Avv. Vanessa Ercoli

NewTuscia – Di ritorno dalla visita ai campi di concentramento di Auschwitz e Birkenau in Polonia mi chiedo come abbia fatto la guida che mi ha accompagnato a trovare le parole per descrivere quello che è successo lì dentro. Quello che ho visto, infatti, è quasi inesprimibile, ti lascia senzaaushwitz1
parole
 e rischia di rimanere dentro al “sentire” di ognuno e di non esser testimoniato.

Non è facile parlare di Auschwitz-Birkenau, ma è uaushwitz6n dovere parlarne. Parlo dei più grandi campi di concentramento costruiti dai nazisti per sterminare gli ebrei. Tutti. Ma in realtà, vi erano rinchiusi anche gli zingari, gli oppositori politici, gli omosessuali.

La missione era stata chiamata “Soluzione Finale”.

In quei campi di concentramento morirono un milione e cinquecentomila persone.

Entrando ad Auschwitz si legge: “Arbeit Macht Frei” ovvero il lavoro rende liberi: la beffa dei nazisti. Chi entrava qui non era libero ma andava a morire.

Non ho mai visto nulla del genere: un centinaio di scatole vuote di gas Zyklon B; scarpe da donna, da bambino, da uomo; una parete immensa piena di capelli, tra i quali ho riconosciuto una treccia biondo cenere chiusa da un fiocco rosa; valigie con sopra scritti nomi e cognomi; spazzole, pettini, pentole e tanti altri oggetti personali. Perché a tutte quelle persone si diceva: “Andrete verso una nuova vita, portate il necessario”.

L’idea di una nuova vita doveva infondere speranza in quella gente che, a causa delle leggi razzaushwitz4iali del 1938, era già stata emarginata nei ghetti e privata di tutto. Ed invece, all’arrivo in quei campi, i gruppi venivano immediatamente suddivisi in due parti: quelli che potevano ancora vivere e quelli che dovevano morire nelle camere a gas. A questi ultimi veniva detto: “Segnate con un numero le vostre cose, in modo che all’uscita dalla doccia saprete ritrovarle”. Poco dopo tutti questi oggetti cari erano pronti per essere trasportati e venduti in Germania.aushwitz5

Durante la visita si passa da una stanza all’altra, si guarda. Si osserva. Increduli. In silenzio. Nessuno ha voglia di commentare, si ha quasi voglia di abbassare lo sguardo.

Osservo le foto di chi non sapeva cosa stava per affrontare e mi chiedo come abbiano resistito anche solo un mese lì dentro. Penso che è tutto vero, nessuna esposizione mediatica, tutta realtà, tutta storia. Si può aver letto molti libri sull’argomento ma nulla è paragonabile ad una visita sul posto. Si proaushwitz2va rabbia, dolore, incredulità ed impotenza. Non si può restare indifferenti ad una delle pagine più atroci della storia umana.

Gli hangar in cui erano rinchiusi, le foto dei bambini sui quali venivano fatti gli esperimenti, le celle, le torrette di controllo, il doppio filo spinato che circonda i campi, il luogo in cui venivano fucilati, le camere a gas, i forni. Gli oggetti rimasti. I volti di chi non c’è più. Qui un tempo si viveva l’inferno e il nostro dovere è visitarlo questo inferno creato da esseri umani per renderci conto di come non tutti gli esseri umani, in realtà, lo siano.

Mai potremo capire il perché di questo orrore, ma essere coscienti che la storia può ripetersi, sì.

Vedere Auschwitz-Birkenau è l’unico modo per capire fino in fondo l’orrore che l’umanità può toccare e poi rendersi conto della fortuna di poter vivere la propria vita liberamente.

La memoria e la storia sono le uniche forze che possono opporsi agli orrori e agli errori degli uomini per evitarne la ripetizione. Possono distruggere i documenti, i luoghi, ma non la memoria. Auguro a tutti noi di non vedere mai violati i diritti umani universalmente riconosciuti.

La libertà, però, non si conquista una volta e per sempre ma va continuamente difesa. Dobbiamo essere persone impegnate, vigili, non avere paura di denunciare soprusi e violazioni dei diritti umani.

I campi di concentramento sono questo. È sconvolgente come ti obblighino a diventare, a tua volta, testimone di un orrore senza precedenti.

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