"IL RITORNO DEL GATTO NERO". PÉTRONILLE DI AMÉLIE NOTHOMB (VOLAND EDIZIONI, 2015)


03/04/2015

Federica Marchetti

(NewTuscia) - L’antichrista della letteratura francofona è tornata con il ventiduesimo romanzo, il meno surreale dei suoi lavori e anche uno dei migliori dove racconta la sua idea di amicizia.

Sinteticamente potremo esordire dicendo che la Francia, lo champagne, e l’amicizia sono i tre temi che Amélie Nothomb celebra nel suo ultimo romanzo. La vicenda parte autobiografica dalla stessa Nothomb che racconta in prima persona la sua arte di bere champagne. Alla ricerca di una compagna di bevute, sulla trentina, la scrittrice individua in Pétronille Fanto, una lettrice con cui intrattiene rapporti epistolari, la compagna ideale. Nasce così una strana amicizia fatta di champagne, di lunghe assenze, di strane discussioni con una ragazza speculare che, figlia di comunisti della banlieue, ribelle, anticonformista e autodidatta, diventa scrittrice ma non di successo come lei. Di pagina in pagina, di anno in anno, l’intesa non accresce la confidenza tra le due. La Fanto mantiene il riserbo su molti dettagli della sua vita fino a quando rivela ad Amélie che per guadagnare denaro sperimenta farmaci per laboratori farmaceutici. Compromessa profondamente la sua salute la giovane rincontrerà la Nothomb in un finale a sorpresa che lascerà di stucco il lettore.

Dall’inizio alla fine, tra le pagine di Pétronille, ho cercato disperatamente la Nothomb conosciuta: quella inverosimile, nascosta tra le pieghe della metafora e della follia; la stessa che, nell’originalità degli intrecci quasi senza trama e delle svolte improbabili, trascina il lettore in un delirio senza uscita. Ma è solo grazie alla sua lingua diretta, lucida e coerente che l’autrice svela la sua riconoscibilità fino al finale, tipicamente nothombiano, che è come un risveglio dallo stordimento e annuncia il suo trepidante ritorno.

Amélie Nothomb ha rivelato che la scrittrice e amica Stéphanie Hochet le è servita come modello per l’inafferrabile Pétronille. Così in un vero e proprio divertissement, l’ha descritta e fisicamente e ha citato i suoi romanzi cambiandone i titoli. Inoltre l’incontro londinese con la stilista inglese Vivienne Westwood è realmente accaduto così come viene descritto nel romanzo.

Amélie Nothomb è una delle scrittrici più originali degli ultimi anni. Figlia di un barone, ambasciatore del Belgio in Giappone, è nata a Kobe nel 1967 ma ha vissuto anche in Cina, in Bangladesh, a New York e a Bruxelles. Amélie ha una sorella, Juliette, poetessa. Nel 1992 Amélie ha debuttato come scrittrice con Igiene dell’assassino e da allora pubblica un romanzo all’anno. Autrice prolifica, scrive tre-quattro libri all’anno e pare sia arrivata all’ottantunesimo. Ogni volume è come un parto, di difficile e sofferta gestazione ma la paura dell’autrice, ogni volta, è che quello appena finito sia l’ultimo. Scrivere è fatica ma per lei sarebbe molto più difficile vivere senza scrittura: ha passato più di metà della sua vita a farlo. Praticamente, isolata nella sua inespugnabile casa, vive scrivendo. Tutti i giorni si alza alle quattro e beve mezzo litro di tè nero, abbigliata con la sua tuta arancio che lei definisce “nucleare”. Ormai è ricchissima. Non ha computer, né telefono e nemmeno la televisione. Scrive ovunque ma sempre a mano, con la penna stilografica. È considerata un’icona, un’autrice di culto da parte dei suoi fedeli lettori, i “nothombophiles”, pazzi di lei e dei suoi personaggi: obesi, assassini, perversi, eccessivi, rabbiosi, ossessivi, voluttuosi. In Italia è pubblicata dall’editore romano Voland a cui Amélie Nothomb è rimasta fedele fin dal suo esordio letterario.

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