di Stefano Stefanini

NewTuscia – La tutela del territorio italiano dovrà essere uno degli argomenti da approfondire nella prossima campagna elettorale comunale( per Viterbo ed altri comuni), regionale e politica.    A questo proposito non  va sottovalutato il rischio idro-geologico. In attesa di leggere dati del 2017, ripercorriamo i tratti essenziali  del rapporto annuale ” Ecosistema Rischio 2016”, realizzato da Legambiente sulla base delle risposte fornite da 1.444 Comuni italiani che hanno risposto al questionario elaborato dall’organizzazione di tutela ambientale.

Analizziamo la situazione della nostra regione Lazio, con i dati a disposizione di 48 comuni. Secondo l’indagine condotta da Legambiente,  l’83% dei comuni del Lazio conta abitazioni in aree a rischio idrogeologico, il 33% ospita interi quartieri, il 31% industrie, il 23% strutture sensibili come scuole e ospedali e strutture commerciali o ricettive. Nel 15% dei comuni si è continuato a costruire in aree a rischio idrogeologico negli ultimi 10 anni. Solo il 46% svolge un lavoro di mitigazione del rischio complessivamente positivo.

legambiente-ogRoma complessivamente inefficiente nella mitigazione del rischio idrogeologico, gravemente carente nell’affrontare le emergenze e sotto il peso di un’intensa urbanizzazione. Questi i dati del rapporto Ecosistema Rischio 2016, l’indagine realizzata da Legambiente con la collaborazione del Dipartimento della Protezione Civile che confronta  il rischio idrogeologico in Italia con le attività messe in campo dai comuni per prevenire e mitigare tale rischio.

I comuni della Tuscia più scrupolosi  nelle politiche di salvaguardia idro-geologica sono risultati  Tarquinia, Montalto di Castro, Gradoli, Graffignano e Grotte di Castro, Vasanello,  Villa San Giovanni in Tuscia, Blera e Faleria.

I comuni della Tuscia che hanno risposto al questionario proposto da Legambiente sono nove. I più scrupolosi  nell’attuazione di concrete politiche di salvaguardia idro-geologica sono risultati  nell’ordine: Tarquinia, Montalto di Castro, Gradoli, Graffignano e Grotte di Castro, Vasanello,  Villa San Giovanni in Tuscia, Blera e Faleria.

I parametri di misurazione di Ecosistema Rischio 2016 sono stati:

  • Esposizione ai rischi: 1) con la presenza di fabbricati, abitazioni/quartieri, strutture sensibili come  scuole e ospedali e strutture commerciali o ricettive esistenti in zone a rischio; 2) realizzazione di edificazioni in aree a rischio negli ultimi 10 anni;
  • Attività di prevenzione: 1) esecuzione di interventi  di manutenzione ordinaria nell’ultimo anno;

2)opere di mitigazione del rischio; 3) tombamento di corsi d’acqua; 4) delocalizzazione di abitazioni e fabbricati industriali; 5) recepimento del Piano per l’Assetto Idrogeologico;

     –    Sistema locale di protezione civile: 1) con l’adozione di sistemi di monitoraggio e allerta;   2)     piani di emergenza e relativo aggiornamento; 3) recepimento del sistema di allertamento regionale; 4) attività di informazione e di esercitazione presso la cittadinanza.

E’ risultato ancora troppo pesante il grado di urbanizzazione nelle zone a rischio che comprende abitazioni, interi quartieri e strutture sensibili, anche nell’ultimo decennio, e la mancanza di interventi di messa in sicurezza.

Risultano troppo esigui al momento i fondi per sostenere le spese previste dal Piano di Assetto Idrogeologico del Bacino del Fiume Tevere, per la messa in sicurezza di aree a rischio frana e alluvioni, un investimento assolutamente insufficiente a fronte dell’aumento delle spese straordinarie per i danni che invece si moltiplicano per gravità e per frequenza.”    Meno della metà dei 48 comuni che hanno aderito correttamente all’indagine , il 42%, ha effettuato la manutenzione ordinaria nell’ultimo anno fra le attività di prevenzione, il 46% realizzato opere di messa in sicurezza, il 48% ha recepito il Piano di Assetto Idrogeologico.

Tra le attività di protezione civile maggiormente diffuse nei Comuni laziali figurano innanzitutto l’individuazione di aree di accoglienza in caso di calamità COC (59%). Solo il 52% dei comuni considerati ha un piano di emergenza, divenuto obbligatorio con la legge 100 del 2012, ma meno della metà (il 44%) dispone di piano aggiornato e adeguato per affrontare eventuali emergenze.  Meno della metà recepisce il sistema di allertamento regionale (48%). Solo nel 34% dei comuni vi è la presenza di una struttura protezione civile h24, 21 hanno avviato attività di informazione e sistemi di monitoraggio e allerta, mentre le esercitazioni si svolgono solo nel 17 % dei Comuni.

Legambiente ha inviato il questionario di Ecosistema Rischio ai comuni considerati ad alto rischio idrogeologico dalle cartografie del Ministero dell’Ambiente. I dati analizzati si riferiscono a 48 amministrazioni comunali del Lazio poiché delle 55 che hanno risposto al questionario, i dati di 7 amministrazioni sono stati trattati separatamente.

 Rispetto al quadro delineato ci si attende una strategia adeguata e coordinata – da parte del Governo e concretamente da Regioni e Comuni  – di intervento e di capillare informazione  per la messa in sicurezza di zone del Lazio particolarmente fragili sotto il profilo geologico, dalla concreta apertura dei cantieri potrà essere  valutata la reale efficacia degli stanziamenti deliberati dal Governo. La messa in salvaguardia del territorio, dal lato idro-geologico come nel più ampio ambito ambientale deve coinvolgere dal lato tecnico, giuridico e socio-economico tantissimi nostri preparati giovani, che attendono di far valere le loro cognizioni nella pratica occupazionale ad ogni livello.