La lezione di Aldo Moro e Peppino Impastato

Stefano Stefanini

NewTuscia – VITERBO – Non possiamo dimenticare. Il 9 maggio è ricorso il 42° anniversario  dell’uccisione dell’on. Aldo Moro. Opportunamente lo ha fatto Luisa Ciambella, componente viterbese dell’Assemblea Nazionale  del PD .

Il 16 marzo Moro era stato rapito con  l’eccidio della sua scorta:  a bordo dell’auto di Moro  i carabinieri Oreste Leonardi e Domenico Ricci  ed i tre poliziotti che viaggiavano sull’auto di scorta: Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi.

La storia, più si allontana dalla cronaca e dall’immediatezza dei fatti, più fornisce dati, circostanze e prove, prima nascoste e ricostruzioni attendibili e forse più vicine alla verità dei fatti, per i quali ancora non e’ stata fatta piena luce.

Anche in questi giorni in cui si sta lentamente uscendo dalla grande prova collettiva  della pandemia coronavirus,  i lettori ci permettano una riflessione sulla testimonianza politica e ideale di Moro che segnò l’ingresso nell’impegno politico di tanti giovani  – diciottenni come chi scrive – che decisero di impegnarsi in politica, dopo il sacrificio del martirio di Aldo Moro.

Il Capo dello Stato Sergio Mattarella ha ricordato  la relazione di Aldo Moro al Congresso della DC del 1973: «Noi saremo giudicati sulla base della nostra capacità di interpretare questi fenomeni di liberazione e di prendere su di essi una posizione appropriata». Moro aveva questa capacità e avvertiva la responsabilità di fornire risposte adeguate. E queste attitudini scaturivano anche dall’affetto per l’Italia, dalla considerazione del suo valore umano, dal rispetto e dall’affetto per la gente del nostro paese, per ciascuna singola, concreta, irripetibile persona. “

Ricordiamo che ogni  9 maggio, giorno in cui vennero uccisi Aldo Moro e Peppino Impastato, giornalista ucciso dalla mafia lo stesso giorno del ritrovamento dell’on. Aldo Moro, viene commemorato  il “Giorno della memoria” delle vittime del terrorismo e delle stragi, alla presenza di rappresentanze delle Scuole italiane, delle associazioni dei congiunti delle Vittime del terrorismo interno ed internazionale e delle stragi di tale matrice .

Aldo Moro venne rapito il 16 marzo 1978 e fu ucciso il 9 maggio dalle Brigate Rosse.

Lo Statista martire per mano delle  Brigate Rosse era  stato due volte Presidente del Consiglio dei ministri,  segretario politico e presidente del consiglio nazionale della Democrazia Cristiana.

“L’immagine del corpo di Aldo Moro nella Renault 4 parcheggiata in via Caetani il 9 maggio del 1978 accese i più reconditi e oscuri timori della nostra nazione. Fu forse il giorno più buio della “notte della Repubblica”: ci scoprimmo fragili davanti alle insidie del furore ideologico degli anni di piombo. Trovammo la forza di reagire e alla fine abbiamo vinto perché le forze migliori del Paese si sono unite nel comune obiettivo di difendere la nostra democrazia. Aldo Moro è stato un grandissimo italiano e uno statista illuminato: la sua eredità è ancora una fonte preziosa di insegnamento e di ispirazione”.

Il barbaro assassinio di Aldo Moro resta una delle pagine più tragiche e oscure della storia repubblicana. Il ricordo del sacrificio di Moro  deve unire il Paese nella memoria di tutte le vittime del terrorismo politico.

A sottolinearlo fu  Rosy Bindi, che fu assistente del prof. Giovanni Bachelet, giurista, docente di diritto, vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura e presidente dell’Azione Cattolica Italiana,  anch’esso ucciso impietosamente dalle Brigate Rosse all’Universita della Sapienza di Roma nel febbraio del 1980:   “Quella stagione di cieca violenza non risparmiò nessuna categoria e segnò profondamente la coscienza degli italiani che seppero respingere la sfida alla nostra democrazia senza cedere alla paura, ma facendo leva sui valori e i principi della Costituzione”, ricorda Bindi.

Il  16 marzo 1978, giorno del rapimento dello Statista sarebbe passato alla storia per la votazione parlamentare  di fiducia ad un governo nuovo, appoggiato dall’esterno dal Partito Comunista Italiano di Enrico Berlinguer, governo presieduto da Giulio Andreotti, ma frutto della paziente e acuta  tessitura e della lungimiranza di Aldo Moro – troppo anticipatorie di novità istituzionali per quella stagione politica –  che nelle “convergenze parallele” del Governo di Unità Nazionale aveva  individuato un passaggio cruciale, quanto delicatissimo, di salvaguardia e difesa della Repubblica democratica, minacciata dal terrorismo di varia matrice.

Come nella  migliore tradizione costituzionale, i momenti delicatissimi  di crisi politico-istituzionale ed economica, un “Governo di Unità Nazionale” tra tutte le forze responsabili della politica – protagoniste scaturite dalla Rinascita democratica post bellica e fondate sulla Costituzione repubblicana –  rappresentava e rappresenta un baluardo di  recupero delle condizioni  di normalità istituzionale, per poi riconsegnare, finita l’emergenza istituzionale,  l’azione di governo al responso  elettorale di una maggioranza che governa efficacemente  e di una opposizione che controlla  e denuncia eventuali storture di chi amministra il mandato popolare.