Quarant’anni dal rapimento di Aldo Moro

Stefano Stefanini

NewTuscia – VITERBO – Anche dopo  40 anni, il rapimento dell’on. Aldo Moro e dell’eccidio della sua scorta  –  con   a bordo dell’auto di Moro  i carabinieri Oreste Leonardi e Domenico Ricci  ed i tre poliziotti che viaggiavano sull’auto di scorta Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi, resta una delle pagine più tragiche e oscure della storia repubblicana.

Il ricordo del sacrificio di Aldo Moro e della sua scorta, deve unire il Paese nella memoria di tutte le vittime del terrorismo politico.

Quella stagione di cieca violenza non risparmiò nessuna categoria e segnò profondamente la coscienza degli italiani, che  seppero respingere la sfida alla nostra democrazia senza cedere alla paura, ma facendo leva sui valori e i principi della Costituzione.

Il  16 marzo 1978, giorno del rapimento dello Statista sarebbe passato alla storia per la votazione parlamentare  di fiducia ad un governo nuovo, appoggiato dall’esterno dal Partito Comunista Italiano di Enrico Berlinguer, governo presieduto da Giulio Andreotti, ma frutto della paziente e acuta  tessitura e della lungimiranza di Aldo Moro – troppo anticipatorie di novità istituzionali per quella stagione politica –  che nelle “convergenze parallele” del Governo di Unità Nazionale   aveva  individuato un passaggio cruciale, quanto delicatissimo, di salvaguardia e difesa della Repubblica democratica, minacciata dal terrorismo di varia matrice.

Il giornalista Giovanni Fasanella ha scritto un libro-inchiesta  “Il caso Moro”, presentato qualche anno fa ad Orte, sulla vicenda  che attira ancora su di sé grande interesse. Attraverso un dialogo incentrato sui tre libri scritti negli ultimi anni, Il Golpe inglese, Colonia Italia, La storia di Igor Markevic (editi da Chiarelettere) Fasanella affronta il “caso Moro” soffermandosi sulle verità’ negate e su piste che partono da molto lontano.

 

Giovanni Fasanella  da anni  è impegnato nella ricostruzione della così detta “storia invisibile” italiana.

Nel testo  “Il golpe inglese e Colonia Italia” ricostruisce alcuni eventi della storia del Novecento, tra i quali anche il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, a partire da documenti segreti ritrovati negli archivi londinesi di Kew Gardens.

Dalle carte citate da Giovanni Fasanella emerge  che non è Washington a ordire piani eversivi per l’Italia, come si è sempre ipotizzato, ma soprattutto Londra, che non vuol perdere il controllo delle rotte petrolifere e contrasta la politica filoaraba e terzomondista di Enrico Mattei (fondatore dell’Ente Idrocarburi Italiani ENI) morto in un “dubbio” incidente aereo, del presidente della Repubblica Gronchi,  e dei presidenti del Consiglio  e responsabili nazionali della Democrazia Cristiana, Aldo  Moro e Amintore Fanfani.

Il libro di Fasanella approfondisce le ipotesi di influenza degli inglesi sulla politica italiana di quegli anni , della propaganda occulta e del ruolo di un misterioso direttore d’orchestra, Igor Markevic, nel rapimento e nell’omicidio di Aldo Moro.

Per gli inglesi anche i comunisti rappresenterebbero un’ossessione. Tanto da contrastarli con ogni mezzo. Persino arruolando schiere di giornalisti, intellettuali e politici per orientare l’opinione pubblica e il voto degli italiani.

Finché si arriva al 1976, l’anno che apre al Pci le porte del governo di “Solidarietà nazionale” con l’accordo tra Democrazia Cristiana, con Aldo Moro, Giulio Andreotti e il segretario politico Benigno Zaccagnini da una parte ed il Partito Comunista, con Enrico Berlinguer dall’altra e la conseguente marginalizzazione del Partito Socialista  di Bettino Craxi. Si scatena così un’ondata terroristica che culmina nell’assassinio di Aldo Moro.

Ricordiamo che dopo il rapimento e l’uccisione di Moro la Dc e il PCI abbandonarono la linea del “compromesso storico”:  il PCI scelse la politica dell’ ”alternativa democratica” e nella DC prevalse il “preambolo”,  con l’alleanza preferenziale con il PSI, con cui vennero formati alcuni governi successivi.

Giovanni Fasanella ha lavorato al quotidiano l’Unità dal 1975 al 1987, inizialmente nella redazione torinese, dove negli anni di piombo si è occupato di terrorismo, poi in quella romana, come resocontista parlamentare e notista politico. Chiusa l’esperienza, nel gennaio 1988 è passato a Panorama, di cui è stato quirinalista e redattore parlamentare all’epoca della presidenza di Francesco Cossiga. Nel novembre 2013 ha lasciato il settimanale della Mondadori per dedicarsi esclusivamente ai libri, al cinema e alla tv. Esperto di giornalismo investigativo, è infatti autore di molti testi sulla storia “invisibile” italiana del dopoguerra (alcuni dei quali tradotti all’estero), ed è anche sceneggiatore e documentarista.