Roma. Parole chiare su Alitalia: il Partito Comunista Italiano è a fianco dei lavoratori

NewTuscia – ROMA – Mentre è in corso, a Casal Bruciato a Roma, la Conferenza Nazionale sul Lavoro promossa dal Partito Comunista Italiano, si affollano le vicende di crisi. Una in particolare, quella di Alitalia. Così, Cristina Cirillo, segretaria comunista di Roma e candidata sindaco per le amministrative della capitale, ha preso la parola, presente il segretario nazionale del partito Mauro Alboresi, e di fronte alla platea operaia ha svolto un appassionato, lucido, chiaro intervento su Alitalia. “ “Più Stato, meno mercato” per il PCI non è uno slogan futuribile: è la scelta che va confermata subito, oggi. Chi non lo fa o è contro i lavoratori, o è in combutta – consapevole o inconsapevole – con gli ambienti finanziari, siano essi americani, arabi o altro. Questo riguarda anche e soprattutto un asset quello del trasporto aviario (così come attiene al trasporto ferroviario e a quello navale) e quindi Alitalia e la compagnia di bandiera che deve garantire l’autonomia del Paese in questo ambito strategico, industriale, di servizio. – ha esordito la segretaria comunista – Questo è un convincimento che il Partito Comunista Italiano ha dalla sua nascita, come testimonia una delle “tesi” alla base di chi siamo e cosa perseguiamo: “La ri-pubblicizzazione di aziende e settori strategici, a partire da quelli per i quali lo Stato ha già investito ingenti risorse e/o detiene quote azionarie, con strumenti di controllo democratico sulla loro gestione da parte dei lavoratori e dei cittadini. In questo contesto, essenziale è la costituzione di un Polo finanziario e bancario pubblico, avente come ragione sociale il sostegno a una politica industriale che promuova la creazione di lavoro buono e sia rispettosa degli equilibri ambientali”. E’ importante partire da qui. Perché la drammaticità di quanto sta accadendo attorno ad Alitalia, non può essere vissuto – come spesso fanno i media – come fosse una questione di bilanci, di gioco del risiko industriale internazionale, o di imboscate politiche tra vari stati, tra governi, nel nostro Paese tra compagini. No, la drammaticità non sta qui. La drammaticità è quella sulla pelle dei lavoratori, non dieci, non cento, ma migliaia. Addirittura la maggior parte dei lavoratori oggi in Alitalia e nell’indotto. Inoltre, per la particolarità della struttura e aziendale, la gravità di tale dramma si concentra su Roma e dintorni dove risiede la maggior parte degli esuberi e tagli previsti dalle varie ipotesi che partono dal bilancio invece che dalla strategia del bene del Paese e dai lavoratori, i loro diritti, la loro dignità. La crisi di Alitalia dura con fasi alterne da quasi trent’anni. – continua nella denuncia e proposta dei comunisti, la candidata sindaco della capitale – Fondata a Roma il 16 settembre 1946 con il nome di Alitalia–Aerolinee Italiane Internazionali, Alitalia opera il primo volo il 5 maggio 1947 sulla rotta Torino-Roma-Catania.  All’inizio del 2008 Alitalia si presenta con una situazione economico-finanziaria disastrosa. Per rimediare a tale situazione il governo italiano di centro destra allora guidato da Berlusconi per la  XVI Legislatura (dal 29 aprile 2008 al 23 dicembre 2012), si attivò quindi per trovare un possibile acquirente che potesse comprare la compagnia come un unico elemento. Alla fine dell’anno è Compagnia Aerea Italiana SpA (CAI) a presentare al commissario della procedura l’offerta vincolante per l’acquisizione dei beni e degli asset dell’azienda, scorporando la “bad company” dalla “good company”. Nel dicembre 2008 CAI sottoscrive il contratto con quale acquista gli asset di Alitalia (tra cui Linee Aeree Italiane SpA) per la cifra esagerata di circa 1 miliardo di euro. . Il 2013 vede Alitalia di nuovo vicina al fallimento. Dopo aver concluso il nuovo aumento di capitale da 300 milioni si dimette il cda e il presidente della compagnia, Roberto Colaninno. Il governo è così costretto a cercare un altro partner per la compagnia. Dopo alcune ricerche è Etihad ad acquisire il 49% di Alitalia nell’agosto del 2014.  La compagnia di bandiera degli Emirati Arabi Uniti versa circa 565 milioni di euro. Il bilancio di quell’anno però vedrà ancora una volta una perdita, questa volta di 580 milioni di euro. Il piano di tagli alle spese da parte del nuovo azionista riporterà le perdite sotto i 200 milioni nel 2015. Nel 2016 Etihad prova a fare qualche cambio strategico: 2000 esuberi di personale, riduzione delle tratte relative al breve e medio termine, (dove RyanAir domina su tutte le compagnie), e attacco deciso a molti oneri finanziari iscritti nel bilancio. Fallisce così il piano di rilancio di Etihad che prevedeva il break even nel 2017. Da novembre 2014 al commissarimento il presidente della compagnia è Luca Cordero di Montezemolo, l’ad il manager australiano Cramer Ball e il vicepresidente James Hogan (già presidente di Etihad Airways). Nell’aprile 2017 la compagnia firma assieme a sindacati e associazioni professionali un preaccordo sul nuovo piano di ristrutturazione economico dell’azienda, il cui testo verrà sottoposto ai 12.500 lavoratori tramite referendum. Il pre-accordo oggetto del referendum prevede la riduzione degli esuberi da 2037 a 980 tra il personale di terra, con la cassa integrazione straordinaria per gli ultimi due anni e l’integrazione del Fondo di settore, fino ad arrivare all’80% della retribuzione. – così prosegue Cristina Cirillo – I soggetti destinati a pagare di più a causa di questo accordo sono i 558 lavoratori a tempo determinato e i 141 esuberi operanti all’estero. Da ricordare inoltre il taglio della retribuzione dell’8% e i riposi annuali che passano da 120 a 108. Il referendum vede una netta vittoria del no: il 67% dei lavoratori Alitalia boccia il preaccordo per la ricapitalizzazione della compagnia, portandola così verso l’ipotesi di amministrazione straordinaria. Il 2 maggio 2017 il Mise chiama a guidarla tre commissari Luigi Gubitosi, Enrico Laghi e Stefano Paleari. L’anno successivo, nel 2018 prende corpo un’operazione di sistema con la regia delle Fs, con la partecipazione di Atlantia e un partner internazionale, Delta, che però non intende andare oltre il 10%. Arriva anche un nuovo commissario Giuseppe Leogrande. L’eterno dossier è sempre in stallo ma poi il governo giallorosso, con il decreto Cura Italia, fa tornare Alitalia sotto l’ala pubblica. In piena pandemia, il secondo esecutivo Conte ha deciso di creare una nuova compagnia per rilanciare il marchio Alitalia e l’ha affidato a Fabio Lazzerini (amministratore delegato) e Francesco Caio (presidente). Nasce la newco Tai, Trasporto aereo italiano; una compagnia aerea interamente controllata dal ministero dell’Economia. La crisi politica ha ulteriormente complicato il dossier. La newco Italia Trasporto Aereo doveva decollare ad aprile, e non è escluso che la partenza possa slittare a ottobre. Ora, l’attesa è tutta concentrata sul nuovo bando di gara per la cessione degli asset dopo che la Ue ha chiesto che ce ne dovrà essere uno nuovo aperto, trasparente, non discriminatorio. Forse non è chiaro ai tanti che il  vero problema è la liquidità della società. La situazione è anche oggi molto delicata con il commissario Giuseppe Leogrande che chiede altri soldi per poter pagare gli stipendi. I problemi di cassa per la compagnia di bandiera sembra non finiscano mai. A Bruxelles, infatti, la decisione della Commissione europea di definire aiuti di Stato il prestito ponte deciso nel 2017 dal governo Gentiloni è diventato il casus belli nel dibattito sul ruolo della vigilanza in materia di concorrenza. Non tanto per i tempi di restituzione dei 900 milioni di denari pubblici, che normalmente dovrebbero rientrare nel giro di sei mesi, ma per il modo in cui si è mossa la Commissione. Ci domandiamo per quale ragione la Commissione abbia deciso di entrare nella vicenda Alitalia a più di quattro anni di distanza dai fatti e ci chiediamo quale sia la ragione per la quale si è voluto fare un favore ai governi italiani del 2018 e del 2019 (da Gentiloni a Conte) quando era chiaro che il prestito ponte era un aiuto di Stato che peraltro ha fatto scattare anche le denunce di altri Paesi e di altri vettori . Del resto – sottolinea la candidata comunista – gli aiuti di Stato non sono di per sé illegali, ma sono concessi da Bruxelles a condizione che ci sia una ristrutturazione della compagnia che ne beneficia. Nel caso Alitalia, la Commissione non è intervenuta quando avrebbe dovuto, ma ha deciso di farlo solo ora che i giochi sono fatti. A questo punto, l’intervento sembra serva solo ad aiutare l’attuale governo nella trattativa con i sindacati, e la Commissione si è piegata per fare un favore politico ai governi italiani. Oggi ci ritroviamo con l’Alitalia che dispone di una flotta di 121 aerei, di cui 25 di lungo raggio (11 Boeing 777-200 LR, 14 Airbus A330-200), 76 di medio raggio (12 Airbus A321, 42 Airbus A320, 22 Airbus A319) e 20 regionali (5 Embraer 190 e 15 Embraer 175). Nel 2016 Alitalia ha trasportato 22,6 milioni di passeggeri. Il vettore conta nel complesso 83 destinazioni (di cui 28 nazionali e 55 internazionali) ed è incentrata su 6 basi di riferimento: Roma Fiumicino, Milano, Torino, Venezia, Napoli e Catania. La società opera sia nel settore passeggeri che in quello cargo. Oggi  – denuncia con vigore la segretaria del PCI romano – 18 settembre 2021 il fronte di Alitalia è rovente. . I numeri indicano la gravità della situazione: ITA inizierà con l’assunzione di 2800 persone su quasi 11mila del settore aviation. Il numero complessivo massimo sarà di 5.750 dipendenti nel 2025. Così i lavoratori senza risposte nè futuro protestano, Roma centro delle proteste e dell’emorragia occupazionale con 40mila addetti dello scalo di Fiumicino, tra personale Alitalia e indotto, a rischiare il posto. Estensione della cassa integrazione almeno fino al 2025, mantenimento del CCNL senza deroghe e garanzie per tutti gli appalti dell’indotto: sono le richieste che stanno guidando le protesta nel cuore di Roma. Oggi i lavoratori stanno pagando pesantemente anni di errori nella gestione della compagnia di bandiera, che insieme alle inevitabili misure adottate dal Governo per contrastare la diffusione del virus Sars Cov 2 hanno generato ripercussioni molto pesanti che hanno profondamente segnato il settore del trasporto aereo ma anche il trasporto locale, il commercio, le manutenzioni, i servizi, l’assistenza a terra e tutto l’indotto. Più di 40mila addetti sono ora in grandi difficoltà e per migliaia di loro, provenienti da Alitalia, la prospettiva è la perdita del posto di lavoro e del reddito: un’ecatombe. In tutta Europa le istituzioni hanno messo in campo misure straordinarie per la difesa dell’occupazione in questo settore e per il suo rilancio mentre, al contrario, la rottura del confronto sindacale e le dichiarazioni dei vertici di ITA imprimono un’accelerazione negativa che deve essere interrotta. Da quando è iniziata la crisi di Alitalia, il nostro territorio è ancora una volta penalizzato da scelte incomprensibili, prive di visione e di conoscenza della realtà del trasporto aereo. Per gli errori politici del passato, la distrazione totale della politica nazionale, questo Governo  incapace di costruire alleanze, di perseguire obiettivi ambiziosi di rilancio, di farsi carico di soluzioni che non abbandonino le lavoratrici e i lavoratori a un triste destino, i lavoratori oggi ci chiedono di fare sistema paese insomma. Mancano  28 giorni al 15 ottobre, – conclude con durezza e chiamando i lavoratori a considerare il PCI loro totale alleato senza condizioni – la data prevista per l’avvio dei voli di Ita. Intanto i commissari di Alitalia hanno dato il via alla gara per la vendita del marchio della vecchia compagnia. La gara per aggiudicarsi il brand Alitalia si svolgerà in due fasi, con anche la possibilità di rilancio del prezzo. Il prezzo a base è pari a 290 milioni di euro, oltre Iva e oneri fiscali ai sensi di legge. Il brand Alitalia sarà reso disponibile all’aggiudicatario entro il 31 dicembre 2021. Ci troviamo di fronte alla prospettiva dell’affossamento di un asset industriale e occupazionale importante per il territorio e per questo chiediamo come partito un confronto strutturato con il governo, l’amministrazione regionale e con le istituzioni locali per trovare le opportune misure a tutela del lavoro e dello sviluppo, per individuare le soluzioni per le migliaia di addetti interessati a partire da politiche attive e formazione, chiediamo ammortizzatori sociali per tutta la durata del piano, fino al 2025, portare la cigs che scade il 22 settembre al rinnovo di almeno l’80% dello stipendio effettivo. Il governo non risponde, noi comunisti invece, il PCI, siamo di nuovo al fianco dei lavoratori.”