Università e Covid, esperienze ‘rubate’ agli studenti

NewTuscia – AUT AUT di Emanuela Ferruzzi – Articolo 2 – Cari lettori, quando ho presentato la rubrica vi ho promesso che avrei parlato di argomenti citando volti, parlando con le persone. E non verrò meno alla mia promessa nemmeno in questa occasione, in cui parleremo di Università e Covid.

Ho voluto scegliere questo argomento perché molti, moltissimi studenti, stanno continuando a studiare in tutte le università d’Italia, ma lo stanno facendo in una modalità totalmente diversa dalla ‘normalità’.

L’università è da sempre il luogo del sapere per eccellenza, ma non solo. Università significa interazione, confronto, conoscenza, creazione di rapporti sociali più o meno intimi.

L’università è fatta sì da aule e docenti, ma anche da compagni e compagne del corso di studi che, nella stragrande maggioranza delle volte, diventano amici che si frequentano anche al di fuori del contesto didattico. Ci sono molti tipi di studenti, ma un occhio più specifico lo rivolgerei agli studenti fuori sede che trovano spesso, vivendo insieme ad altri universitari, degli amici per tutta la vita. È stato il mio caso. A Roma, alla Sapienza, ho conosciuto delle persone meravigliose con le quali ho vissuto anni memorabili fatti di risate, gioie e dolori condivisi; fatti di stress pre-esame e alcolici post-esame. Insomma, tutta la quotidianità universitaria è fatta di felicità, di spensieratezza, di beltà. E intanto si impara, si studia, ci si scambia. E ora? Ora c’è il Covid. Le aule sono deserte, i cortili vuoti, i portacenere puliti, i secchi vuoti, le biblioteche chiuse o, se aperte, visitate da ben pochi studenti. Il bar universitario è in silenzio o sembra quasi un bar normale. Vi assicuro che, in tempi di lezione, tutto sembra tranne un bar comune. È più un mercato dove a sorte qualcuno va a fare la fila per prendere caffè per tutti.

Adesso è tutto diverso. Per raccontare l’università al tempo del Covid ho parlato con alcuni studenti provenienti da più Università Italiane.

La prima ragazza con la quale ho parlato si chiama Elisa ed è una studentessa di dell’Università di Siena, al corso di Economia politica e statistica. Lei vive lì da due anni. È rimasta lì, nel suo appartamento, con una coinquilina, durante il primo lockdown. Ho parlato con Matteo, iscritto all’Università di Perugia proprio quest’anno, alla facoltà di Scienze socio antropologiche. Anche Lui vive a Perugia e deve vedere la sua famiglia da novembre, avendo anche un lavoro part-time. Ho parlato con Eleonora, studentessa in sede all’Università di Viterbo, facoltà di giurisprudenza. Ho parlato con Fabrizio, laureato a gennaio via Zoom alla facoltà di Ingegneria Energetica alla Sapienza.

Abbiamo affrontato gli stessi argomenti, abbiamo confrontato le situazioni parlando delle grandi modifiche che questo Covid ha apportato al sistema universitario.

Elisa è al secondo anno, ha potuto assaggiare un po’ di università ‘normale’. Ha vissuto la biblioteca e le aule fino a marzo dello scorso anno. Mi parla in videochiamata dicendomi che ormai, tra lezioni, amici e famiglia, l’unico modo di vedersi è il video. Lo dice sorridendo, ma non è felice. Mi racconta delle lezioni che non sono poi così ricche come prima, dei problemi di linea che spesso hanno gli insegnanti, della tanta cultura che viene meno a causa della mancanza di interazione diretta. Mi parla di esami molto più pesanti, durante i quali c’è un grande limite, lo schermo.

Anche Matteo vive l’università in maniera poco felice. Vive a Perugia, con due coinquilini, ma è di Frosinone. Lavora, segue video lezioni e frequenta un forum on line in cui studenti al secondo o terzo anno aiutano le matricole ad inserirsi. Si, perché lui la vita universitaria l’ha vissuta pochissimo. Non ha fatto in tempo a gustarla. È diventata subito ‘digitale’.

I due miei intervistati che hanno però stimolato il mio punto di vista e l’hanno costretto alla riflessione, sono stati Eleonora e Fabrizio che mi parlano di sensazioni completamente diverse.

Eleonora per esempio si trova molto bene con questa soluzione a distanza. Lei non ha problemi a seguire le lezioni, le trova esaustive e fare esami on line, su Zoom, o con altre piattaforme, non è cosa da denigrare. Infatti, secondo Eleonora, sostenere un esame on line riduce moltissimo lo stress della presenza e poter studiare a casa permette agli studenti di organizzarsi meglio e di non perdere tempo. Inoltre, gli esami risultano forse più rapidi, senza uno spreco di tempo per la verbalizzazione. Digitalizzare tutto fa risparmiare tempo e soprattutto, per chi magari sente molto la pressione in sede d’esame, evita le situazioni ansiogene che si sviluppano ascoltando le domande poste agli studenti che si siedono prima di noi. E, da non dimenticare, viene meno la preoccupazione dettata dai racconti o dalle votazioni di altri studenti. La preparazione secondo Eleonora non viene meno perché, anche se si pecca di approfondimenti, la preparazione è personale e lo studente sceglie di prepararsi per sé stesso e per il lavoro che andrà a svolgere, non solo al fine del superamento dell’esame.

Non è di questo avviso Fabrizio, che si è laureato lo scorso 18 gennaio. Ha preparato la tesi a distanza, senza poter parlare di persona con il professore. Inoltre, data la facoltà, molte tesi sono inerenti ad argomenti da affrontare in laboratorio.

Gli ultimi mesi, prima di preparare la tesi per lui sono stati un po’ faticosi. L’università non ha una piattaforma tramite la quale comunicare, quindi si è servito sempre della mail di servizio, non sempre tempestiva o efficiente. Fabrizio si è trovato, in sede di preparazione tesi, senza supporto alcuno e, durante le lezioni a distanza, con innumerevoli problemi dettati dall’età di alcuni docenti senza predisposizione tecnologica. I chiarimenti richiesti, magari per la tesi, sono stati rari. È stata una costruzione autonoma, validata solo a fine stesura, con il rischio di aver intrapreso un percorso non in linea con l’idea del relatore.

Fabrizio ha notato una perdita di istituzionalità e, secondo lui un decadimento del rendimento, forse anche dell’impegno. Il giorno della discussione era da solo, a casa, in Zoom. Commissione e Presidente presenti, ognuno dalla propria abitazione. Quindici minuti di discussione e poi l’attesa. Finite le discussioni del giorno, la proclamazione. A casa, vestito elegante, corona in testa a festeggiare.

È stato emozionante lo stesso, dice. Aveva con sé la sua famiglia, è stato felice. Ma cosa è mancato? Tanto. È mancato il pubblico. E non perché volesse fare uno spettacolo ma semplicemente perché discutere da casa fa annullare un processo formativo indispensabile, quello di esprimersi davanti ad altri, senza tentennare, senza problemi.

 

Quindi? Che idea vi siete fatti voi dell’Università ai tempi del Covid?

A parer mio manca la concretezza della routine, manca il caffè e la sigaretta nel quarto d’ora accademico, come mi suggerisce Eleonora; o respirare e vedere le aule, come dice Fabrizio. C’è poi elisa, che soffre tanto queste mancanze, le mancano i suoi compagni-amici e una guida in un anno accademico che prevede corsi un po’ specifici che avrebbero bisogno di sostegno diretto, non per mail. Alla fine Matteo, che trova le mie domande un po’ fuori luogo. Lui l’università pre-covid se la immagina soltanto. Ha iniziato quest’anno e si è adeguato, non sa nulla della sigaretta e del caffè, delle chiacchiere e degli incontri collettivi. Tra i quattro intervistati è quello al quale il Covid ha tolto di più.

Eh si, cari studenti, il Covid vi ha tolto il gusto della socializzazione universitaria, una parte vitale, a parer mio, un basamento della costruzione di coscienza, l’elemento primordiale. Spero che, a distanza, i docenti possano supplire.

Perché sarebbe un peccato laurearsi senza mai essere andati all’università. Ci saranno eccellenti laureati, senza dubbio, perché come dice Eleonora e confermano gli altri, la preparazione è individuale e soggettiva. Ma ci saranno laureati o laureandi che non avranno l’esperienza di cortili, di aule, di odori universitari. È questa mancanza, di certo, non si può studiare.

 

di Emanuela Ferruzzi