Omicidio Giovanni Delfino, ucciso a sgabellate in carcere: oggi seduta in Tribunale. Il 6 febbraio il giuramento del perito

T. A.

NewTuscia – VITERBO – Oggi seduta in Tribunale per l’omicidio di Giovanni Delfino, il viterbese 62enne ucciso a sgabellate in carcere, lo scorso 31 marzo, dall’indiano Singh Khajan: Delfino morì poche ore dopo per le gravi ferite subite alla testa ed al viso.

L’avvocato Antonio Maria Carlevaro, difensore dell’omicida Singh Khajan, ha richiesto per il suo assistito la perizia psichiatrica per accertare la capacità di intendere e di volere nonché la sua capacità di stare in giudizio alla Corte di Assise odierna, presieduta dal dottor Mautone con giudice a latere dottoressa Massini e giuria popolare, che ha rigettato la richiesta all’esito dell’istruttoria dibattimentale.

L’imputato è composto e presenta zigomi di lombrosiana memoria. Sono stati auditi i primi testimoni del P.M. dottor Pacifici di cui non si inseriscono i nomi per scelta. Il primo, consulente psichiatra del P.M., ha ribadito lo stato borderline dell’imputato che va in iperreazioni aggressive in base alle situazioni e fattori ambientali vissuti, come già avvenuto al carcere di Civitavecchia in cui ha eseguito atti lesivi a una guardia.

Mentre il figlio della vittima, una delle parti civili costituite e rappresentate dall’avvocato Pirrone, non è potuto essere di alcun aiuto alla Corte in quanto non sapeva nemmeno della detenzione paterna. I vicini di cella, nelle loro deposizioni, si sono contraddetti su alcuni aspetti, tutti concordi sull’ora, le grida di aiuto della vittima, soprannominata lo zio o il vecchio, e i colpi mentre sono discordi sul tempo di intervento delle guardie e sulla richiesta dell’imputato di avere tranquillanti poche ore prima.

Il medico responsabile del servizio carcerario in servizio la notte del 29 marzo 2019, ascoltato subito dopo, è rimasto basito di fronte all’assenza di emozioni dell’imputato dopo aver commesso il delitto mentre le altre dottoresse facenti parte della commissione multidisciplinare del carcere confermano il quadro complesso dell’imputato.

Invece per quanto riguarda le deposizioni degli operanti carcerari, è emersa la problematica della scarsità di personale e della sfortunata coincidenza che ha portato a diminuire lo stesso il giorno dell’evento in quanto poco prima un esponente del clan Spada era stato condotto al pronto soccorso.

C’è diatriba tra le Parti sulla scelta da parte degli organi preposti, direzione carceraria e commissione multidisciplinare, sulla collocazione dell’imputato in grandissima sorveglianza, tra l’altro dopo il delitto lo stesso continuava a chiedere di poter fumare.

Il movente sarebbe la mancata dazione da parte della vittima dell’accendino. Una considerazione che sorge spontanea è che ormai sia fuori che dentro il carcere si può morire per futili motivi. La Corte all’esito dell’istruttoria ammette la richiesta di perizia psichiatrica e rinvia al 6 febbraio p.v. per il giuramento del perito.