Tiziana Agnitelli
(NewTuscia) – “La firma è l’autoritratto di chi scrive, la nostra biografia in sintesi” così riassumeva la grande mente di Max Pulver.
Il Grafologo guarda e osserva la scrittura e cerca di individuare e attribuire un significato psicologico ai segni, anche perché la scrittura “registra” le nostre esperienze emotive e di vita e l’inconscio fa la sua parte nel creare l’immagine delle stesse.
La grafia riesce a veicolare un messaggio comunicativo al di là della volontà del suo autore; infatti “chi scrive sta comunicando inconsapevolmente qualcosa di se stesso agli altri”. Quindi, mentre si sta scrivendo esiste un legame sottile che si dipana tra volontà e inconscio, tra forma e movimento, tra i “vorrei” e i “sono”, ma tale concetto non è totalmente valido per ciò che concerne la firma, la quale è una rappresentazione di noi stessi, è pensata, studiata e infine, scelta dallo scrivente.
L’apposizione orgogliosa della propria prima firma, credo che se la ricordino un po’ tutti, certamente un po’ impacciata, probabilmente imitata da qualche adulto, magari da uno dei due genitori, poi sempre più, con l’uso e il trascorrere del tempo, personalizzata fino a diventare la rappresentazione di “noi”, il “sunto” di ciò che siamo e vorremmo essere: il gesto con il filo di inchiostro che si dipana e che rende valido quello che sottoscriviamo ai nostri occhi e agli occhi del mondo, un gesto che ci lega in matrimonio, che ci fa assumere la responsabilità di tutto ciò che realizziamo professionalmente, che ci accompagna per tutta l’esistenza, anche nei momenti più drammatici come per il consenso informato in caso di malattia in ospedale, per gli atti di separazione o di divorzio o per la morte di una persona cara.
Perciò, il grafologo deve osservare bene la firma e il “sentiero di inchiostro” e andare “oltre” la volontà del soggetto di creare il proprio “Io sociale”, il prodotto che piace e è accattivante per sé e gli altri, deve cogliere, invece, quei piccoli segni inconsapevoli che mostrano il cuore e tutto ciò che silente ci rappresenta, iniziando dalla gestione dello spazio grafico per finire all’omogeneità o disomogeneità tra la firma e la grafia che fanno trasparire aspetti del vero “Io”.
Nell’eseguire il mio studio grafologico della firma dei tipi psicologici che “vivono e sopravvivono” nel mondo forense, ho sottoposto alle persone che si sono cortesemente e amabilmente prestate, un questionario concernente alcune domande sull’evoluzione della loro firma, sulla preferenza degli strumenti grafici e se in condizioni di stress o comunque in base agli atti importanti su cui nel tempo hanno apposto la loro firma notassero delle modifiche o dei cambiamenti della stessa: li ho forniti di un cartoncino di carta pregiata completamente bianco e li ho lasciati liberi di esprimersi e di decidere, quindi, come e dove firmare in modo tale da valutare sia la genesi e lo sviluppo della firma sia gli aspetti grafologici della stessa che la gestione dello spazio e pertanto, la collocazione del soggetto nel “mondo” esterno.
Nei prossimi articoli estrinsecherò i risultati dello studio che ho eseguito e i profili grafologici studiati e ricompresi nei tipi psicologici forensi.















