Oggi i funerali ad Amatrice. Intanto nella Tuscia si apre il dibattito: “Esistono realmente Piani d’emergenza e la cultura di prevenzione e intervento?”

Gaetano Alaimo

(NewTuscia) – AMATRICE – Siamo in Italia e già è finita la flebile tregua politica in onore delle vittime del terremoto. Ora si deve decidere chi sarà il supercommissario che dovrà gestire la ricostruzione post-terremoto nelle 4 regioni coinvolte nel sisma del 24 agosto e dei giorni successivi. Matteo Renzi vorrebbe Vasco Errani, Salvini ha proposto il prefetto Francesco Paolo Tronca.
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Insomma, oggi che si celebrano i primi funerali per un totale di 37 morti sugli oltre 200 di Amatrice, sembra che la politica sia tornata a fare il suo “mestiere”.

E’ il momento del dolore, del silenzio ma anche della riflessione.

Nella Tuscia si sono moltiplicate in tutto il territorio provinciale le iniziative per aiutare, prima con la fornitura di beni di prima necessità e alimentari e, dopo, con donazioni in denaro presso i conti ufficiali dei Comuni, le popolazioni terremotate. La vicinanza del sisma l’abbiamo sentita tutti dalle nostre parti, in particolare nelle due scosse del 24 agosto, le più forti, ma anche in molte repliche successive. La Tuscia, fortunatamente fuori dalle mappe delle aree a magiore rischio sismico, lo è invece, maggiormente, per quello idrogeologico.

Sono ancora forti i ricordi degli eventi di fine gennaio 2014, quando ci fu un vero e proprio cataclisma per le alluvioni, in particolare nelle zone di Montalto e del litorale, senza dimenticare quella che devastò Orte nel novembre 2012. Episodi che sono rimasti forti nelle nostre menti ma che, ancora, non hanno portato quel cambiamento di mentalità e, quindi, politico-istituzionale, che è alla base non solo della prontezza d’intervento ma anche della stessa salvezza di vite umane.

Sì, perché diciamocela tutta, l’Italia non solo non è il Giappone, ma non è nemmeno paragonabile ai migliori standard europei di prevenzione delle catastrofi. Siamo bravi negli interventi sul campo, in questo campo siamo tra i migliori al mondo, ma non conosciamo (o conosciamo come ci pare) la cultura della prevenzione. Che è, in primis, attuazione di Piani d’emergenza ma, ancora prima, cultura della legalità. Senza dubbio molte catastrofi sono derivate dalla corruzione, dal guadagno e dal malaffare, ormai serve trasparenza e chiarezza con chi ci legge.

Quando a L’Aquila si gridò allo scandalo perché vennero scoperti muri e palazzi realizzati con un rapporto percentuale tra calce e altri materiali realizzativi non ex lege, il tutto fatto apposta per risparmiare soldi e guadagnare, sembrò che un’epoca fosse finita. Invece, nell’anno domini 2016, le inchieste che stanno per partire dovranno confermare le prime indiscrezioni sui materiali utilizzati per la risistemazione di edifici già lesionati nel 2009 per il terremoto dell’Aquila.

Sembra che sia qualcosa di impossibile, si parla di incentivi per adeguare il circa 70% delle case italiane, che non sono antisismiche, poi si prendono “mazzate” dalla burocrazia quando si viene a sapere che il cittadino deve anticipare i soldi dell’adeguamento dell’immobile, e che riceverà solo una parte dei rimborsi nell’arco di 10 anni.

Ancora più grave, a nostro avviso, non dotarsi di Piani d’emergenza di Protezione civile (anche qui oggi sono usciti articoli di stampa locale che fanno riferimento al sito della Protezione civile, per cui sarebbero solo 18 su 60 i Comuni della Tuscia ad averne: in realtà c’è una nuova normativa regionale e molte amministrazioni si sono già adeguate ma manca ancora la pubblicazione ufficiale sul sito della P.C.), ma serve anche andarci calmi le accuse.

Non si possono lesinare critiche, però, a piccoli fatti che, in realtà, mettono a repentaglio l’incolumità pubblica. A cominciare dai tombini perennemente otturati, almeno nel caso di Viterbo, problema che si segnala praticamente da quando esiste questo giornale. Dicevamo il rischio alluvioni nella Tuscia: a Viterbo è pratica costante l’allagamento delle principali arterie cittadine dopo poche gocce, immaginiamo cosa succederebbe in caso di giorni e giorni di piogge.

Per quanto riguarda il centro storico, tra i più grandi d’Europa, serve subito un monitoraggio sul rispetto della normativa di sicurezza vigente e una mappatura dei siti più a rischio e conseguente azione operativa in caso di eventi eccezionali che possano mettere a repentaglio sia il patrimonio storico-artistico che, ovviamente, i cittadini.

Tutto ciò non sappiamo, in questa sede, se sia realmente statao fatto ed esistente: se dovessimo valutare dai tombini di Viterbo la risposta sarebbe certamente: “Assolutamente no!”.