscuri timori della nostra nazione. Fu forse il giorno più buio della “notte della Repubblica”: ci scoprimmo fragili davanti alle insidie del furore ideologico degli anni di piombo. Trovammo la forza di reagire e alla fine abbiamo vinto perché le forze migliori del Paese si sono unite nel comune obiettivo di difendere la nostra democrazia. Aldo Moro è stato un grandissimo italiano e uno statista illuminato: la sua eredità è ancora una fonte preziosa di insegnamento e di ispirazione”.

Il barbaro assassinio di Aldo Moro resta una delle pagine più tragiche e oscure della storia repubblicana. Il ricordo del sacrificio di Moro, che quest’anno cade a cento anni dalla sua nascita, unisce il Paese nella memoria di tutte le vittime del terrorismo politico.

Quella stagione di cieca violenza non risparmiò nessuna categoria e segnò profondamente la coscienza degli italiani che seppero respingere la sfida alla nostra democrazia senza cedere alla paura, ma facendo leva sui valori e i principi della Costituzione.

Il  16 marzo 1978, giorno del rapimento dello Statista sarebbe passato alla storia per la votazione parlamentare  di fiducia ad un governo nuovo, appoggiato dall’esterno dal Partito Comunista Italiano di Enrico Berlinguer, governo presieduto da Giulio Andreotti, ma frutto della paziente intelligenza e della lungimiranza di Aldo Moro, che nelle “convergenze parallele” del Governo di Unità Nazionale aveva individuato un passaggio cruciale, quanto delicatissimo, di salvaguardia e difesa della Repubblica democratica, minacciata dal terrorismo di varia matrice.

Come nella  migliore tradizione costituzionale, i momenti delicatissimi  di crisi politico-istituzionale ed economica, un “Governo di Unità Nazionale” tra tutte le forze responsabili della politica – protagoniste scaturite dalla Rinascita democratica post bellica e fondate sulla Costituzione repubblicana – rappresentava e rappresenta un baluardo di  recupero delle condizioni di normalità istituzionale, per poi riconsegnare, finita l’emergenza istituzionale, l’azione di governo al responso  elettorale di una maggioranza che governa efficacemente e di una opposizione che controlla  e denuncia eventuali storture di chi amministra il mandato popolare.

In questo giorno riteniamo doveroso rievocare e ricordare ai  lettori i sentimenti di smarrimento e di sgomento misti alla voglia di reagire in modo democratico al vulnus, all’attacco portato al cuore della democrazia italiana dai brigatisti rossi, sentimenti e reazioni  provati da noi diciottenni, prima il 16 marzo e poi, ancora più dolorosamente, quel 9 maggio del 1978.

Ricordo che la notizia del rapimento e poi del ritrovamento del presidente Moro in Via Caetani a Roma  fu diffusa negli istituti scolastici e nei luoghi di lavoro da radio e televisione, causando un’onda di grande reazione emotiva: uscimmo tutti dalle scuole, molti impiegati e operai lasciarono i luoghi di lavoro per riversarsi e concentrarsi nelle piazze delle varie città. Io frequentavo l’ultimo anno del Liceo Scientifico Galileo Galilei di Terni e ricordo che ci trovammo spontaneamente, tutti insieme in piazza studenti e operai, in un grande abbraccio solidale tra bandiere bianche e rosse, che rividi poi come un mare immenso a Piazza San Giovanni in Laterano il 13 maggio 1978, ai funerali “pubblici” dello Statista, celebrati da Papa Paolo VI. Non dimenticherò mai l’esperienza di aver partecipato ai funerali di Aldo Moro. In una  indimenticabile omelìa il Pontefice pronunciò delle  parole scolpite nella storia e nella memoria del popolo italiano, mentre al di fuori della Basilica lateranense un mare mai visto di bandiere bianche e rosse testimoniavano la fede incrollabile nella Democrazia che sarebbe sopravvissuta all’attacco delle br.

Nel suo intervento Paolo VI si rivolse direttamente a Dio con una preghiera che volle comporre di suo pugno, uno dei testi più alti mai pronunciati in una omelìa, un’invocazione, un rimprovero, un grido di dolore creaturale che il vicario di Cristo rivolgeva direttamente al Padre per interrogarne il silenzio in cui lo stesso pontefice sembrava faticare a scorgere un disegno provvidenziale e che vale la pena rileggere.

“ Ed ora le nostre labbra, chiuse come da un enorme ostacolo, simile alla grossa pietra rotolata all’ingresso del sepolcro di Cristo, vogliono aprirsi per esprimere il “De profundis”, il grido, il pianto dell’ineffabile dolore con cui la tragedia presente soffoca la nostra voce. Signore, ascoltaci! E chi può ascoltare il nostro lamento, se non ancora Tu, o Dio della vita e della morte? Tu non hai esaudito la nostra supplica per la incolumità di Aldo Moro, di questo uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico…”

Come aderenti al Movimento Giovanile della Democrazia Cristiana, insieme alle altre forze democratiche convocammo dei momenti  riflessione  e di presidio sulla gravità del momento che stavamo vivendo da giovani, ricordo le dichiarazioni sincere e commosse, non riscontrabili in altri politici, del segretario nazionale della Democrazia Cristiana, Benigno Zaccagnini, per non lasciare nulla di intento per la salvezza del prigioniero, pur nella fermezza delle istituzioni  democratiche di fronte ai brigatisti, sino al drammatico epilogo della morte di Moro il 9 maggio 1978 .

Ricordo che dal rapimento e dal sacrificio di Aldo Moro, al di là delle azioni e speculazioni più o meno chiare che aleggiarono sulla vicenda, scaturì la decisione di tanti giovani a proseguire, nel loro ambiente, l’impegno politico a servizio della collettività. 

L’Italia seppe superare con sacrificio e fiducia in se stessa anche quella prova  dolorosamente vissuta, come le prima le distruzioni della guerra, come, successivamente, l’attuale fenomeno del malgoverno e della corruzione.

Davvero il sacrificio ed il sangue di Aldo Moro fu seme e testimonianza per tanti giovani che nei vari partiti  e movimenti  – tra cui chi scrive nella Democrazia Cristiana – vollero testimoniare la fiducia nella democrazia rappresentativa e nei principi della Costituzione repubblicana.

Al di là dei tanti segreti rimasti per anni nell’ombra, tutti noi – uomini e donne cittadini elettori e coloro che sono  impegnati delle istituzioni al servizio disinteressato e non menzognero della collettività – dobbiamo tenere alta l’ispirazione, la vigilanza e la difesa quotidiana della democrazia e della sovranità del Popolo: solo così il Sacrificio di Aldo Moro, degli uomini della sua scorta e di tanti altri Martiri della Democrazia non sarà stato vano, per noi, giovani di allora che vivemmo quel dramma, e, soprattutto  per il futuro dei nostri figli e dell’Italia .