Rapporto Istat 2016, Italia fuori dalla povertà. Sarà vero?

Stefano Stefanini

(NewTuscia) – VITERBO – Se nel 2015 l’Italia è uscita finalmente dalla crisi, registrando per la prima volta dopo tre anni una crescita del Prodotto Interno Lordo,  nel Paese crescono le diseguaglianze dal punto di vista della distribuzione del reddito, ciò è dimostrato particolarmente dallo stato di povertà assoluta in cui versa il 7,6 della popolazione italiana, secondo l’ultimo rapporto elaborato dell’Istat.

Le famiglie povere sono soprattutto quelle numerose, molte delle quali di origine straniera.

Nel 2015 l’Istat stima che le famiglie in condizione di povertà assoluta siano pari a 1 milione  e 582 mila e gli individui risulterebbero  4 milioni e 598 mila  (il numero più alto dal 2005).

L’incidenza della povertà assoluta si mantiene stabile negli ultimi tre anni per le famiglie cresce invece se misurata in termini di persone (7,6% della popolazione residente nel 2015, 6,8% nel 2014 e 7,3% nel 2013). Questo perché riguarda le famiglie più numerose. In aumento al Nord, in particolare per gli stranieri, la povertà colpisce chi vive in città, gli anziani e i bassi redditi.

Questo andamento nel corso dell’ultimo anno si deve principalmente all’aumento della condizione di povertà assoluta tra le famiglie con 4 componenti (da 6,7 del 2014 a 9,5%), soprattutto coppie con 2 figli (da 5,9 a 8,6%) e tra le famiglie di soli stranieri (da 23,4 a 28,3%), in media più numerose. L’incidenza della povertà assoluta aumenta al Nord sia in termini di famiglie (da 4,2 del 2014 a 5,0%) sia di persone (da 5,7 a 6,7%) soprattutto per l’ampliarsi del fenomeno tra le famiglie di soli stranieri (da 24,0 a 32,1%). Segnali di peggioramento si registrano anche tra le famiglie che risiedono nei comuni centro di area metropolitana (l’incidenza aumenta da 5,3 del 2014 a 7,2%) e tra quelle con persona di riferimento tra i 45 e i 54 anni di età (da 6,0 a 7,5%).

L’incidenza di povertà assoluta diminuisce all’aumentare dell’età della persona di riferimento (il valore minimo, 4,0%, tra le famiglie con persona di riferimento ultrasessantaquattrenne) e del suo titolo di studio (se è almeno diplomata l’incidenza è poco più di un terzo di quella rilevata per chi ha al massimo la licenza elementare). Si amplia l’incidenza della povertà assoluta tra le famiglie con persona di riferimento occupata (da 5,2 del 2014 a 6,1%), in particolare se operaio (da 9,7 a 11,7%). Rimane contenuta tra le famiglie con persona di rifesoldirimento dirigente, quadro e impiegato (1,9%) e ritirata dal lavoro (3,%). Anche la povertà relativa risulta stabile nel 2015 in termini di famiglie (2 milioni 678 mila, pari al 10,4% delle famiglie residenti dal 10,3% del 2014) mentre aumenta in termini di persone (8 milioni 307 mila, pari al 13,7% delle persone residenti dal 12,9% del 2014).

Analogamente a quanto accaduto per la povertà assoluta, nel 2015 la povertà relativa è più diffusa tra le famiglie numerose, in particolare tra quelle con 4 componenti (da 14,9 del 2014 a 16,6%,) o 5 e più (da 28,0 a 31,1%). Peggiorano le condizioni delle famiglie con membri aggregati (23,4% del 2015 da 19,2% del 2014) e di quelle con persona di riferimento in cerca di occupazione (29,0% da 23,9% del 2014), soprattutto nel Mezzogiorno (38,2% da 29,5% del 2014) dove risultano relativamente povere quasi quattro famiglie su dieci.

 

Per lIstat la lieve ripresa proseguirà anche nel 2016.

L’Istat  già nel rapporto annuale 2016 reso noto lo scorso maggio , aveva previsto la lieve ripresa per il 2016 sottolineando, tuttavia,   che sarebbero emerse differenze di genere, di età, di titolo di studio e di posizione contrattuale, in particolare la stabilità dell’occupazione, e la famiglia di provenienza. “Dopo la recessione degli ultimi tre anni, nel 2015 il Pil in volume ha segnato una moderata crescita (+0,8%), che riflette la marcata accelerazione dell’attività nel primo trimestre e il progressivo rallentamento nel resto dell’anno”. La lieve ripresa, prosegue l’Istat proseguirà anche nel 2016. Se il dato, dal punto di vista macroeconomico, lascia bene sperare, non può essere sottovalutato però il fatto che in Italia la disuguaglianza nella distribuzione del reddito è aumentata in dieci anni (1990-2010).

La condizione dei giovani, con la scarsa accessibilità al mondo del lavoro. I giovani senza lavoro sono costretti a restare sempre più a lungo in famiglia, si sposano tardi, fanno un lavoro per il quale sono troppo qualificati e a volte neanche la laurea sembra essere sufficienti.

Giovani troppo istruiti. Oltre un ragazzo su tre tra i 15 e i 34 anni è “sovraistruito”, troppo qualificato per il lavoro che svolge. La quota è 3 volte superiore a quella degli adulti (13%).Tra i giovani inoltre è più diffuso il part time, soprattutto involontario. Da qui la necessità di restare a lungo nella casa natale.

Bamboccioni per forza. Più di 6 giovani su 10 (62,5%) tra i 18 e i 34 anni hanno vissuto ancora a casa con i genitori. L’Istat sottolinea per  il 2016 che il dato ha riguardato nel 68% dei casi i ragazzi e nel 57% le ragazze. Nel contesto europeo l’Italia si schiera quindi in pieno con le medie dei paesi mediterranei.

Studenti ad oltranza. Altro effetto della mancanza di lavoro il proseguimento ad oltranza degli studi. Rispetto a una ventina di anni fa sono quasi raddoppiati i giovani che a tre anni dalla laurea non cercano lavoro, la maggior parte perché ha deciso di continuare a studiare. A tre anni dal conseguimento del titolo, nel 1991 i laureati occupati erano il 77,1%. Questo valore è sceso al 72% nel 2015, anno nel quale non cercano lavoro circa il 12,5% dei giovani laureati.

Matrimoni sempre più tardi. 

Aumenta l’età di chi decide per la prima volta di sposarsi: lo conferma l’Istat con il suo Rapporto Annuale 2016, secondo il quale la media del primo matrimonio delle donne è stata, nel 2014, di 30 anni e 7 mesi. Inoltre la famiglia tradizionale – composta cioè dalla coppia coniugata con due figli – non è più il modello dominante, visto che rappresenta meno di un terzo dei nuclei familiari (33%). Allo stesso modo le nuove forme di famiglie sono più che raddoppiate: quelle unipersonali e quelle ricostituite.

Allarme al Sud: una famiglia su quattro senza lavoro.

In Italia 2,2 milioni di famiglie  vivono senza redditi da lavoro. È il dato relativo al 2015. Infatti le famiglie “jobless” sono passate dal 9,4% del 2004 al 14,2% dell’anno scorso e nel Mezzogiorno raggiungono il 24,5%, quasi un nucleo su quattro.

Italia insufficiente in campo della sicurezza sociale e la lotta alle nuove povertà.

Il sistema di protezione sociale italiano è tra quelli europei “uno dei meno efficaci”. Lo rileva il Rapporto annuale Istat 2016, evidenziando come “la spesa pensionistica comprime il resto dei trasferimenti sociali”, aumentando il rischio povertà. Nel 2014 il tasso delle persone a rischio si riduceva dopo il trasferimenti di 5,3 punti (dal 24,7% al 19,4%) a fronte di una riduzione media nell’Ue di 8,9 punti. Solo in Grecia il sistema di aiuti è meno efficiente che in Italia.

Gaetano Alaimo

Giornalista iscritto all'Albo dal 2002. Ha collaborato al Messaggero di Viterbo per 4 anni. Ha diretto prima Ontuscia.it e dal 2008 dirige NewTuscia.it. A Tele Lazio Nord conduce "Luce Nuova sui fatti", trasmissione settimanale di approfondimento tematico in onda il giovedì alle 21