Le conseguenze del Covid-19 sulle PMI della Tuscia

NewTuscia – ROMA – Il 2020 è stato un anno certamente da dimenticare anche per le Piccole e Medie imprese della provincia di Viterbo.

Dopo il severo lockdown di primavera, sono state attraversate da una seconda e poi da una terza ondata della pandemia, con il protrarsi di pesanti sofferenze e contrazioni delle attività aziendali.

Ma, se è vero che la crisi ha attraversato trasversalmente tutta l’economia, è altrettanto vero che la gravità dell’impatto è stata differente a seconda dei settori, mettendo in luce la reattività dell’industria manifatturiera accanto a quella dell’edilizia, che, seppur investite anch’esse dalla crisi soprattutto nella prima fase, hanno tuttavia registrato una parziale attenuazione di quegli effetti, anche per le dinamiche dei mercati.

Lo scenario si fa poi meno incerto nelle previsioni per la prima parte del 2021.

Pur persistendo elementi di preoccupazione, circa l’imprevedibilità del Covid e delle sue varianti, si prospettano andamenti sostanzialmente positivi nei livelli di produzione, ordinativi e fatturato, con una netta maggioranza di piccoli e medi imprenditori di questa provincia che non prevede conseguenze negative sulla propria forza lavoro aziendale, una volta revocato il blocco dei licenziamenti.

Sono eloquenti le risultanze dell’indagine che la Federlazio ha condotto sull’ impatto della pandemia sulle imprese, focalizzando l’attenzione sull’attività e la struttura produttiva e organizzativa delle aziende nel corso del 2020.

Al pari di quella precedente, che aveva riguardato i primi otto mesi dello scorso anno, la rilevazione – condotta su un campione regionale di 500 PMI, di cui 50 della provincia di Viterbo – ha preso in esame il periodo gennaio-dicembre, relativamente all’andamento dei principali indicatori dei risultati aziendali.

Ha inoltre affrontato temi complessi e nuovi, come quello dello smart working e sulle misure adottate dagli imprenditori per limitare i danni e assicurare la continuità lavorativa.

PRODUZIONE

Sul fronte della produzione, circa 1/4 delle aziende intervistate è riuscita a mantenere inalterati i livelli del 2019 ed un’analoga percentuale (19,4%) ha contenuto le perdite sotto il 10%.

Per il 9,7% del campione (nella precedente rilevazione erano state il 18,2%) la contrazione ha superato il 50%; accanto ad un 22,6% di risposte secondo cui si è attestata tra il 30% ed il 50%.

E’ del 16,1% il novero di coloro che hanno subito perdite tra il 10% ed il 30% (nei primi otto mesi del 2020 erano stati il 36,3%).

Le differenze emergenti dal confronto con i dati della precedente rilevazione, illustrano come le piccole e medie imprese della provincia di Viterbo, nella seconda metà dell’anno, siano riuscite in parte a recuperare il terreno perduto.

Il 6,5% degli intervistati mette in evidenza una crescita della produzione fino al 10% ed un altro 6,5% un incremento compreso o tra il 10% ed il 30%.

ORDINATIVI

La perdita della velocità dell’attività produttiva è imputabile alla brusca frenata degli ordinativi, sia interni che esteri,

Per il 21,2% del campione intervistato la contrazione della domanda è stata di oltre il 50%.

Risulta del 9,1% il novero delle aziende con un calo degli ordini tra il 30% ed il 50% e del 24,2% la percentuale di coloro che hanno evidenziato perdite comprese tra il 10% ed il 30%.

Nessuna variazione del portafoglio ordini, invece, per il 15,2% di intervistati.

Da rilevare, un 9,1% che ha registrato una crescita fino al 10%; ed un altro 6,1% con aumenti tra il 10% ed il 30%.

FATTURATO

Dinamica negativa anche per i livelli di fatturato nel corso del 2020.

Tra le piccole e medie imprese con problemi di riduzione, si evidenzia il 18,8% con perdite oltre il 50%; accanto ad un 20,8% con una contrazione compresa tra il 10% ed il 30% ed un 22,9% di risposte con risultati negativi tino al 10%.

Il 12,5% degli intervistati ha dichiarato di non avere subito variazioni; il 10,4% evidenzia una crescita fino al 10%, accanto al 6,3% che dichiara una crescita tra il 10% ed il 30%.

CASSA INTEGRAZIONE GUADAGNI

Nel questionario proposto al campione di aziende coinvolte dell’indagine era contenuta anche la domanda circa l’utilizzo della Cassa Integrazione Guadagni, per fronteggiare le conseguenze occupazionali determinate dall’emergenza epidemiologica.

Sono state complessivamente l’88% le risposte affermative da parte delle aziende intervistate, evidenziando il massiccio ricorso all’ammortizzatore sociale con la causale Covid-19.

Una più dettagliata analisi di questo dato mette in evidenza che nel 72,7% dei casi ha riguardato oltre il 50% degli addetti; per il 20,5% ha coinvolto fino alla metà dell’organico aziendale e per il 6,8% ha riguardato meno di 1/5 dei lavoratori.

In ordine alla durata della CIG, per il 68,2% delle risposte è stata da 1 a 3 mesi; per il 9,1% da 3 a 6 mesi e nel 22,7% dei casi, si è protratta oltre 6 mesi.

Va inoltre segnalato che attualmente oltre i 2/3 delle piccole e medie imprese del campione (76%) non ha più dipendenti in Cassa Integrazione.

Per il 6% delle risposte l’ammortizzatore sociale permane attualmente per meno del 20% degli addetti; nel 2% dei casi, tra il 20% ed il 50% dell’organico aziendale e per il 16% è ancora coinvolto oltre la metà dei lavoratori.

ALTRE MISURE ORGANIZZATIVE

Passando a valutare le altre misure di carattere organizzativo adottate dalle aziende per fronteggiare le conseguenze occupazionali della pandemia, si è concentrata l’attenzione sullo Smart Working.

Solo 1/4 delle piccole e medie imprese intervistate (26%) ha adottato tale soluzione durante lo scorso anno.

Analizzando poi le risposte successive, relative alla situazione attuale, emerge che nell’ 88,9% dei casi non ci sono più dipendenti in modalità di lavoro a distanza; e solo il 4,4% ne ha una piccola parte: meno di un terzo dell’organico, per uno-due giorni la settimana ed il 6,7% per più di due giorni.

Per il futuro solo il 4% del campione preso in esame ritiene di mantenere soluzioni di Smart Working, una volta terminata l’emergenza sanitaria.

BLOCCO DEI LICENZIAMENTI

Un altro tema di primaria importanza che è stato posto al centro della seconda indagine Federlazio, riguarda i potenziali conseguenze occupazionali, che potrebbero derivare dalla revoca del blocco dei licenziamenti.

Dalle opinioni raccolte dall’indagine Federlazio, per il 62% dei piccoli e medi imprenditori intervistati nei prossimi mesi non è prevista alcuna riduzione della forza lavoro attualmente occupata in azienda.

Nel complesso l’impatto dell’eventuale sblocco dei licenziamenti non sembrerebbe drammatico e la riduzione di personale potrebbe verificarsi in misura leggera nel 16% dei casi e solo per il 10% di entità significativa.

Va poi evidenziata l’esistenza di una percentuale del 4% di imprese che, invece, prevede una crescita dell’occupazione ed un’altra dell’8% in cui l’organico aziendale rimarrebbe stabile, attraverso un processo di turn over.

ASPETTATIVE FUTURE

L’indagine della Federlazio ha rilevato anche considerazioni e giudizi relativi alle attese degli imprenditori per la prima parte del 2021.

Nel confronto con lo stesso periodo del 2020, l’inizio dell’anno in corso vede le attività aziendali giudicate inalterate nel 36% delle risposte e addirittura più intense per il 24% del campione intervistato.

La percentuale di coloro che vedono una situazione “abbastanza debole rispetto allo scorso anno” si attesta al 14%.

Mentre appare “molto più debole” per il 20% delle imprese.

Più di un terzo delle aziende (38,2%) prevede una situazione di stabilità della produzione, mentre per l’8,8% la contrazione dovrebbe essere contenuta fino al 10%.

Solo il 2,9% stima una riduzione superiore al 50% e per il 5,9% sarà contenuta tra il 30% ed il 50%.

Fanno da contraltare le risposte di quanti, invece, ritengono che la prima parte dell’anno in corso sarà caratterizzata da dinamiche in crescita: per il 26,5% ci saranno aumenti della produzione fino al 10%; per il 5,9% i livelli saliranno tra il 10% e il 30%; per il 2,9% l’incremento sarà compreso tra il 30% e il 50%.

Analoga manifestazione di aspettative favorevoli si registra sul fronte degli ordinativi.

Per 1/3 deli intervistati (33,3%) non ci saranno variazioni e per il 25% degli intervistati si assisterà persino ad una crescita della domanda intorno al 10% e per un altro 8,3% l’aumento sarà tra il 10% e il 30%.

In controtendenza il dato relativo alla contrazione degli ordinativi: il 5,6% delle risposte accomuna sia cali contenuti fino al 10%, che fino al 50%.

Le opinioni espresse sui livelli della domanda, si riflettono su quelli del fatturato.

Il 32,7% delle imprese intervistate non intravvede rischi di un calo dei livelli di fatturazione.

Più ottimistiche le percentuali di risposte relative ad una crescita del fatturato in questa prima parte del 2021: il 18,4% la stima fino al 10%; ed un altro 10,2% di intervistati ritiene possa arrivare fino al 30%.

Contenute all’8,2% le valutazioni negative sulla contrazione del volume d’affari: sia quelle entro il 10%, che fino al 50%.

Sempre in ordine alle aspettative il questionario proposto al campione di imprese conteneva la domanda circa i tempi necessari per il ritorno ad una situazione di normalità, nella propria azienda, come nel periodo precedente alla pandemia.

Se sommiamo le percentuali delle risposte secondo cui “siamo già tornati ad una situazione di normalità” (14%), con quelle relative ad una stima di “altri sei mesi” (28%) e con quelle di “almeno un anno” (34%), emerge che complessivamente i due terzi delle piccole e medie imprese della provincia di Viterbo, esprimono nel complesso giudizi improntati ad un diffuso ottimismo, circa le prospettive di ripresa, da qui a dodici mesi.

Solo per un 10% degli intervistati “ci vorranno almeno due anni”.

L’indagine della Federlazio ha rilevato, infine, le previsioni a breve termine in ordine agli investimenti, anche in previsione delle risorse del Recovery Plan.

Per il 28,6%, la risposta è “Si, di sicuro”; mentre un altro 32,7% è intenzionato, ma “bisogna vedere come andrà l’azienda nei prossimi mesi”.

Soltanto il 12,2% delle imprese dichiara che non farà investimenti per il 2021.

Per quanto riguarda gli ambiti aziendali destinatari degli investimenti, nel 31,6% dei casi saranno orientati a “Ricerca e sviluppo”; per il 28,9% nella “Digitalizzazione del processo produttivo”; per il 26,3% nel “Marketing e lo sviluppo commerciale”; per il 23,7%Nel miglioramento della sostenibilità ambientale delle attività”.

Dichiarazione del Presidente  GIOVANNI CALISTI

Il dato di fondo che emerge da questa seconda indagine della Federlazio sulle conseguenze del Covid-19 sulle PMI è che, nonostante tutto, lo spirito dei piccoli e medi imprenditori della provincia di Viterbo, negli ultimi mesi del 2020, non esce prostrato da questa esperienza, né risulta smarrita la spinta a ripartire.

Complessivamente più della metà (52,1%) delle piccole e medie imprese è riuscita a resistere, contenendo le perdite di fatturato sotto il 10% o riuscendo a mantenere inalterato il livello dell’anno precedente o, addirittura, nel 16,7% dei casi, ad aumentare il proprio giro d’affari.

Ma anche un altro aspetto, seppur di minore entità, sottolinea la capacità dei nostri colleghi del territorio di saper limitare i danni della crisi sanitaria, di riuscire a tenere, anche se messi a dura prova.

Ci riferiamo al saldo positivo (+0,57%) tra attività aperte e chiuse nel 2020 nella Tuscia, segno di quella vitalità e capacità imprenditoriale, di cui forse non vi è piena consapevolezza.

Naturalmente le problematiche e le criticità restano persistenti ed impattano in maniera particolarmente negativa sulle imprese più piccole e meno strutturate; e risulta difficile intravvedere i tempi di un processo di uscita dalla crisi, anche in considerazione della pericolosità del Covid e delle sue varianti.

Ma, ripetiamo, rispetto alla prima rilevazione sulle conseguenze della pandemia, si evidenziano elementi tendenzialmente più confortanti.

Pensiamo all’andamento di alcuni comparti, come il manifatturiero, che hanno saputo mettere da parte, anche per effetto delle dinamiche dei mercati, quelle strategie solo difensive e di emergenza, pur necessarie all’inizio della crisi.

Le possibilità di ripresa e di rilancio sembrano oggi essere concentrate nelle aziende più solide e più attive sui mercati internazionali, grazie a quella capacità di investire, mai venuta meno, neanche durante la morsa della pandemia.

Dalle risposte degli imprenditori si evidenzia ancora una volta che le possibilità di svolta dipenderanno in gran parte dall’introduzione nei processi produttivi di consistenti dosi di innovazione e digitalizzazione.

Risultano, conseguentemente, diffuse e pressanti le aspettative riguardo al sostegno agli investimenti in tale direzione, che potrebbe derivare dai fondi disponibili nel Piano di Resilienza e Rilancio.

E’quanto ci attendiamo.