Libri Suonati, a San Lorenzo Nuovo uno spettacolo di suoni e parole

di Serena Biancherini

NewTuscia – SAN LORENZO NUOVO – Quando si inizia a leggere un nuovo libro, si indugia sulle prime pagine per capire il tono della narrazione, provando un senso come di vertigine che sospende su un filo teso i punti focali nella storia fino alla fine. È quello il momento in cui si capisce se il suo segreto per noi vale la pena di essere conquistato e allora si trasforma lo scorrere delle pagine in una ricerca del significato più profondo.

In questa occasione, che si colloca tra lettura e interpretazione, non c’è stato bisogno di famigliarizzare con il libro. I presenti, alcuni dei quali non conoscevano la trama se non vagamente, si sono ritrovati fin da subito emotivamente coinvolti dal poliedro sinestetico che Michele Marchesani ha messo in scena componendolo di musica, canzoni, luci e recitazione.

Il polistrumentista e cantautore, che da un po’ di tempo sta proponendo in giro per l’Italia il format musicale/letterario “Libri Suonati”, si è esibito oggi nella sala comunale di San Lorenzo Nuovo in una performance che ha catturato i sensi dei numerosissimi spettatori. Con la sua interpretazione del libro Io non ho paura, di Niccolò Ammaniti, ha presentato un connubio di accenti teatrali, atmosfera letteraria e suggestione musicale nonché visiva, grazie alla studiata posizione delle luci che andavano a colpire il suo volto con tonalità diverse a seconda del brano. Le musiche, in parte realizzate da Michele, in parte prese dal repertorio di altri cantanti, hanno costituito una parte essenziale nel creare quella particolare suggestione espressiva, immaginifica, che ha portato lo spettatore nel tempo e nel luogo raccontati nelle pagine del libro.

Nelle esibizioni di questo artista c’è un momento in cui si spengono le luci, che riporta al silenzio che segue un tuffo nel mare, al senso di vuoto creativo che per riempirsi completamente della nota vibrante suggerita dal sistema di luci, aspetta l’interposizione della voce narrante e della musica; un brivido che sale verso la nuca e morde come la sensazione che afferra il protagonista, Michele Amitrano, mentre viene a contatto con una realtà fatta di oscurità.

Nei vagabondaggi con gli amici, Michele, si imbatte in un casale abbandonato e in una botola che si apre su un buco piccolo in cui giace un bambino in pessime condizioni. Se all’inizio si domanda cosa mai abbia fatto di male per finire in posto simile, se per caso non sia un licantropo o un fantasma, alla fine scopre l’amara verità: il piccolo è stato rapito e nascosto lì in attesa del riscatto da una banda di malviventi di cui fa parte anche il padre del protagonista.

I brani scelti non sono in linea temporale con la narrazione, ma danno perfettamente l’idea della trama. “Quando scelgo i pezzi del romanzo da intrecciare con la musica, scelgo quelli più risonanti con me. Non li propongo in ordine cronologico, ma in base allo stato d’animo che voglio suscitare per creare una fotografia emozionale.” Ha spiegato, prima di iniziare, l’artista. Non si tratta di una sintesi del libro, ma di un’estrapolazione delle parti più evocative.

Così il pubblico che assiste si trova a osservare dalla collina che ossessionava il ragazzino, quella dove aveva visto il casale con la botola, il buco con dentro un mostro o forse un matto o forse niente di più di un bambino come lui; si trovano a fissare gli steli dei fiori che traggono vita da quella terra, accanto al casale, a diventare quegli steli e ad affondare nelle profondità della collina che guarda la casa dove il mostro, il pazzo, il bambino, si capovolge e diventa lui, Michele, poi il padre e gli amici, come in un riflesso distorto.

Gli occhi diventano foglie cieche, e i piedi radici che si fanno strada tra la terra prima secca e dura, poi umida e morbida, con la stessa naturalezza con cui ci si ritrae nella propria mante, con la musica che vibra nel petto al posto del cuore; fino a diventare parte di quella natura mista a coscienza che avverte il protagonista tra un sussurro che riecheggia nell’inconscio e  la voce ingenuamente sincera di un “io” che cerca di capire cosa stia succedendo. Gli spettatori sono scossi da ogni vibrazione di quella terra fatta della materia dei sogni e insieme tanto reale da sembrare di sentirne l’odore, rimangono uomini e donne vestiti con cappotti e abiti invernali al di fuori e dietro le palpebre diventano steli alimentati da quel suolo. Vedono la madre di Michele, stanca e inerte, il padre, con la sua concezione dell’essere uomini; vedono gli amici e lo spaventoso dodicenne chiamato Il Teschio; sentono, soprattutto, Michele.

Finché la musica si arresta, le luci si spengono, la voce tace, e sono di nuovo solo uomini e donne in abiti invernali.

Io non ho paura è stato il primo libro che Michele Marchesani ha scelto di raccontare con questo tipo di approccio, ma probabilmente non rimarrà l’unico. Tra i commenti che hanno seguito la performance non sono mancati quelli di chi si è trovato commosso da qualche brano, ne di chi spera di potervi assistere di nuovo, magari per sperimentare se anche con un altro testo l’artista riuscirebbe ad evocare la stessa molteplicità delle sensazioni abbracciate oggi.