"IL RITORNO DEL GATTO NERO". IN UN VILLAGGIO INGLESE DI SHELLEY SMITH


11/05/2015

Federica Marchetti

(NewTuscia) - Un mystery in puro stile inglese: atmosfera, suspense e ritmo, tutto orchestrato alla perfezione a beneficio del lettore che resta inchiodato alla storia fino all’ultima riga.

I gialli che pubblica l’editore Polillo hanno il grande merito di riportare il genere alle origini come In un villaggio inglese che Shelley Smith pubblicò nel 1956 (con il titolo The Lord Have Mercy). Niente effetti speciali, né ultime tecnologie, né alta velocità. Tutto avviene attraverso fiumi di parole che talvolta lasciano l’immagine immobile per intere pagine. L’azione è ridotta all’essenziale, i personaggi osservati nei loro piccoli universi, i gesti spiati diventano i protagonisti insieme alle parole pronunciate quasi sottovoce insieme a quelle sottintese, riportate, inventate e rubate. La morte, se di delitto si può parlare, c’è ma avviene a pagina 122.

La suspense cresce dall’inizio fino alla fine della storia: la morte di Editha, la moglie del dottor Robert Mainsbridge, criticata e detestata dall’intera comunità, non interrompe l’unico passatempo degli abitanti di questo anonimo e immobile villaggio inglese mai nominato, quello di sparlare di tutti. Il verdetto della misteriosa morte rimane aperto e la donna, che ha ingerito dell’amilobarbitone di sodio, forse per sbaglio o forse per mano di qualcuno, riposa ma non in pace. Nella storia si inserisce il fratello della vittima, Harry un losco individuo, che nell’ultimo giorno di vita di Editha le aveva “scucito” del denaro. E nelle ore in cui la moglie moriva il dottore, a spasso per il bosco di faggi, aveva incontrato Catherine Duncton, da sempre innamorata di lui.

Editha, sposa insoddisfatta e rabbiosa, meditava di partire per la Spagna con “l’amica” Leslie Crispin legata alla gelosa Naomi Ryder che il giorno della morte sospetta aveva deciso di fare due chiacchiere con la moglie del medico per poi cambiare idea all’ultimo minuto. Sebbene l’antefatto prepari ad una esplosione, quello che accade dopo è un’immobile operazione collettiva di isolamento nei confronti del povero dottor Mainsbridge che perde i pazienti, la fiducia nel genere umano, la stima di se stesso e la possibilità di una vita normale. Poi di nuovo un’escalation di fatti accompagna la storia che volge verso l’epilogo: l’arrivo in casa di una subdola governante tale Mrs Thrale che lascia l’uomo, sul baratro dell’alcoolismo.

Ma accade che i suoi pazienti cominciano a morire e la gente gli si rivolta contro. Lui si lascia sempre più andare all’autocommiserazione fino ad ubriacarsi tutte le sere insieme alla nuova domestica irlandese … fino alla sera in cui Catherine Duncton, da sempre innamorata di lui, bussa alla sua porta e gli chiede indietro la vita che l’uomo sta buttando via. Nel tentativo di redimerlo Catherine inverte il tempo e tutto sembrava ricominciare da capo, come un rituale religioso. Compresi i pettegolezzi, le congetture e i sospetti nei confronti della nuova moglie del dottore che sembra aver paura dell’uomo. Ma non si può sfuggire al proprio destino e per il finale la trama scivola in una vera e propria tragedia greca

 

Scritto in una lingua asciutta e scorrevole, il romanzo è considerato uno delle 100 migliori crime story nella lista del “Sunday Times”.

 

Due righe sull’autrice.

Shelley Smith (1912-1998) è lo pseudonimo di Nancy Hermione Courlander nata in Inghilterra e trasferitasi in Francia. Ha esordito come narratrice nel 1942 ed ha scritto 15 romanzi polizieschi. Autrice anche di opere non di genere smise di scrivere nel 1987. È morta nel Sussex all’età di 87 anni.

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