Federica Marchetti

(NewTuscia) – Dal 1929 i Gialli Mondadori sono un’imperdibile appuntamento in edicola per giallisti e giallofili. Autori italiani e autori stranieri, classici e inediti, apocrifi e libri in serie, ce n’è per tutti i gusti.il_ritorno_del_gn_2015_con_foto_1_201503241110711_vobttotxuimpp2kg8m00uchgb Il romano Enrico Luceri, vincitore del Premio Tedeschi nel 2008 con il romanzoIl mio volto è uno specchio, torna con una nuova indagine, ingarbugliata e intensa, degna della migliore tradizione del giallo classico.

La storia si apre nel 1985 nella mezz’ora d’intrattenimento calcistico in una scuola elementare immersa in un generale senso di confusione quasi surreale. Poi, rapidamente la scena si sposta nel 2010. In una Napoli condannata a vivere in equilibrio fra l’immagine da cartolina e quella della convivenza con la criminalità organizzata, vengono ritrovati, uno dopo l’altro, tre cadaveri. Tre corpi bruciati vivi. Due donne e un bambino che, all’apparenza, non hanno niente in comune. Il commissario Antonio Buonocore, fumatore accanito, solitario, uomo eccentrico ma d’intuito, capisce subito che i delitti non sono l’opera di un serial killer ma di qualcuno che uccide per un motivo tutto personale, di un’ingiustizia da sanare. Nel suo diabolico rituale l’ombra torna dal passato e mette in scena la sua spietata esecuzione.le_colpe_dei_figli1_201503271114252_xntzgwx9760p0121is8nrx4mg Mentre il sostituto procuratore Pierannunzi vuole sfuggire al clamore mediatico e contrasta le teorie di Buonocore, al commissariato arriva Angela Garzya, ispettore capo dell’Unità di Analisi del Crimine Violento per affiancare le indagini. Provare a catturare l’intuizione è come prendere al volo il filo dell’aquilone che fugge via ma basta saper cogliere l’istante in cui si riesce ad afferrare e il gioco è fatto. Buonocore con il sovrintendente Macchia e la Garzya si buttano a capofitto nell’indagine, senza un attimo di tregua, per evitare che l’omicida colpisca ancora. In una spirale di indizi, sospetti, interrogatori, sopralluoghi, telefonate e confronti, i tre si avvicinano, passo dopo passo alla verità mentre là fuori il killer agisce, fino alle ultime pagine, indisturbato e al di sopra di ogni sospetto. 

Con maestria, Luceri ci racconta una vicenda ricca di suspense e colpi di scena che mantiene il lettore con le lacrime agli occhi fino all’ultima pagina. Un’emozione dopo l’altra accompagna l’indagine, complessa e ingarbugliata come una matassa dal cui bandolo dipende la vita di un’ultima vittima innocente. Dialoghi serrati, azione ma anche riflessioni del protagonista in una città indolente, rassegnata, allo sbando. Un movente terribile, personale, difficile da rintracciare come accade nelle storie dei gialli classici che, senza rifugiarsi dietro malavita e delinquenza metropolitana, mette in scena l’omicidio più imprevedibile: quello privato, quello che si insinua nelle famiglie, nelle storie anonime di personaggi innocui ma determinati a rimediare alle ingiustizie del mondo.

 

E dall’inizio alla fine del romanzo una domanda torna nella mente del lettore, incalzata dalle battute di Macchia e Garzya: “Riuscirà Buonocore a smettere di fumare?”.


Una domanda all’autore

Perché uno scrittore romano decide di ambientare un romanzo a Napoli?le_colpe_dei_figli_enrico_luceri_201503271111217_z7nidkpc1nxoe3b6n0415707m

Scelgo l’ambientazione delle mie storie chiedendomi quale sia la più verosimile per la trama, i caratteri dei personaggi e i loro rapporti. In questo senso deve essere una località realistica e non reale, una sorta di quinta o fondale dove si svolgono le scene del romanzo, non una precisa collocazione geografica. L’ambiente deve contribuire a creare l’atmosfera, in una realtà parallela, distinta e distante da quella effettiva. Non a caso, ho ambientato altri miei romanzi in Umbria, in città o località di provincia, perché mi sembrava lo scenario più adatto per quelle trame (per esempio, Il mio volto è uno specchio, pubblicato da Mondadori, e Le strade di sera, edito da Hobby&Work).