“Il Tevere a Roma resta segno concreto e metafora della crisi della città”

NewTuscia – ROMA – Omicidi, morie di pesci, degrado, mancanza di presidio e proliferazione di Uffici Pubblici, comitati, surrogati di interventi coordinati che dovrebbero essere nell’ordine delle cose (e che invece vedono faticosissima programmazione, mentre le pianificazioni applicabili divengono già datate): fra esigenze disattese di protezione personale e ambientale, velleità, sperperi e molto parlare a vuoto, il Tevere a Roma resta segno concreto e metafora della crisi della città.

In piena emergenza covid-19 il fiume potrebbe trovare un ruolo nuovo (e antico allo stesso tempo), ma le difficoltà sono molte, e allo stato attuale resta per lo più un “luogo non-luogo” interno alla città. Pronto però a trasformarsi <<da problema a risorsa>> di cinque anni in cinque anni, negli slogan elettorali e/o nei frettolosi interventi di fine mandato.

Tre file in allegato: un articolo con intervista de “La Repubblica” al presidente Amendola, un successivo comunicato (sulla scorta di una nuova intervista de “La Repubblica” al presidente Amendola) e una lettera del MIBACT fornita alla nostra redazione dall’Associazione G.D.P., riguardante un lembo di sponda a sua volta significativo dello stato delle cose, con progetti avveniristici che dovrebbero sorgere fra baracche, rifiuti e scarico di rifiuti nel fiume. La prima intervista costituiva anche un sommesso invito di sostegno alle manifestazioni temporanee estive, ma allo stato attuale sembra che prevarrà un approccio dirigista e limitato (culturalmente e logisticamente), legato ad uno o due interventi “spot” ad alto costo per le casse pubbliche.