Il lazio si conferma leader in Italia nella creazione di nuove imprese

Stefano Stefanini

lazio(NewTuscia) – VITERBO –  Il Lazio si conferma leader in Italia per crescita e sviluppo. Questi dati erano stati confermati, in parte e con dati diversificati,  per la Tuscia dai risultati  diffusi nel corso della Giornata della Economia, promossa come ogni anno dalla Camera di Commercio e delle Economie di Viterbo. Nella prima metà di quest’anno il Lazio è la prima regione in Italia sia per tasso di crescita delle imprese sia per il saldo positivo tra iscrizioni e cessazioni. I dati sono stati diffusi da Unioncamere, l’associazione  delle Camere di Commercio italiane.

Nella  nostra regione  piu’ 5.730 imprese nei primi 6 mesi del 2016. Le iscrizioni sono state 22.869, le cessazioni 17.139 con un tasso di crescita semestrale dello 0,90% rispetto al +0,42% nazionale. Lo stock delle imprese laziali raggiunge le 639.558 unità, un valore pari al 10,5% del totale nazionale.

“La situazione resta difficile e la ripresa è ancora fragile e non strutturale,  ha commentato il presidente della regione  Nicola Zingaretti, che ha aggiunto: per questo stiamo intensificando gli sforzi e nei prossimi mesi abbiamo programmato una serie di investimenti e iniziative che avranno un effetto propulsivo sulla crescita delle piccole e medie imprese del Lazio”.

“È un segno, credo di una certa fiducia nella ripartenza dell’economia del Lazio è il commento di Guido Fabiani, assessore allo Sviluppo Economico e Attività Produttive, che ha aggiunto: uno stato di fatto a cui a mio parere hanno contribuito le politiche regionali in materia economica volte a rilanciare il credito alle imprese, sostenere l’innovazione e a spingere con forza il nascere di un forte processo di reindustrializzazione e internazionalizzazione del tessuto produttivo”.

Questi dati confortanti possono essere confrontati con il BES, Benessere equo e sostenibile ? Questo nuovo sistema di misurazione del progresso e della felicità della società italiana, proposto da alcuni anni dal Cnel e dallIstat, riuscirà a dare nuove risposte  ai quesiti della così detta  economia del benessere e della felicità” e la rilevazione della qualità della vita per sollecitare una nuova ripresa socio-economica ?

In primo luogo – sostiene Stefano Bruni, componente del Comitato Cnel-Istat per l’individuazione di nuovi indicatori integrativi del Prodotto Interno Lordo  – bisogna capire se sia stata compresa la potenzialità rivoluzionaria del nuovo impianto di misurazione  proposto dal Bes, costruito proprio per realizzare una valutazione del progresso del Paese e delle sub aree regionali e comprensoriali secondo le varie sfaccettature della qualità della vita.

In particolare è essenziale sapere quanti tra i vari operatori socio economici e gli opinion leader sono consapevoli del fatto che oggi la misurazione dello stato di salute delle economie nazionali e regionali  non può più essere solo incentrata sugli scambi monetari, sui prezzi dei prodotti petroliferi piuttosto che sulle monete, ma deve essere integrata con i cosiddetti costi sociali e ambientali. per questo anche il Parlamento e qualche regione comune piu’ sensibile sta adottando nell’elaborazione delle leggi di bilancio il sistema del Benessere Equo e Sostenibile.

Insomma, solo con analisi complete e mirate si possono avere diagnosi precise che consentano poi di definire le ricette giuste per i “mali” della società odierna. Le analisi realizzate dal Bes negli ultimi anni  aiutano, appunto, ad individuare le giuste “cure”.

Ad esempio, nell’ultimo rapporto Bes 2014-2015 – in cui ancora non si avvertivano i segnali attuali di ripresa economica ed occupazionale  – emerse con forza il problema del lavoro. Il 2013, dai dati raccolti, è stato l’anno nero del lavoro, peggio del 2009:

1 –   500mila occupati in meno con incremento delle disuguaglianze territoriali e generazionali;

2 – peggiori indicatori di qualità del lavoro e maggiore presenza di lavoratori con un titolo di           studio superiore a quello richiesto dall’attività svolta (22,1% degli occupati);

3 – soddisfazione per il lavoro in calo rispetto al 2009 e difficoltà di conciliazione tra tempi di lavoro e di vita che si manifestano in modo intenso soprattutto in presenza di figli piccoli (ogni 100 lavoratrici occupate senza figli, le madri occupate con figli piccoli sono solamente 75).

Tale condizione – prosegue Stefano Bruni – ha generato conseguenze anche sul fronte della situazione economica delle famiglie italiane: il potere di acquisto per abitante si è ridotto del 12,7% tra il 2007 e il 2013; la spesa per consumi è diminuita in termini reali di oltre il 6% tra il 2011 e il 2013; la quota dei poveri assoluti è aumentata in un anno del 2,3% ed infine la grave deprivazione, cioè l’indicatore che misura il minimo indispensabile per una vita dignitosa, nel 2010 interessava il 6,9% della popolazione, nel 2012 coinvolgeva il 14,5%, 9 milioni di persone in valore assoluto.

Nel 2014-2015  si registrava inoltre una diminuzione della quota di Prodotto Interno Lordo destinata alla ricerca e allo sviluppo e un calo delle domande di brevetto del 6,1%: dati che confermano il progressivo gap nei confronti del resto d’Europa. Aumenta la criminalità (soprattutto furti in abitazioni e rapine) e diminuiscono i servizi offerti dai Comuni sia sul fronte socio sanitario che su quello dei trasporti locali.

 

Malgrado tutto ciò, il nostro resta un Paese dove il valore e l’intensità delle reti di aiuto solidaristico sono vissuti in modo crescente dai cittadini che ne percepiscono il valore di speranza e sostegno alla qualità della vita, soprattutto in periodi di crisi economica.

Questo spiega perché nell’arco di dieci anni sono cresciute le organizzazioni non profit (oggi sono più di 50 ogni 10.000 abitanti), ma non spiega una certa trascuratezza della politica nei confronti della sussidiarietà. Visti questi dati, argomenta il commento di Stefano Bruni verrebbe da pensare che manchino spazi di prospettiva, peraltro con i dati di una debole ripresa economica nel 2015 e nel 2016.

La voglia di progredire e di intraprendere, di essere padroni del proprio destino per cui impegnarsi e non smettere mai di lottare, specie da parte dei giovani, non si trova sugli scaffali dei supermercati, è in ognuno di noi: se alleconomista spetta il compito di rilevare i dati, a ognuno di noi il compito di credere in se stessi e nella propria comunità.

Vero è che la piena consapevolezza dei dati che derivano dalla crisi è essenziale per capire, ma è la certezza della speranza e della felicità ad essere vera leva del cambiamento. Emergono, infatti, segnali positivi sul fronte della salute: aumenta la speranza di vita italiana che è tra le più alte al mondo, diminuisce la mortalità infantile e quella da tumore degli adulti e rallenta il ritmo di crescita della mortalità da demenza negli anziani.

LItalia ha compiuto passi avanti per la tutela dellambiente e sul fronte dellutilizzo delle fonti rinnovabili per lenergia e, per la prima volta in quarantanni, ha fatto registrare un netto rallentamento della perdita della superficie agricola utilizzata: esiste cioè una possibilità concreta di conservare paesaggi rurali e di destinarli ad un utilizzo nellambito della produzione di alimenti di qualità.

Comunque, il “Bel Paese” rimane il “Bel Paese”: più di 33 beni culturali censiti ogni 100 kmq e un numero di siti Unesco che non ha rivali al mondo.   Tutto questo contribuisce a far si che, malgrado le difficoltà, il 35% della popolazione indichi con punteggi elevati (tra 8 e 10) la soddisfazione della propria vita, con un confortante basso tasso di pessimismo per il futuro .

La voglia di progredire e di intraprendere, di essere padroni del proprio destino per cui impegnarsi e non smettere mai di lottare, specie da parte dei giovani, non si trova sugli scaffali dei supermercati, è in ognuno di noi: se all’economista spetta il compito di rilevare i dati, a ognuno di noi il compito di credere in se stessi e nella propria comunità.