Il 13 marzo rappresenta per Viterbo una data assai rilevante, nel 1271, infatti, la cittadina fu protagonista di uno degli episodi più significativi e cruenti della storia medievale: l’uccisione di Enrico di Cornovaglia, evento che ebbe particolare risalto sia sulle cronache locali che internazionali.
Viterbo all’epoca viveva le complesse vicende del Conclave, che si protrasse dal 1268, anno della morte di Clemente IV, al 1271, anno di elezione di Gregorio X.
Secondo le fonti, proprio al fine di accelerare i tempi dell’elezione pontificia, l’11 marzo 1271 giunsero a Viterbo Carlo I d’Angiò, re di Sicilia e Filippo III, re di Francia; al seguito del d’Angiò era il principe Enrico di Cornovaglia, cugino di re Edoardo I d’Inghilterra. Di passaggio in città anche Guido e Simone di Montfort, figli del conte di Leicester, che, postosi a capo di una rivolta baronale, nella battaglia conclusiva di Evesham del 1265, fu ucciso, straziato e oltraggiato dal principe Edoardo.
Il 13 marzo del 1271, Enrico, intento ad assistere alla messa nella chiesa del Gesù, fu raggiunto dai Montfort, che, per vendicare l’uccisione del padre e non curanti della sacralità del luogo, irruppero nella chiesa, rincorsero il principe e lo colpirono ai piedi dell’altare, dove aveva tentato invano di rifugiarsi.
Guido, a ricordo dell’oltraggio reso al corpo del genitore, trascinò la vittima, ancora agonizzante, sulla piazza e la mostrò ai presenti.
L’efferato omicidio non lasciò indifferente il nuovo pontefice Gregorio X, che privò il Montfort di beni e titoli nobiliari; reintegrato nel 1283 da papa Martino IV, fatto prigioniero dagli Angioini nel 1287, fu rinchiuso nel carcere di Messina.
L’episodio suscitò enorme clamore e sdegno, tanto da indurre Dante Alighieri a collocare Guido nel cerchio dei violenti contro il prossimo:
Mostrocci un’ombra da l’un canto sola, dicendo: “Colui fesse in grembo a Dio
lo cor che ‘n su Tamisi ancor si cola” (Inferno XII vv. 118-120).















