“Ritorno a Tarcos e l’ira degli Etruschi”: un racconto da leggere

NewTuscia – In un bosco della campagna dell’Etruria meridionale sono nascosti i resti di una città il cui ricordo si perde, ormai, nelle nebbie del tempo e della storia.

Essa, nonostante le sue antiche origini etrusche, ha avuto vita breve, circa cento anni, come capitale di un ducato che, in quel breve arco di tempo, fece molto parlare di sé.

  • PREMESSA:

Un architetto e archeologo  viene incaricato dalla sovrintendenza di procedere al recupero dell’antica Tarcos, città di origine etrusca sita, assieme alla sua necropoli, nel territorio del comune di Chiasi nella Maremma laziale.

Secondo i fatti storici, la città di Tarcos sarà distrutta per motivi politici verso la metà del 1600, dopo essere stata eletta nel 1537 a residenza di una importante ed influente famiglia della nobiltà romana che contribuirà, assieme ad altre, al suo abbellimento con edifici e monumenti  rinascimentali nonché al potenziamento ed ampliamento delle sue fortificazioni ed al suo ripopolamento dopo anni di decadimento.

I resti di Tarcos, dopo un lungo periodo di depredazioni da parte delle popolazioni dei paesi limitrofi, furono ricoperti nel tempo da una fitta boscaglia che ha contribuito a preservarne ciò che ne rimane sino ai nostri giorni.

Dietro le insistenze del comune di Chiasi, la Regione Lazio e la sovrintendenza competente, decidono di finanziare il recupero di Tarcos e della sua necropoli. In accordo con il comune, l’incarico viene affidato all’architetto ed archeologo Anton Magni il quale aveva già operato a Tarcos con il progetto e la direzione lavori del vicino antiquarium, dove vengono restaurati ed esposti i reperti sia etruschi che rinascimentali prima di essere inviati al museo di Chiasi.

  • L’INIZIO DEL RECUPERO ED IL RITROVAMENTO DEL POZZO

Ricevuto l’incarico, Magni sceglie la squadra di archeologi che con lui inizierà l’opera di recupero. Tra i primi ad essere scelti c’è Franco Aluisi, fraterno amico di Magni e Paolo Cento, entrambi residenti a Chiasi, poi Aldo Manzi, Ludovico Cecchini, Francesca Alti, Luisa Tedeschi, Fred Stewart e Fritz Kessler. Il gruppo farà base in un albergo di Chiasi.

Si decide di agire contemporaneamente su due fronti, il primo è costituito dagli scavi tra i resti della città di Tarcos, il secondo dagli scavi nella vicina necropoli.    Dalle ricerche svolte da Magni, risulta che nella città era stato realizzato un pozzo simile a quello di S. Patrizio ad Orvieto. Secondo Magni, essendo il pozzo l’unica fonte d’acqua della città, esso avrebbe dovuto essere stato distrutto per ultimo e, molto probabilmente, essendo ormai inutile, in quanto la città era stata completamente distrutta, esso è stato soltanto danneggiato perciò dovrebbe essere tutt’ora  praticamente intatto. L’importanza del suo ritrovamento ed il conseguente ritorno d’immagine che ne deriva porta il gruppo di archeologi a concentrarsi sull’individuazione e ritrovamento del pozzo.

Le ricerche sono però ostacolate dai forti temporali estivi che insistono sulla zona, ma grazie alle moderne tecniche di ricerca dell’acqua, il pozzo, dopo due settimane, viene individuato e, con soddisfazione di tutti, si scopre che esso è stato danneggiato soltanto nella parte iniziale dell’ingresso, il resto è intatto.   Preso dall’entusiasmo il gruppo si avventura all’interno del pozzo ma non si accorge che la passerella in legno che collega le due scale elicoidali è pericolante, con la conseguenza che, al suo crollo, tutti finiscono in acqua. Fortunatamente, dopo aver rischiato di annegare, riescono ad uscire dall’acqua ed a raggiungere l’altra scala che li condurrà all’uscita. Per festeggiare la scoperta il gruppo decide, per cena, di andare a festeggiare in pizzeria.

  • LA MISTERIOSA SCOMPARSA DI DUE ARCHEOLOGI

Trascorsa la notte, durante la quale strani bagliori si scorgono sulla necropoli, al mattino, i due archeologi locali, Franco Aluisi e Paolo Cento, non si presentano agli scavi. Contattate le famiglie si scopre che, dopo la cena in pizzeria, non hanno fatto ritorno a casa. Le indagini dei carabinieri non portano a nulla se non al ritrovamento delle loro auto nella campagna tra Chiasi e Tarcos. Nel frattempo i lavori di scavo continuano mettendo in evidenza che le demolizioni del 1649 avevano risparmiato i piani terra e gl’interrati dei fabbricati. Ciò perché i mille demolitori abruzzesi, assoldati a cottimo, gettavano le macerie lungo le strade trasformando i muri dei piani terra in muri di contenimento che non potevano, perciò, essere demoliti se non gettandone i resti all’interno dei fabbricati con il rischio, per i demolitori, di essere travolti dalle macerie presenti sulla strada ed è per questo che furono costretti a fermarsi.
Tale situazione è ulteriore motivo di soddisfazione per Magni ed i suoi collaboratori, perché ciò consentirà di recuperare più facilmente l’impianto urbano di Tarcos e la sua immagine urbana.   Nonostante i risultati positivi sul fronte degli scavi, Magni continua ad essere turbato per la sorte di Aluisi e Cento che sembrano essere scomparsi nel nulla, ormai, da tre settimane. Intanto le notizie della scoperta del pozzo e dei progressi fatti con gli scavi hanno fatto il giro del web, richiamando non soltanto turisti e curiosi, tenuti con difficoltà a distanza dagli scavi, ma anche male intenzionati. Non passa giorno, infatti, che Magni ed i suoi collaboratori non trovino il sito messo a soqquadro, durante la notte, da ladri e tombaroli, richiamati dalla possibilità che, negli interrati, durante gli assedi, siano stati nascosti oro e gioielli.

Anche il custode dell’antiquarium ha rilevato dei tentativi di effrazione, non soltanto in “torre rinascimento” ed in “torre Etruria”, le due torri espositive destinate, rispettivamente, ai reperti rinascimentali ed ai reperti etruschi, ma anche nella palazzina del laboratorio di restauro ed in quella della sala conferenze, molto probabilmente nella speranza di raggiungere, da lì, i depositi dei reperti, posti nell’interrato. Fortunatamente il nuovo sistema di allarme ha scoraggiato i male intenzionati dal proseguire nei loro tentativi. Si decide, comunque, di fare ricorso ad un servizio notturno di guardie giurate.

 

  • LE UCCISIONI DI PECORE

Il Maresciallo Troisi, comandante della locale stazione dei carabinieri di Chiasi, giunto sul posto per indagare, rivela a Magni che nulla di nuovo è emerso circa la scomparsa di Aloisi e Cento e che, da circa due settimane, gli agricoltori locali lamentano l’uccisione di capi di bestiame.  Inizialmente la colpa viene data ai lupi che vivono nella foresta del Molane, fin quando un contadino non rinvenne la carcassa di un lupo, sgozzato e divorato.                                                                         Vengono perciò interpellati dei veterinari; essi, analizzando le carcasse delle pecore, hanno rilevato che queste non soltanto sono state sgozzate e divorate, ma letteralmente “sventrate”, come se si trattasse di un rito sacrificale. In particolare i veterinari  avevano notato che il fegato, sempre ritrovato lontano dalle carcasse, non veniva mangiato. Una cosa però era certa: chi aveva ucciso quelle bestie non era certo un lupo né altro animale appartenente alla fauna locale. Una delle ipotesi è che potesse trattarsi di un grosso felino scappato a qualche collezionista di animali esotici, ma, avvistamenti in tal senso, in zona, non vi sono stati, né vi sono tracce che possano avvalorare questa teoria.

Mentre si procede con il rilievo del pozzo per poterne poi effettuare il restauro, Magni decide che, nel contempo, è meglio effettuare anche il censimento ed il rilievo degli interrati accessibili dall’esterno, nonché alla loro individuazione su mappa. Ciò anche al fine di vedere cosa c’è di asportabile al loro interno prevenendo così i saccheggi da parte di ladri e tombaroli. La ricerca è capillare, anche se, al momento, riguarderà soltanto l’area attorno a Piazza Maggiore e cioè la zona sulla quale, alcuni anni prima, era già intervenuta la sovrintendenza con alcuni tentativi di recupero e di studio della piazza. Vengono così individuati gli accessi, cunicoli scavati nel terreno, di quindici interrati, la maggior parte dei quali presenta le volte dei solai danneggiate ed in alcuni casi crollate; sarà necessario, perciò, durante le fasi di rilievo, procedere con cautela per non essere travolti da ulteriori crolli. Il lavoro si presenta perciò lungo e delicato. E’ per questo che Magni preferisce restare a dormire nell’alloggio dell’antiquarium anziché recarsi in albergo a Chiasi. Ciò gli consentirà di risparmiare tempo.

  • STRANE PRESENZE A TARCOS

A Magni restare a Tarcos di notte non dispiace; la città e le sue rovine hanno sempre esercitato su di lui un fascino che di notte diventa ancora più intenso, soprattutto in una notte stellata e di plenilunio come quella.  Per lui aggirarsi di notte tra gli scavi, che ormai conosce palmo a palmo, è come trovarsi su un altro pianeta dove il tempo sembra essersi fermato; ma quella sera c’era una strana atmosfera, accompagnata dalla sensazione di essere osservato ed un rumore, proveniente dalla boscaglia, dava concretezza a questa sensazione.

D’istinto puntò la torcia elettrica nella direzione da cui proveniva il rumore e, per un attimo, nella penombra, gli sembrò d’intravedere una figura umana, alta più di due metri che rapidamente si dileguò nel bosco. Pensò che fosse il solito tombarolo e per questo non diede molto peso alla cosa, se non alla preoccupazione di come porre fine a queste scorribande. L’indomani ne parlò con uno dei colleghi il quale gli raccomandò di non aggirarsi da solo, ed in particolare di notte, tra gli scavi, poiché le misteriose uccisioni degli ovini continuavano e l’animale che le commetteva, ormai soprannominato “ la bestia”, poteva aggirarsi anche nell’area di Tarcos;  Il collega rivelò anche che, gli agricoltori, stanchi di questa mattanza, avevano deciso di organizzarsi con battute di caccia notturne per uccidere il predatore. Intanto le ricerche di Aluisi e Cento continuavano ma senza risultati.

  • LA SCOPERTA DELLA TOMBA CNEVE

Quella stessa mattina Magni si recò alla necropoli dove procedevano le ricerche per individuare nuove tombe etrusche. Il georadar per lo studio del sottosuolo, aveva segnalato, non molto distante dalla tomba del carro, dei vuoti nel  terreno sottostante che facevano sperare in un nuovo ed importante ritrovamento. La micro trivella aveva già iniziato ad effettuare i sondaggi ed ogni qualvolta era individuato un vuoto, veniva inserita nel foro una telecamera endoscopica. Dopo vari tentativi, finalmente, le immagini, inviate dalla telecamera, mostrano l’interno di una tomba apparentemente intatta; ruotando l’apparecchio si cerca d’individuarne l’ingresso, generalmente posto verso est, dal quale accedere mediante il dromos, la rampa più o meno lunga e stretta che conduce alla tomba. Una volta individuato l’accesso  si procede con il bobcat a togliere lo strato di terra che ricopre quello costituito da terra e pietre posto a sigillare il dromos per evitare eventuali profanazioni.

Individuate le dimensioni del dromos si passa quindi alla rimozione delle pietre e della terra che lo riempiono. Giunti in prossimità dell’ingresso, nella parte alta di questo si legge quello che deve essere il nome del defunto: Cneve, che a Magni ricorda qualcosa. Data la delicatezza della scoperta, si decide di procedere all’apertura della tomba l’indomani, giorno di chiusura al pubblico dell’antiquarium e degli scavi.                                                                                                                      Onde evitare intrusioni l’area viene delimitata con recinzione da cantiere e nelle vicinanze viene parcheggiato un camper dove alloggeranno due degli archeologi.  Anche quella sera Magni decide di restare a dormire a Tarcos.

Dopo una cena fugale nel camper  con i due colleghi con i quali ha programmato il lavoro per l’indomani, fa ritorno a piedi all’antiquarium ed anche questa sera, come la precedente, ha la sensazione di essere osservato, nel contempo continua a pensare a quell’iscrizione, quel nome lo ha già sentito, ma dove?.  Giunto all’antiquarium, ricorda di aver letto quel nome su un reperto conservato nella “torre Etruria”. Già sa che la curiosità non lo farebbe dormire, decide perciò di andare a visionare il reperto ed è una cosa che fa anche volentieri perché muoversi all’interno di un edificio ideato da te è come fare un viaggio all’interno di se stessi, come se le parti si fossero invertite: esso è nato da te, dall’interno della tua mente, ora sei tu a trovarti al suo interno e questo ti da un senso di protezione e sicurezza, come un ritorno al ventre materno. Attraverso la scala della “palazzina sala conferenze”, al primo piano della quale si trova l’alloggio, decide di scendere ai depositi posti nell’interrato, e, da li, raggiungere la scala della “ torre Etruria” per salire all’ultimo piano di questa, dove il reperto è esposto. In effetti, su di un piatto d’argento, in latino è scritto: “all’aruspice Cneve”. Perciò, tale iscrizione indicherebbe che  la tomba trovata sarebbe quella di un indovino, di un sacerdote.

  • STRANI PRESAGI

Per tornare al suo alloggio Magni passa nuovamente per  l’interrato ed è qui che gli sembra di udire delle voci che sussurrano frasi in una lingua incomprensibile e che diventano sempre più insistenti; nella sua mente si affollano volti di mostri, demoni ed immagini di morte e distruzione che appartengono ad un mondo passato. Vorrebbe fuggire, ma è come se fosse paralizzato, stordito da quelle voci e da quelle immagini, cade a terra svenuto.  Sarà la guardia giurata, durante il suo giro di controllo, a ritrovarlo circa un’ora più tardi.  Accompagnato al suo alloggio, trascorre un sonno agitato, popolato di incubi.

Al mattino, dopo una doccia ed una rapida rasatura, si reca agli scavi della necropoli, dove i colleghi, rimasti a guardia della tomba, lo informano che, per tutta la notte, c’è stato un continuo passaggio di uomini armati, accompagnati da cani da caccia, sulle tracce del predatore di ovini ormai da tutti chiamato “ la bestia”.

Magni informa i colleghi soltanto di ciò che ha scoperto circa il proprietario della tomba ma non di quanto gli è accaduto all’interno dell’antiquarium. Si riprendono così gli scavi e viene tolto l’ultimo strato di terra e pietre che riempie il dromos e che ostruisce l’ingresso della tomba. Resta soltanto da rimuovere la lastra di pietra posta a sigillo dell’accesso. La lastra è stata imbracata, basta un cenno all’autista del bobcat e sarà rimossa, rompendo l’isolamento dalla vita terrena che da secoli accompagna la salma del defunto. Ma, a questo punto, Magni ha un attimo di esitazione, ripensa a ciò che gli è accaduto la scorsa  notte nel deposito dell’antiquarium; ha come l’impressione che volesse essere una sorta di monito e che rimuovere quella pietra sarebbe come aprire il vaso di Pandora. Ma le grida dei colleghi ed il rumore del Bobcat lo richiamano alla realtà e, con un cenno del capo, dà il via alla rimozione.

Non appena l’ingresso viene aperto,  comincia a levarsi un vento fortissimo e gelido che spazza tutta la zona e, subito dopo,  un grido acuto da gelare il sangue, disumano, assordante, accompagnato da un rumore di vetri in frantumi, si sente provenire dall’antiquarium. Cessato d’improvviso il vento, Magni ed i suoi colleghi, ancora storditi dall’intensità del grido, escono dall’interno della tomba dove si erano rifugiati. Bianchi in volto per lo spavento, si chiedono impauriti la causa di ciò che è successo; lo sbigottimento è rotto dallo squillo del cellulare di Magni, con cui lo informano che un urlo spaventoso, proveniente dall’interrato dell’antiquarium ha mandato completamente  in frantumi  i vetri di “torre Etruria” e con essi molti dei reperti esposti. Lasciati i colleghi ad ispezionare la tomba, torna di corsa all’antiquarium, e lì ha modo di rendersi conto del danno. La strada tra le due torri è interamente ricoperta di frammenti di vetro e l’allarme suona all’impazzata.

In tutti i piani della torre la scena è sempre la stessa, il pavimento è interamente ricoperto di reperti in frantumi e teche rovesciate, le grandi finestre, prive di vetri, lasciano che le correnti d’aria invadano il piano, facendo agitare i manifesti alle pareti ed i fogli con la descrizione delle opere esposte. E’ come se fosse esplosa una bomba all’interno della torre. Fortunatamente era giorno di chiusura al pubblico, quindi la torre era deserta e nessuno era rimasto ferito. I carabinieri, giunti sul posto, interrogano i presenti e delimitano lo spazio attorno alla torre. La direttrice del museo di Chiasi e dell’antiquarium, donna minuta ma energica, ordina al personale di raccogliere i frammenti dei reperti, non appena i carabinieri avranno terminato i rilievi, e di portarli negli interrati per chiuderli nei depositi. Il tutto va fatto prima che scenda la notte. Il tecnico comunale, giunto sul posto con i suoi collaboratori per la determinazione dei danni, dispone che, l’indomani, gli operai del comune tolgano i frantumi dei vetri e di indire immediatamente l’appalto per la loro sostituzione .
Magni coglie l’occasione della presenza dei carabinieri per chiedere, al Maresciallo Troisi, novità circa Aluisi e Cento, ma, anche in questo caso, la risposta è negativa. Il Maresciallo lo informa che neanche le famiglie hanno più avuto notizie e che, al mistero della loro scomparsa, si aggiunge il mistero di quanto è accaduto oggi. E’ il tardo pomeriggio quando torna alla tomba. I colleghi lo informano che all’interno di essa hanno ritrovato una tavoletta incisa in latino sulla quale è scritto che l’aruspice Cneve , in punto di morte, ha profetizzato la morte violenta degli abitanti di Tarcos, ormai impura, e la sua distruzione. Ma non è specificato il motivo, quando e da chi.

Terminato il rilievo metrico e fotografico della tomba, si cataloga tutto ciò che è presente al suo interno e si toglie tutto ciò che potrebbe essere asportato. Scesa la sera, prima che faccia buio e di andarsene, Magni ed i suoi ispezionano gli scavi a Tarcos, programmando  il lavoro per l’indomani. Si decide di riprendere il rilievo ed il censimento degli interrati. Nonostante lo spavento per quanto accaduto la notte prima ed al mattino, Magni decide di restare, anche quella notte, a dormire all’antiquarium, ma, prima di andare a coricarsi entra ancora una volta all’interno di torre Etruria.

La desolazione che trova al suo interno, le enormi vetrate sfondate, il freddo vento che da esse entra, gli fanno stringere il cuore. Tutto è reso più malinconico e triste dalla luce della Luna che, entrando all’interno dell’edificio, illumina i piani. Gli viene spontaneo guardare all’esterno, verso il cielo stellato, ed ha la sensazione che l’antiquarium sia come un’astronave che lo porta nell’immensità e nella solitudine dello spazio. Quel senso di protezione e sicurezza che provava entrando all’interno dell’edificio è scomparso, ed ha come l’impressione che si sia rotto un legame: quello tra lui e Tarcos.                                                                          Ancora sotto shock per quanto accaduto la notte prima, ritiene opportuno andare al suo alloggio, posto al primo piano della palazzina della sala conferenze, passando dall’esterno.

  • OMICIDI A TARCOS

L’indomani si reca di buon mattino agli scavi di Tarcos per riprendere il censimento ed il rilievo degli interrati. Giunto in Piazza Maggiore, luogo dell’appuntamento, a ciascuna coppia dei suoi collaboratori affida un gruppo d’interrati, raccomandando loro di procedere con prudenza e di verificarne, in primis, la stabilità. Le tre coppie si avviano verso i rispettivi interrati, mentre Magni si reca a controllare i lavori di restauro del pozzo; giunto in prossimità di questo, un urlo di donna lo blocca e lo costringe a tornare a Piazza Maggiore, ed è lì che trova una delle archeologhe in lacrime e scioccata, l’altro archeologo in coppia con la ragazza spiega a Magni che in uno degli interrati a loro assegnati, hanno trovato il cadavere di un uomo orribilmente sfigurato e sventrato. Ancora una volta è necessario chiamare i carabinieri, questa volta accompagnati dalla scientifica.

Il Maresciallo Troisi fa osservare a Magni che, continuando di questo passo, sarà costretto a trasferire la caserma direttamente a Tarcos.                                  Le indagini della scientifica confermano che la morte di quell’uomo, individuato nella persona di un noto tombarolo, è avvenuta all’incirca alle tre del mattino, in maniera violenta, per taglio della gola e sventramento; in pratica il modus operandi è simile a quello della “bestia”, ipotesi avvalorata dal ritrovamento del fegato dell’uomo ad alcuni metri di distanza, ma nessuna parte dell’uomo è stata divorata. Dai primi rilievi, l’arma del delitto risulterebbero essere degli artigli affilati come rasoi.  Il rilievo delle orme sul pavimento dell’interrato, mostra l’impronta del piede nudo di un uomo, alto circa due metri e mezzo e nessuna impronta di animale. L’ipotesi è che si tratti di omicidio e di un tentativo di depistaggio che cerca di far ricadere la colpa sulla “bestia” anche perché, come fa notare uno dei tecnici della scientifica, gli animali non sventrano ma dilaniano . Ciò sarebbe avvalorato dalla denuncia, da parte di un agricoltore, del ritrovamento, a circa dieci chilometri di distanza, di una pecora sgozzata e divorata la cui uccisione è avvenuta quella stessa notte. A questo punto, Magni, confida a Troisi, di aver visto, due notti prima, la sagoma di un uomo, alto più di due metri, aggirarsi nel bosco in prossimità degli scavi. L’ipotesi dell’omicidio appare perciò la più certa, anche se non si capisce il motivo del piede nudo e in che modo l’assassino abbia potuto procurarsi degli “artigli”, sempre che di artigli si tratti.

Il Maresciallo Troisi decide quindi d’indagare tra le amicizie del tombarolo e nell’ambiente del traffico delle opere d’arte. Nel frattempo l’area circostante l’ingresso dell’interrato in cui il delitto è avvenuto, viene delimitata ed interdetta. Date le circostanze, Magni ed altri due archeologi, dotati di porto d’armi, decidono di girare armati di pistola all’interno di Tarcos, allo scopo di tutelare la loro incolumità e quella dei loro colleghi, sino a quando  i casi dell’omicidio e della “bestia” non saranno risolti. La pistola al cinturone non manca di destare l’ilarità delle colleghe le quali fanno notare che, con una frusta, sarebbero dei perfetti  Indiana Jones ed è così che, trascorso il fine settimana, una di loro, riesumato un vecchio Borsalino del nonno, costringe Magni ad indossarlo proprio nel momento in cui stanno arrivando il Maresciallo Troisi ed il suo Appuntato i quali, alla vista di quella scena, non riescono a trattenere una fragorosa risata.

Il Maresciallo ha delle novità; la scientifica ha effettuato dei rilievi sul luogo in cui è stata ritrovata  la carcassa della pecora sgozzata e sbranata la stessa notte dell’omicidio; anche lì hanno trovato le impronte di piedi nudi di un uomo alto circa due metri e cinquanta. I misteri si accumulano assieme al numero di giornalisti e di curiosi mescolati ai turisti che, periodicamente, vengono a visitare l’antiquarium e gli scavi sia di Tarcos che della necropoli. Anche la scoperta del “pozzo” e della tomba “Cneve” hanno fatto il giro del Web e dei giornali, come anche la notizia della misteriosa scomparsa dei due archeologi, dell’esplosione dei vetri di Torre Etruria, della “bestia” e dell’omicidio del tombarolo.

Mai come in questo momento Tarcos è stata cosi tanto agli onori della cronaca, dimenticata da tutti per secoli, oggi non si fa che parlarne. Il Sindaco di Chiasi e gli altri amministratori hanno l’entusiasmo alle stelle.  Non sono dello stesso avviso Magni ed i suoi collaboratori, tutta questa pubblicità e tutti i curiosi da essa richiamati renderanno il loro lavoro ancora più difficile. L’unica soddisfazione per Magni è che il restauro del “pozzo” è quasi concluso e “torre Etruria”, tra alcuni giorni, sarà riaperta al pubblico.

La mattinata è quasi trascorsa quando, a Tarcos, giunge il Maresciallo Troisi in compagnia di un uomo e di una donna, genitori di un ragazzo che, la notte scorsa, non è tornato a casa. Dai racconti degli amici avrebbe scommesso, sotto l’effetto dell’alcol che, in barba alla “bestia”, avrebbe passato la notte a Tarcos. Gli amici dicono di averlo accompagnato al parcheggio dell’area archeologica e da lì ha imboccato la strada che conduce al sito. Trascorsa più di un’ora, lo hanno chiamato più volte al cellulare ed atteso sino all’alba, ma, non avendo più notizie di lui e visto che non ritornava, hanno deciso di andare a riferire il fatto ai suoi genitori i quali, a loro volta, si sono rivolti ai Carabinieri di Chiasi.

Magni ed i suoi colleghi riferiscono di non averlo visto. E’ probabile che, al buio e non conoscendo la zona, si sia perso nel bosco che circonda Tarcos. Sicuramente non è passato per il percorso pedonale che attraversa il complesso dell’antiquarium, perché di notte viene chiuso. E’ probabile che abbia seguito il percorso carrabile e poi da lì, al buio, si sia perso nel bosco. Il Maresciallo Troisi decide perciò di organizzare delle battute di ricerca nel bosco di Tarcos. Vengono  portati anche due cani molecolari ed il bosco viene battuto palmo a palmo. Le ricerche vengono interrotte con il calare del buio per poi riprende l’indomani di buon’ ora. Al mattino alle ricerche  partecipa anche una delle squadre di agricoltori che da giorni battono le campagne di Chiasi alla ricerca della “bestia”.

Sono le undici quando uno dei soccorritori viene attirato da una forte puzza di cadavere in putrefazione. In un avvallamento nel terreno, nascosti tra i cespugli, vengono ritrovati i corpi di quattro uomini in avanzato stato di decomposizione, l’autopsia chiarirà che sono stati tutti sgozzati e sventrati in tempi diversi, il più vecchio risale a circa un mese e mezzo fa. Ci si chiede come siano finiti lì e perché.  Il riconoscimento dei cadaveri stabilirà che si tratta, anche in questo caso, di tombaroli, la cui scomparsa era stata denunciata dai familiari i quali, però, si sono ben guardati, per ovvi motivi, dal dire che i loro congiunti erano andati a scavare a Tarcos ed è per questo che nessuno ha pensato di andare a cercarli li.

Le ricerche della scientifica sull’area, hanno rilevato nuovamente la presenza di piedi nudi di una persona alta circa due metri e mezzo, ma, questa volta, sono di due individui diversi. Sempre la stessa è la modalità dell’uccisione sgozzamento e sventramento con artigli affilati come rasoi. Del ragazzo però nessuna traccia, verso sera, uno dei cani molecolari, finalmente, individua il cadavere del giovane, il corpo è intatto, ciò che colpisce sono gli occhi sbarrati e lo sguardo terrorizzato perso nel vuoto. L’autopsia svelerà che è morto d’infarto. Come riferirà la madre, il suo cuore era perfetto, giocava nella locale squadra di calcio. Ad ucciderlo è stato perciò un forte spavento. Ma cosa può averlo spaventato sino a tal punto?.

La scoperta della fossa comune ha messo in evidenza che “La Bestia” opera soprattutto a Tarcos ed è perciò qui, in particolare, che le squadre di cacciatori verranno, d’ora in poi, a cercarla. Ma questa scoperta ha insinuato altri dubbi, primo tra tutti su chi sono i due individui che, a piedi nudi, compaiono sulla scena  degli omicidi e vicino agli ovini uccisi?, “La bestia” è un animale? ed esiste veramente? e che nesso c’è tra “la bestia” e i due giganti a piedi nudi?. Per il Maresciallo Troisi e per i suoi superiori è un bel rompicapo.

Il Prefetto ordina di diramare, anche per radio e televisione, il divieto, per motivi di sicurezza, di avvicinarsi a Tarcos durante la notte e la chiusura della strada che ne consente l’accesso.  Le ronde che cacciano “la bestia” potranno accedere a Tarcos soltanto previa autorizzazione e senza entrare negli scavi. E’ ormai buio quando le squadre di ricerca se ne vanno e con loro il cadavere del giovane ed il dolore ed il pianto di una madre.

Magni ed i suoi colleghi decidono di andare a Chiasi a mangiare una pizza per fare assieme il punto della situazione, anche alla luce di quanto accaduto ultimamente. La pizzeria è la stessa nella quale avevano mangiato la sera della scomparsa di Aluisi e Cento e, inevitabilmente, il pensiero di tutti è rivolto a loro, in particolare quello di Magni per Aluisi, per lui come un fratello; avevano frequentato  gli stessi corsi all’università, gli stessi stage nei siti archeologici all’estero ed avevano fatto assieme anche il militare, stesso battaglione e stessa compagnia e litigato e fatto a pugni per la stessa ragazza che, come capita spesso in questi casi, non si filava ne l’uno ne l’altro. E’ trascorso un mese e mezzo dalla loro scomparsa e le ricerche non hanno portato a nulla.                 Il lavoro prende il sopravvento sui pensieri.  La maggior parte di loro vorrebbe ampliare l’area dello scavo, andare oltre il perimetro di “Piazza Maggiore” che coincide, poi, con gli scavi fatti a suo tempo dalla Sovrintendenza e poi abbandonati.

Per fare ciò bisogna però avere il benestare della Sovrintendenza, fare un piano di scavi con un cronoprogramma da rispettare, degli obiettivi da raggiungere e, in un periodo come questo, con gli scavi in parte sottoposti a sequestro, non è facile. Si decide perciò di rimandare l’ampliamento dell’area di scavo a quando si saranno concluse le indagini degli inquirenti sul posto. Al momento si procederà definendo intanto il piano di scavi. Finita la cena e prese le decisioni del caso, Magni decide di rimanere a dormire in albergo a Chiasi.

E’ mezzanotte  quando la guardia giurata dell’antiquarium inizia il primo giro di controllo dell’infrastruttura partendo dall’esterno per poi passare all’interno. Via radio la centrale comunica che le videocamere sia interne che esterne non segnalano anomalie. La guardia, terminato il giro esterno, entra prima in torre Rinascimento  e poi in torre Etruria, giunto all’ultimo piano di questa la centrale lo avvisa di recarsi nell’interrato perché una delle videocamere del corridoio ha smesso, all’improvviso, di funzionare e cosi pure le luci che lo illuminano. Giunto nel corridoio completamente al buio ed accesa la torcia, constata che la videocamera è stata strappata dalla parete ed è in frantumi a terra. Mentre comunica il fatto alla centrale, sente un rumore alle sue spalle. Ha appena il tempo di girarsi, puntare la torcia verso la fonte del rumore e di gridare, terrorizzato, “ Dio mio è un .……” e con questa frase inconclusa ed un colpo di pistola, la comunicazione s’interrompe.  Dalla centrale avvisano immediatamente il custode, il 118 ed i carabinieri di Chiasi.

Entrati nel corridoio dell’interrato la scena che si presenta è raccapricciante, c’è sangue dappertutto, il corpo della guardia giurata, privo di vita, giace a terra in un lago di sangue. Anche lui, come gli altri, è stato sgozzato e sventrato. Il Maresciallo Troisi avvisa immediatamente la scientifica che, giunta sul posto, conferma la modalità dell’uccisione.      A terra, enormi impronte di piedi sporchi di sangue, conducono verso una breccia nella parete dell’intercapedine, la quale, a sua volta, mediante una porta in ferro,  risultata abbattuta, conduce all’esterno. Dai rilievi risulta, inoltre, che il proiettile sparato è andato a vuoto e si è conficcato nel muro.

Quanto sin qui accaduto sta a significare due cose: la prima che il gigante conosce la struttura dell’antiquarium, la seconda che “la bestia” ed il gigante, anzi, i giganti, sono la stessa cosa. Ma chi sono e quale motivo li spinge ad uccidere e ad infierire in quel modo su animali e persone?.

9 L’INCONTRO CON “LA BESTIA”

La guardia giurata deceduta era nata e viveva a Chiasi. Il giorno del funerale è presente tutto il paese; la maggior parte della popolazione è costituita da agricoltori ed il padre della guardia giurata è uno di questi ed è anche tra quelli che partecipano alle ronde per la caccia alla “bestia”.  L’arrivo del prefetto è accolto da fischi, lo sdegno nei confronti delle autorità è al colmo, sono quasi due mesi che dura questa storia, sono già state uccise sette persone e le forze dell’ordine non sono riuscite a fermarla.

“Finché ad essere uccisi dalla “bestia” erano ovini e caprini passi, ma ora, che ad essere uccisi siamo noi, basta”, grida la folla. Si decide perciò, in accordo con la Prefettura ed i Carabinieri, di organizzare una trappola a Tarcos. Due carabinieri dei NOCS si fingeranno tombaroli, ad un segnale radio convenuto, ronde miste di militari e civili, esperti della zona, circonderanno l’area e costringeranno la “bestia” o le “bestie” a dirigersi verso il bordo della rupe ed a quel punto non potranno più fuggire, o saranno catturate o saranno uccise.

Al mattino i capo ronda militari ma in abiti civili, effettuano un sopralluogo per prendere confidenza con i luoghi ed in particolare per imparare ad orientarsi. Per tre notti viene tesa la trappola ma le “bestie” non si fanno vive. La quarta notte, finalmente, i due finti tombaroli sentono dei rumori provenire dalla boscaglia. Fingendo di non aver sentito, continuano nella loro finta ricerca tra gli scavi; ad un certo punto una sagoma enorme compare alle loro spalle emettendo una specie di grugnito. Hanno appena il tempo di girarsi, illuminarla e gridare: “è un mostro…”.  La bestia si avventa su di loro riuscendo a ferirne uno, l’altro, estratta la pistola d’ordinanza,  spara cercando di colpirlo. A quel punto la “bestia” fugge verso il bosco, incalzata dalle ronde, dai cani da caccia, dalle lampade portatili che cercano d’inquadrarla e dalle raffiche di mitra e fucile che cercano di colpirla.

La fuga è facilitata dal fitto della boscaglia, ma il nascondersi è reso impossibile dal fiuto dei cani, ovunque si nasconda, sarebbe stanata e uccisa, non resta che scappare, ma dove? , la direzione obbligata è verso il dirupo, che ormai non è molto lontano, ma giunta lì, cosa fare?.  Le ronde si muovono a tenaglia sino a circondarla. La fuga della “bestia” si conclude sull’orlo della rupe, oltre quel limite c’è un salto di più di quaranta metri. L’essere, metà uomo e metà bestia, si gira verso i suoi inseguitori. Tra questi c’è anche Magni, la “bestia” lo vede e con lo sguardo sembra cercare il suo aiuto. E’ in quell’attimo che a Magni sembra di scorgere, in quegli occhi, una parvenza di umanità che lo porta a pensare di conoscerla, di sapere chi sia.

Non ha il tempo di gridare agli uomini delle ronde di fermarsi che, un colpo di fucile, colpisce al petto la “bestia”  la quale, ruotando su se stessa, si sporge verso il baratro cadendovi. Un urlo lancinante accompagna il suo salto nel vuoto e nel buio della notte.  Scendere nel letto del fiume a quell’ora è troppo rischioso, bisognerà attendere le prime luci dell’alba ormai vicina.

La ricerca del corpo della “bestia” su un terreno scosceso tra siepi, alberi e cespugli non è semplice. E’ già trascorsa più di un’ora quando, ad un certo punto, dietro un cespuglio, viene ritrovato il cadavere di un uomo nudo con il petto squarciato da un colpo di fucile . Magni non ha dubbi, è quello di Cento, l’archeologo che, assieme ad Aluisi, è scomparso da più di due mesi, ma cosa ci fa lì? e perché è stato ucciso? Ed il corpo della “bestia”, che fine ha fatto?.  Magni ripensa a quello sguardo di aiuto rivoltogli dalla “bestia” prima di essere uccisa,  e nella sua mente si fa strada un’ipotesi assurda, Cento, era la “bestia”?  e se fosse così, l’altro mostro non potrebbe che essere Aluisi . E’ assurdo, pazzesco, continua a ripetersi nella sua mente, non è possibile. Cosa può aver causato la loro trasformazione in esseri mostruosi ed assassini?. Per una persona estremamente razionale come lui, il solo pensare una cosa del genere è un insulto alla propria intelligenza.  Vorrebbe esprimere questi dubbi al Maresciallo Troisi, ma ha paura di essere preso per pazzo. Ma quando l’autopsia  rivela che Cento è stato ucciso quella stessa notte e con un colpo di fucile , ecco che i dubbi riaffiorano, diventando certezze.
Per gli inquirenti, una delle ipotesi è che, Cento, privo della memoria, si sia trovato a vagabondare per Tarcos, dove i ricordi confusi della sua mente lo avevano riportato, e che sia rimasto coinvolto nella  sparatoria della caccia alla “bestia” e, colpito casualmente, sia caduto dalla rupe, mentre la “bestia”, soltanto ferita, sia riuscita ad evitare la caduta nel vuoto aggrappandosi  agli alberi che crescono sulla rupe. Rimane da capire come possa esistere un essere simile e da dove venga.

  • IL MISTERO E’ NEL PASSATO

Magni è architetto ma è anche archeologo e, come tale, è abituato a cercare le risposte anche nel passato, nella storia. Sente che ciò che è accaduto è legato alla storia di Tarcos. Essendo stato un possedimento dello Stato Vaticano, si reca a Roma, presso l’Archivio Segreto Vaticano. Qui visiona tutto ciò che c’è di digitalizzato su Tarcos, ma non trova nulla di cui non sia già a conoscenza. Parlando con il responsabile dell’archivio, suo vecchissimo amico, viene a sapere che non tutti i documenti relativi a Tarcos sono stati digitalizzati. In particolare, c’è un faldone, con documenti risalenti al periodo 1645-1649, per il quale era stato dato il divieto di divulgazione del materiale in esso contenuto. Magni chiede come fare per poterlo visionare, il responsabile gli risponde che deve avere l’autorizzazione del Prefetto. Magni racconta all’amico ciò che è accaduto a Tarcos ed è convinto che la risposta alle sue domande sia proprio in quel faldone. Il suo amico gli risponde che ciò che gli ha raccontato ha dell’assurdo, ma che ne parlerà con il Prefetto dell’Archivio. Lo prega perciò di ripassare l’indomani.

Tornato il giorno dopo, il suo amico gli dice che potrà visionare il faldone ma che non potrà fare copie dei documenti.                                                                             Finalmente il faldone è nelle sue mani. In esso ci sono dei documenti scritti in latino disposti in ordine cronologico.  Il primo documento è una lettera inviata a Papa Innocenzo X dove, il Vescovo di Tarcos informa il Papa che strani fenomeni, da qualche anno, stanno accadendo in città, alcuni degli abitanti sono scomparsi misteriosamente ed altri sono stati trovati sgozzati e sventrati ed i responsabili non sono stati scoperti. Inoltre, tra gli abitanti, c’è chi dice di aver visto demoni e mostri aggirarsi di notte nelle strade di Tarcos. I soldati della locale guarnigione si rifiutano di uscire di ronda, a Tarcos, di notte. La situazione corre il rischio di sfuggire di mano.

Altri documenti a seguire, scritti da altre autorità locali, tra i quali il comandante della locale guarnigione, sono dello stesso tono.  Un’altra lettera, scritta sempre dal Vescovo di Tarcos, informa, che molti abitanti, terrorizzati, stanno abbandonando la città che corre il rischio di spopolarsi.  Papa Innocenzo X decide d’intervenire mandando un Praefectus Pontificio, con pieni poteri, ad indagare.  Il rapporto del Prefetto conferma la situazione descritta dalle missive.                      A Tarcos c’è un clima di terrore generato non soltanto dalle morti violente e dalla scomparsa di alcuni suoi abitanti, ma anche dalla sensazione che un maleficio o una maledizione si siano abbattuti sulla città. Nel frattempo continua il ritrovamento di cadaveri di persone sgozzate e squartate.  Gli abitanti, interrogati personalmente dal Prefetto, continuano a riferire di mostri e presenze demoniache per  le strade di Tarcos durante la notte. Alcuni di loro sono visibilmente scioccati e non riescono a parlare. Ma ciò che convince il Prefetto che c’è qualcosa di strano, è l’interrogatorio di un bambino di sette anni, ritrovato vicino al cadavere sgozzato e sventrato della madre. Il bambino ha lo sguardo perso nel vuoto, guarda il Prefetto che lo interroga ma è come se non lo vedesse,  come se il suo sguardo lo trapassasse da parte a parte. Il Prefetto gli pone le domande ma il bambino non risponde.  Il Praefectus  è tedesco e come tale molto risoluto, da ordine perciò che le ronde notturne, composte da tre soldati ciascuna, siano intensificate. I soldati che si rifiutano saranno impiccati. Per alcune notti sembra che tutto sia tranquillo, ma una sera, una delle ronde viene assalita, due soldati vengono uccisi, uno riesce a fuggire e a dare l’allarme. I corpi vengono ritrovati sgozzati ma intatti. Il sopravvissuto, ancora scosso per l’incontro, riferisce di un essere mostruoso, il corpo gigantesco di un uomo alto quasi tre metri ed il volto di un mostro, di un demonio, con le dita delle mani munite di unghie di tigre. Il sopravvissuto racconta anche che, uno dei suoi colleghi, con un colpo di sciabola ben assestato,  non era neppure riuscito a ferire il mostro.  Siamo nel periodo della caccia alle streghe che coinvolge tutta L’Europa e non è perciò difficile, per il Prefetto, cominciare a pensare che di stregoneria si tratti. Vengono quindi fatte arrestare tutte le donne di Tarcos accusate di essere delle streghe, ma gli omicidi, benché avvengano, ormai, nelle parti periferiche della città, più difficili da controllare perché più buie, non si fermano.  Quanto riferito dal soldato sopravvissuto consiglia di evitare lo scontro corpo a corpo con il mostro. Il Prefetto richiede perciò al Vaticano un rinforzo di archibugieri, sicuro che le nuove armi da fuoco possano avere la meglio sul demone o sui demoni di Tarcos. Una compagnia di 120 archibugeri viene cosi inviata a Tarcos. Si decide di dividere la città in quattro zone e di procedere secondo la seguente strategia. A turno, ciascuna zona, di notte, sarà isolata dalle altre e verrà battuta, palmo a palmo, da 40 gruppi di armati costituiti da quattro soldati della guarnigione, muniti di lance, e tre archibugeri con l’ordine di sparare a vista. Il compito dei soldati sarà quello di tenere impegnato il mostro mentre gli archibugeri, presa la mira, spareranno, a turno, contro di lui.

La battuta del primo settore non sorte alcun esito, come pure quella del secondo. La terza notte durante la battuta del terzo settore, un gruppo incontra finalmente il mostro. Superato un primo momento di sconcerto e spavento, i soldati lo affrontano, egli si avventa sul gruppo riuscendo a ferire uno dei soldati ma cade colpito a morte dal fuoco degli archibugeri e qui, sotto gli occhi stupiti di tutti, il corpo del mostro si trasforma in quello di un uomo, subito riconosciuto, da uno dei soldati, per essere uno dei quattro abitanti scomparsi. Nelle notti successive, altri tre gruppi di armati, in uno dei quali è presente anche il Prefetto, hanno modo di fare la stessa scoperta:  uomini trasformati, da chissà quale sortilegio, in mostri assassini, in esseri del demonio.    Per il Praefectus non ci sono più dubbi, si tratta di stregoneria.   Questa scoperta porta la Santa Sede a dichiarare Tarcos città maledetta posseduta dal demonio. E’ cosi che viene ordinato di evacuare la popolazione nei paesi limitrofi e di distruggere la città. Per non generare allarmismo nell’opinione pubblica ed incoraggiare gli avversari religiosi e politici della Santa Sede, si preferisce tacere il vero motivo. Perciò, ufficialmente la motivazione sarà politica. Si prende spunto dall’uccisione del nuovo vescovo di Tarcos, assassinato mentre era in viaggio da Roma verso la città. Il Duca e signore di Tarcos, da tempo in rotta con le autorità pontificie ed avverso all’elezione del vescovo assassinato, viene accusato di essere il mandante dell’omicidio. Tale accusa lo costringe a scappare verso il nord Italia. Tarcos viene occupata dalle truppe pontificie. La demolizione inizierà con le mine e poi con la distruzione sistematica a colpi di piccone per opera di mille demolitori abruzzesi. A dicembre del 1649 Tarcos è dichiarata distrutta.

  • EPILOGO

Magni ha finalmente trovato risposta alle sue domande e conferma delle sue ipotesi. Cento era il Mostro che è stato ucciso mentre  il suo fraterno amico Aluisi è il secondo mostro. A questo punto non sa che fare. Parlarne con il Maresciallo Troisi, con il rischio di essere preso per pazzo, oppure cercare di entrare in contatto con Aluisi il mostro?.  Nella seconda ipotesi, come fare a trovarlo?                                                                                                                                                                    Magni si ricorda delle rovine di una chiesa dedicata a San Francesco, posta lontano dalla zona degli scavi e dove Franco Aluisi si recava spesso a portare dei fiori perché li, la sua povera mamma, andava a pregare. Dovrà andarci di notte, senza sapere se vi troverà il Mostro e, nel caso vi fosse, come questo si comporterà. Magni confida in quel bagliore di umanità che aveva scorto negli occhi di Cento quando, ancora mostro, prima di essere ucciso, con lo sguardo gli aveva richiesto aiuto.  Quello sguardo ha dato la certezza a Magni che i due suoi amici abbiano ucciso contro la loro volontà e che quel briciolo di umanità, riuscito a sopravvivere alla trasformazione, impedirà al mostro di ucciderlo.

E’ notte fonda quando Magni giunge sul posto. Il luogo è illuminato dalla luce della luna; sul fondo, in una parete, un affresco raffigurante San Francesco resiste al trascorrere del tempo. Con lo sguardo cerca di scorgere dei movimenti, delle ombre, ma inutilmente, il luogo sembra deserto.  Attende ancora. Quando ha perso ogni speranza, sente una voce gutturale alle sue spalle che lo  chiama. “ Anton, …  Anton, sono Franco”. Istintivamente si gira verso quella voce e difronte a lui si staglia la figura di un uomo, alto quasi tre metri, con il volto di un mostro. Il suo primo istinto sarebbe quello di fuggire.  Ma il mostro lo rassicura  con una domanda che soltanto un essere umano potrebbe fare: “ Come sta la mia famiglia?” Magni gli risponde che stanno bene ed aspettano il suo ritorno a casa. “ Un ritorno che non potrà mai avvenire…. quantomeno…. da vivo “; gli ribatte il mostro, e prosegue   ” Immagino che tu voglia sapere le cause di questa trasformazione ed il motivo”.  “ Dai documenti che ho letto in Vaticano la causa risulta la stregoneria “.  “La streghe non c’entrano, sono loro …….. i nostri antenati Etruschi che hanno voluto e che vogliono ciò che è accaduto.  Ti ricordi quando, scoperto il pozzo, siamo caduti in acqua ? “. “Certo, ho corso il rischio di annegare”.  “ Anch’io, ed è proprio l’acqua inquinata, che io e Cento abbiamo bevuto,  la causa della nostra trasformazione “. “ ma anch’ io e gli altri abbiamo bevuto……….”.  “ La trasformazione, coinvolge soltanto i discendenti diretti degli etruschi di Tarcos”,  Gli risponde il mostro, “ Del gruppo, soltanto io e Cento eravamo discendenti diretti ”. “ Hai detto che l’acqua è inquinata? ”, gli chiede Magni, “ Si, ma soltanto dopo che ha piovuto. L’acqua caduta nell’area delle tombe etrusche, una volta assorbita dal terreno, subisce la maledizione di Cneve e s’infiltra nelle falde acquifere che alimentano il pozzo, inquinandole”.

“Ma la maledizione, quando è iniziata?”, chiede Magni, “ La maledizione è stata lanciata dall’aruspice Cneve alla sua morte  ed è diventata manifesta nel Rinascimento, quando, il ripopolamento con gente estranea, il rimaneggiamento della città e la costruzione delle fortificazioni con il danneggiamento delle tombe degli antichi, hanno rotto il “legame etrusco” tra Tarcos e la necropoli, tra il mondo dei vivi e quello dei morti “.    “Queste erano le motivazioni nel 500, ma oggi, perché uccidere quella gente?”, chiede Magni,  “Dopo la distruzione di Tarcos la città e la necropoli sono state, per secoli, depredate continuando così a profanarle entrambe e quindi anche il loro legame. Perché la maledizione potesse manifestarsi nuovamente era però necessario che si ritrovasse il pozzo e che le persone giuste ne bevessero l’acqua inquinata. Le persone che abbiamo ucciso, non per nostra volontà, erano profanatori “.                                                                               “ Anche la guardia giurata? “, “ Si anche lui, da quando aveva 15 anni.”

“Anche l’urlo che ha mandato in frantumi i vetri di “torre Etruria” rientra in questa strategia di vendetta?”, chiede Magni,  “ Quell’urlo, proveniente dal mondo dei morti di Tarcos, era un urlo di rabbia e sdegno perché stavate per violare la tomba più sacra di Tarcos, rompendo nuovamente il legame etrusco tra il mondo dei vivi e quello dei morti e, come avevi ben intuito, prima di rimuovere la pietra che chiudeva l’accesso, quanto ti era accaduto la notte prima era un monito a non farlo.” “Come posso aiutarti ad uscire da questa maledizione?”, domanda Magni,   “C’è solo un modo: ….. morire, ed è ciò che mi auguro accada il prima possibile. Non ce la faccio più a comportarmi come non voglio. ”   “Perché non avete ucciso anche me?, le occasioni non vi sono mancate” , “ Tu per loro non sei un nemico, anzi con il tuo lavoro consenti di perpetuare il loro ricordo, la loro memoria in un certo senso tu ricrei il legame tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Anche l’antiquarium con le due torri espositive, unite dal corridoio vetrato, ribadisce questo dualismo e questa unione, la città e la necropoli, la vita e la morte.” “ Ma anche Tarcos è morta”, ribatte Magni, “ No amico mio, ricordi cosa dicevamo quando facevamo l’università?,  Tarcos non è morta, Tarcos riposa, come una bella addormentata in attesa del suo principe azzurro.”  Il loro discorso viene interrotto dall’abbaiare dei cani delle ronde, che sono sempre più vicine.

“ Amico mio siamo all’epilogo,…….. finalmente “, dice il mostro e, mentre pronuncia queste parole, compaiono gli uomini delle prima ronda. In un attimo “ la bestia” si gira verso di loro e gli si scaglia contro,  Magni non ha il tempo di gridare “fermi”  che la ronda ha già aperto il fuoco. Il mostro si accascia a terra e, sotto gli occhi allibiti di tutti, il suo corpo si trasforma in quello di Aluisi. Magni cerca di sollevarne il busto per guardare, un’ultima volta, il viso dell’amico e sentirsi sussurrare “ Addio amico mio, abbi cura di Tarcos e fa che il suo ricordo rimanga sempre vivo. Un giorno nessuno di noi due ci sarà più, ma lei ci sarà ancora ”.  E’ già l’alba, quando, ultimati i rilievi dei carabinieri, una barella porta via il corpo di Aluisi.La luce ha preso nuovamente il sopravvento sul buio e sugl’incubi , ma non sull’amarezza che questa esperienza ha suscitato nell’animo di Magni.

Ormai c’è soltanto la raccomandazione del suo amico ad incoraggiarlo a proseguire nel recupero di Tarcos, la città che ha tanto amato ma che non sente più sua.

Il gruppo con la barella passa tra gli scavi e le rovine di Tarcos e poi tra gli edifici dell’antiquarium, quasi a voler tributare un ultimo saluto a ciò per cui Aluisi ha sacrificato la propria vita.

Nel parcheggio, dove è ferma l’ambulanza, ci sono in sosta alcuni camper in attesa che gli scavi e l’antiquarium riaprano al pubblico. Da uno di essi, come per ironia della sorte, una radio trasmette una canzone in inglese che ripete il motivo: “carry you home”,  “ ti porterò a casa “,  ma il destino, si sa , è abituato a prendersi gioco degli uomini e degli dei.

Il racconto di cui sopra nasce dall’incontro fatto dall’autore, architetto Antonio De Grandis, con l’antica Città di Castro nel comune di Ischia di Castro. Esso può essere considerato il racconto romanzato della storia di Castro. I fatti ed i personaggi sono immaginari, mentre ai luoghi è stato cambiato il nome anagrammando quello originale.