40 anni dal rapimento Moro

Stefano Stefanini

NewTuscia – VITERBO – Quel 16 marzo 1978: come fu vissuto l’attacco al cuore della Repubblica dai giovani di allora, con il contrasto dilaniante tra la fermezza dello Stato e i tentativi di trattativa con i brigatisti per salvare la vita dello statista ?

Il quarantesimo anniversario dell’eccidio degli uomini della scorta ed il rapimento del presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, avvenuto a Roma, in Via Fani viene vissuto quest’anno in una dimensione più partecipativa. In questi ultimi anni  per il lavoro della Commissione Parlamentare d’Inchiesta presieduta dall’on. Giuseppe Fioroni, intervistato oggi  sulla vicenda,  si stanno riportando alla luce alcuni particolari rimasti nell’ombra in particolare: una nuova ricostruzione dei fatti e dei criminali  presenti sulla scena del rapimento, le interferenze e implicazioni internazionali tra i due blocchi filo-americani e filo-sovietici,   ed i tentativi di salvare il presidente della DC dalla condanna e dalla brutale esecuzione, come Martire della Democrazia,  per mano dei brigatisti rossi.

Quel 16 marzo 1978 sarebbe passato alla storia per la votazione parlamentare  di fiducia ad un governo nuovo, appoggiato dall’esterno dal Partito Comunista Italiano di Enrico Berlinguer, governo presieduto da Giulio Andreotti, ma frutto della paziente intelligenza e della lungimiranza di Aldo Moro, che nelle “convergenze parallele” del Governo di Unità Nazionale   aveva  individuato un passaggio cruciale, quanto delicatissimo, di salvaguardia e difesa della Repubblica democratica, minacciata dal terrorismo di varia matrice.

Come nella  migliore tradizione costituzionale, i momenti delicatissimi  di crisi politico-istituzionale ed economica, un “Governo di Unità Nazionale” tra tutte le forze responsabili della politica – protagoniste scaturite dalla Rinascita democratica post bellica e fondate sulla Costituzione repubblicana –  rappresentava e rappresenta un baluardo di  recupero delle condizioni  di normalità istituzionale, per poi riconsegnare, finita l’emergenza istituzionale,  l’azione di governo al responso  elettorale di una maggioranza che governa efficacemente  e di una opposizione che controlla  e denuncia eventuali storture di chi amministra il mandato popolare.

Senza cadere nei luoghi comuni, vorrei  rievocare e trasmettere ai lettori i sentimenti di smarrimento e di sgomento misti alla voglia di reagire in modo democratico al vulnus, all’attacco portato al cuore della democrazia italiana dai brigatisti rossi, sentimenti e reazioni  provati da noi diciottenni,  in quel 16 marzo 1978.

Ricordo che la notizia del rapimento del presidente Moro fu diffusa negli istituti scolastici e nei luoghi di lavoro da radio e televisione, causando un’onda di  grande reazione emotiva: uscimmo tutti dalle scuole, molti impiegati e operai lasciarono i luoghi di lavoro per riversarsi e concentrarsi nelle piazze delle varie città.     Io frequentavo l’ultimo anno del Liceo Scientifico Galileo Galilei di  Terni e ricordo che ci trovammo spontaneamente,  tutti insieme in piazza studenti e operai, in un grande abbraccio solidale tra bandiere bianche e rosse, che rividi poi  come  un mare immenso a Piazza San Giovanni in Laterano  il maggio 1978, ai funerali “pubblici”  dello Statista, celebrati da Papa Paolo VI.  In quella storica omelìa il Pontefice pronunciò parole scolpite nella storia e nella memoria del popolo italiano, mentre al di fuori della Basilica lateranense un mare mai visto di bandiere bianche e rosse testimoniavano la fede incrollabile nella Democrazia che sarebbe sopravvissuta all’attacco delle br.

Nel suo intervento Paolo VI si rivolse direttamente a Dio con una preghiera che volle comporre di suo pugno, uno dei testi più alti mai pronunciati in una omelìa,  un’invocazione, un rimprovero, un grido di dolore creaturale che il vicario di Cristo rivolgeva direttamente al Padre per interrogarne il silenzio in cui lo stesso pontefice sembrava faticare a scorgere un disegno provvidenziale e che vale la pena rileggere.

“ Ed ora le nostre labbra, chiuse come da un enorme ostacolo, simile alla grossa pietra rotolata all’ingresso del sepolcro di Cristo, vogliono aprirsi per esprimere il “De profundis”, il grido, il pianto dell’ineffabile dolore con cui la tragedia presente soffoca la nostra voce. Signore, ascoltaci! E chi può ascoltare il nostro lamento, se non ancora Tu, o Dio della vita e della morte? Tu non hai esaudito la nostra supplica per la incolumità di Aldo Moro, di questo uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico; ma Tu, o Signore, non hai abbandonato il suo spirito immortale, segnato dalla fede nel Cristo, che è la risurrezione e la vita. Per lui, per lui. Signore, ascoltaci! ”

Come aderenti al Movimento Giovanile della Democrazia Cristiana, insieme alle altre forze democratiche convocammo dei momenti  riflessione  e di presidio sulla gravità del momento che stavamo vivendo da giovani, ricordo le dichiarazioni sincere e commosse, non riscontrabili in altri politici, del segretario nazionale della Democrazia Cristiana, Benigno Zaccagnini, per non lasciare nulla di intento per la salvezza del prigioniero, pur nella fermezza delle istituzioni  democratiche di fronte ai brigatisti .

Ricordo che dal rapimento e dal sacrificio di Aldo Moro, al di là delle azioni e speculazioni più o meno chiare che aleggiarono sulla vicenda, scaturì la decisione di tanti giovani a proseguire, nel loro ambiente, l’impegno politico a servizio della collettività.  L’Italia seppe superare con sacrificio e fiducia in se stessa  anche quella prova  dolorosamente vissuta, come le prima le distruzioni della guerra e successivamente lo scempio del malgoverno e della corruzione.

Davvero il sacrificio ed il sangue di Aldo Moro fu seme e testimonianza per tanti giovani che nei vari partiti  e movimenti  – tra cui chi scrive nella Democrazia Cristiana – vollero testimoniare la fiducia nella democrazia rappresentativa e nei principi della Costituzione repubblicana.

Al di là dei tanti segreti che  potranno essere  svelati  tutti noi – uomini e donne cittadini  e coloro che sono  impegnati delle istituzioni al servizio disinteressato e non menzognero  della collettività  –  dobbiamo tenere alta l’ispirazione, la vigilanza e la difesa quotidiana della democrazia e della sovranità del Popolo: solo così il Sacrificio di Aldo Moro, degli uomini della sua scorta e di tanti altri Martiri della Democrazia non sarà stato vano, per noi, giovani di allora che vivemmo quel dramma  e per il futuro della democrazia nel nostro Paese.