Biblioteca di San Lorenzo Nuovo, riprendono gli incontri di lettura

di Serena Biancherini

NewTuscia – SAN LORENZO NUOVO – Dopo la pausa per le festività natalizie, la biblioteca di San Lorenzo Nuovo riapre i battenti con la lettura e l’analisi del libro Donne che corrono coi lupi.

La favola questa volta è stata quella del Brutto anatroccolo, la piccola creatura che da una covata di uova di cigno è finita in quella di una mamma anatra ingenua e profondamente divisa tra la cura di quello che credeva un suo piccolo e l’ambiente della fattoria che non lo accettava perché diverso, brutto secondo i loro standard.

Il brutto anatroccolo cresce tra uno scherno e una beccata, sempre allontanato e deriso, tra branchi di vilatili e umani che lo allontanano perché non concepiscono l’utilità di chi è diverso da loro, finché anche mamma anatra smette di difenderlo e lo scaccia. Il brutto anatroccolo finisce per affrontare il freddo invernale di stagni ed acque pronte a serrarsi in una morsa ghiacciata attorno a lui e ne esce vivo perché continuando a muoversi, protegge il piccolo spazio che occupa dal gelo.

Uno dei punti principali che il racconto mette in luce è l’importanza del ruolo svolto dalla madre e dalla famiglia in generale nello sviluppo di un bambino, che sia maschio o femmina. Ma per quello che riguarda il contesto del saggio, l’autrice in tutto il libro mette in risalto la condivisione e il passaggio del “testimone” da madre a figlia, il creare una cultura da tramandare per non perdere contatto con la propria parte selvaggia e istintiva che rappresenta il potere creativo e vitale più profondo di una donna. Nell’ambito di chi cresce con una madre che a sua volta è stata allevata in condizioni che bloccano la psiche in uno schema che non prevede margini di movimento (…una ragazza deve comportarsi in un certo modo per non dare nell’occhio in modo negativo, perfino in occidente, anche se in modo spesso sottile), è necessario che la figlia in qualche modo spinga il suo raggio di empatia e frequentazioni anche verso altre figure che possano in qualche modo sopperire alle mancanze caratteriali a cui è andata incontro, questo senza allontanarsi dalla madre naturale, ne fisicamente, ne tantomeno emotivamente. L’autrice chiama queste persone Madri selvagge, non devono necessariamente essere donne più grandi, ma semplicemente con un livello di esperienze o maturità diverse, per trasmettere consigli diversi da quelli ricevuti precedentemente e che aprano altre strade.

È anche questo in fondo lo scopo degli incontri, fornire una chiave di lettura della natura femminile, ma anche fornire nuove angolazioni per affrontarne le problematiche. Fin dall’inizio dopo la lettura della favola si è sempre tenuto un dibattito; quello che è cambiato dal primo incontro è la partecipazione a questo dibattito, riunione dopo riunione non solo i partecipanti si sono sciolti, ma in qualche modo i concetti espressi sono stati elaborati come dimostra l’ampia gamma di opinioni e commenti scanditi con sicurezza. Ed è proprio questa la parte più bella del parteciparvi: la consapevolezza di condividere un percorso e farlo secondo il proprio modo. È bello e necessario appartenere a un “branco”, vi troviamo calore, sostegno, comprensione, ma allo stesso tempo è bello e necessario gestire le proprie solitudini in modo costruttivo, per migliorare se stessi e, perché no, prendere un profondo, salutare respiro prima di reimmergersi nella vita esteriore.