Stefano Stefanini
(NewTuscia) – VITERBO – In questi giorni vengono resi noti da varie testate giornalistiche nazionali e regionali i dati, peraltro già ben noti, sulla situazione dei Piani di emergenze della Protezione Civile. In Italia su 7.954 comuni, 6.159 (il 77 %) ha adottato il Piano di Emergenza per affrontare eventi di calamità naturali. Questo dato era stato da noi già segnalato su newtuscia.it, citando lo studio di Legambiente di maggio 2016 relativo al rischio idrogeologico.
In Italia dunque da fonti della Protezione Civile , circa 180 comuni sprovvisti di Piano d’emergenza sono ubicati in un territorio dove possono verificarsi (o si sono già verificati) eventi catastrofici. Parliamo di alcuni comuni del Belice e delle province di Messina e Reggio Calabria. Ma anche nella zona del reatino al confine tra Marche, Umbria e Lazio, alcuni comuni non hanno ancora un documento per la gestione dell’emergenza.
Il sito della Protezione civile raccoglie la lista, trasmessa dalle Regioni, di tutti i comuni che lo hanno approvato. Secondo questo documento, aggiornato al 18 settembre 2015, il 77% degli 8mila comuni dispone di un piano. Ma la mappa, realizzata incrociando questi elenchi con la categoria di rischio sismico assegnata a ogni comune, mostra delle zone “nere”. Sono quelle dei comuni senza un piano e che sono, allo stesso tempo, classificati in categoria 1, la più alta..
Nella nostra regione risulterebbe che su 378 comuni solo 153 ( il 40% del totale) si siano dotati del Piano d’emergenza.
Ora, al di la di sterili polemiche e lungi da inutili allarmismi, c’ è semplicemente da pretendere come cittadini che sindaci, giunte e consigli municipali di comuni che non fossero forniti della programmazione della gestione dei rischi, la adottino al più presto, magari occupandosi anche della messa in sicurezza dai rischi idro geologici.
Ricordo che i parametri di misurazione di “Ecosistema Rischio 2016” elaborato da Legambiente nel maggio scorso erano:
- Esposizione ai rischi: 1) con la presenza di fabbricati, abitazioni/quartieri, strutture sensibili come scuole e ospedali e strutture commerciali o ricettive esistenti in zone a rischio; 2) realizzazione di edificazioni in aree a rischio negli ultimi 10 anni;
- Attività di prevenzione: 1) esecuzione di interventi di manutenzione ordinaria nell’ultimo anno;
2)opere di mitigazione del rischio; 3) tombamento di corsi d’acqua; 4) delocalizzazione di abitazioni e fabbricati industriali; 5) recepimento del Piano per l’Assetto Idrogeologico;
Strategie di efficientamento del Sistema locale di Protezione Civile: 1) mediante l’adozione di sistemi di monitoraggio e allerta; 2) piani di emergenza e relativo aggiornamento; 3) recepimento del sistema di allertamento regionale; 4) attività di informazione e di esercitazione presso la cittadinanza.
E’ risultato ancora troppo pesante il grado di urbanizzazione nelle zone a rischio idro-geologico che comprende abitazioni, interi quartieri e strutture sensibili, anche nell’ultimo decennio, e la mancanza di interventi di messa in sicurezza.
Risultano troppo esigui al momento i fondi per sostenere le spese previste dal Piano di Assetto Idrogeologico del Bacino del Fiume Tevere, per la messa in sicurezza di aree a rischio frana e alluvioni, un investimento assolutamente insufficiente a fronte dell’aumento delle spese straordinarie per i danni che invece si moltiplicano per gravità e per frequenza.” Meno della metà dei 48 comuni che hanno aderito correttamente all’indagine , il 42%, ha effettuato la manutenzione ordinaria nell’ultimo anno fra le attività di prevenzione, il 46% realizzato opere di messa in sicurezza, il 48% ha recepito il Piano di Assetto Idrogeologico.
Per Legambiente tra le attività di protezione civile maggiormente diffuse nei Comuni laziali figurano innanzitutto l’individuazione di aree di accoglienza in caso di calamità COC (59%). Solo il 52% dei comuni considerati ha un piano di emergenza, divenuto obbligatorio con la legge 100 del 2012, ma meno della metà (il 44%) dispone di piano aggiornato e adeguato per affrontare eventuali emergenze. Meno della metà recepisce il sistema di allertamento regionale (48%). Solo nel 34% dei comuni vi è la presenza di una struttura protezione civile h24, 21 hanno avviato attività di informazione e sistemi di monitoraggio e allerta, mentre le esercitazioni si svolgono solo nel 17 % dei Comuni.
I volontari, particolarmente Giovani, della Protezione Civile del mondo dell’assistenza medica e sociale testimoniano – unitamente alle Forze dell’Ordine, a tanti sindaci e personale comunale, al variegato mondo del volontariato – che con il loro preziosissimo impegno possiamo acquisire una nuova Civiltà del rispetto della Terra e dell’uomo che la abita.















