L’Unitus che non dimentica

NewTuscia – VITERBO – La giornata della memoria. Sono 75 anni che quei cancelli sono stati aperti, lasciando impressa nelle nostre menti quell’immagine drammatica. Siamo all’Unitus, alla sede di Santa Maria in Gradi, e proprio qui oggi si sta tenendo un importante evento. Per non dimenticare. “È nostro compito ricordare. Ma è nostro compito evitare, anche, che questi eventi diventino meccanici, ripetitivi”. Così interviene Claudio Procaccia, direttore del Dipartimento per i Beni e le Attività Culturali della Comunità Ebraica di Roma, prima che la targa commemorativa venga scoperta. Quest’ultima a memoria di come la sede principale dell’Università degli Studi della Tuscia sia un luogo di storia, ancor prima che di studi. Prima monastero, poi carcere durante il periodo fascista. Santa Maria in Gradi ha raccolto nelle sue celle dodici ebrei. Dodici uomini. Di cui dieci vennero deportati ad Auschwitz. E oggi proprio quei dodici devono esser ricordati in modo particolare. Questo compito spetterà ad una targa fuori l’aula magna, contenente i loro nomi e una dedica da parte dell’Università. Ma la giornata è appena cominciata. Finita la breve cerimonia iniziale della scopertura della targa, a cui ha partecipato anche l’assessore Sberna, si torna ad occupare ognuno i propri posti all’interno dell’aula magna. Partecipa all’evento anche Francesco Coppari, sindaco di Vetralla e persona molto sensibile al tema della Shoah. Al punto da rendere la senatrice Liliana Segre cittadino onorario del suo paese. I dipartimenti umanistici, Distu e Disucom, hanno invitato a partecipare all’evento le figure più illustri delle loro fila. Tommaso Dell’Era, docente e studioso all’Unitus, è uno tra gli organizzatori. Matteo Stefanori, Elisa Guida, Simone Duranti, Luca Bruzziches, sono solo alcuni dei loro nomi. Questi docenti e studiosi ci accompagneranno per tutta la mattina, in un percorso alla scoperta di quel pezzo di storia che permea in noi ogni anno durante questo periodo. Durante i vari interventi è stata resa giustizia alla storia, delineando quel percorso che ha portato il nazismo e il fascismo all’odio razziale. “Già nel 1938, in Italia, si iniziò il censimento dei cittadini di religione ebraica”, ci spiega la dottoressa Guida. “Gli ebrei venivano arrestati, perché molti italiani cedevano alla tentazione della ricompensa che c’era se si denunciava la presenza di uno o più ebrei”. Tra le varie slides si nota una in cui vengono rappresentati i campi di concentramento italiani. Ma a Viterbo si distinsero. Rita Orlandi, premiata con il titolo di “giusta tra le nazioni”, non esitò un secondo. Non appena seppe di un prossimo rastrellamento vicino la sua abitazione, mentre era fuori casa con il piccolo Silvano Di Porto, non rientrò fino a sera. Protesse il piccolo Silvano, vicino di casa ed ebreo. E probabilmente è solo grazie a lei se oggi Angelo Di Porto, figlio di Silvano e nipote del suo omonimo morto ad Auschwitz, può sedersi vicino a noi e portare la testimonianza di suo padre. Oggi l’Unitus non dimentica. Così come Viterbo. Per ricordare i suoi caduti e Pietro Terracina, unico sopravvissuto viterbese dalla furia nazista, la città ha posto in Via della Verità le pietre d’inciampo, già nel 2015. Ma l’augurio più grande, alla fine dell’evento, è che il giorno della memoria possa essere ogni giorno. Che nessuno possa mai dimenticare.