S. Lorenzo Nuovo, in biblioteca le fiabe di Donne che corrono coi lupi

di Serena Biancherini

NewTuscia – SAN LORENZO NUOVO –  Continuano le letture in biblioteca del saggio Donne che corrono coi lupi, e se la settimana scorsa si è parlato della Madre selvaggia, oggi è stata la volta dell’esplorazione del gelo affettivo, e delle fantasie letali che esso provoca, attraverso le storie de La piccola fiammiferaia e de Le scarpette rosse.

La piccola fiammiferaia della fiaba vive nel gelo emotivo, tra persone che non si curano di lei e dei suoi bisogni affettivi; emblematicamente tutto quello che ha sono dei fiammiferi con cui dare inizio ad uno sviluppo creativo, ma invece di accenderli per riscaldarsi, di utilizzarli per attivare l’iniziativa, li lascia morire nell’aria perché non trova della legna su cui far attecchire la fiamma.

Proprio come le donne che si muovono in contesti di vuoto, vivendo di fantasia invece che di azione, ammantandosi di una timidezza che non lascia esprimere nulla se non un’assenza interiore che fa presagire che chi dovrebbe affacciarsi da quegli occhi si trova altrove.

L’anima si fa strada un mondo di fantasie effimere che relega le possibilità creative al non detto e al non vissuto, dove le chimere passano da una mera fonte di piacere all’evocazione intenzionale di immagini illusorie che paralizzano la capacità critica di affrontare situazioni reali.

Una sequenza di maschere senza volto ne occhi, che recitando una litania di quando sarò davvero pronta… se soltanto avessi detto o fatto così…, spalancano un baratro di universi alternativi che non solo non esisteranno mai ma scindono la razionalità in lampi minuscoli che invece di illuminare disorientano.

Trovando conforto nella fantasia la mente viene sedotta e sviata dalla realtà; la piccola della fiaba rievoca immagini che durano il tempo in cui i fiammiferi rimangono accesi, abbagliata dal calore dei ricordi che rievoca non si accorge del vero gelo che le si avvolge attorno e muore assiderata. Le sue potenzialità non hanno trovato il terreno adatto su cui svilupparsi, relegandola nell’indifferenza generale in cui le sole cose che dice a se stessa diventano più vere di qualunque altro oggetto tangibile. Non corrispondo alla realtà e non sono costruttive, proprio come il concetto di ricerca della facilità che finisce per ferire la piccola proprietaria delle scarpette rosse, letteralmente, perché per liberarsi di quegli orpelli scarlatti dovrà tagliarsi i piedi. Le calzature sgargianti che la madre morente ha preparato per la figlia non si adattavano a tutte le occasioni. La bambina finisce per incontrare una donna in una carrozza dorata che le promette tutto quello che vuole senza nessuna fatica e lei sceglie, tra le altre cose, un paio di scarpe del colore simile a quelle che aveva portato per tanto tempo e che aveva consumato nelle prove affrontate, ma di una consistenza e un significato completamente diverso: nuove, di vernice lucida e sgargiante che può portare in ogni circostanza, sembrano quasi non appartenerle. Le scarpe rappresentano le idee, e all’improvviso tutto quello in cui prima la bambina credeva viene bruciato, accantonato insieme alle vecchie suole, per fare posto a quello che altri pensano.

In entrambe le storie le protagoniste appaiono private della propria natura selvaggia alla base degli istinti positivi che permetterebbero loro di trovare una soluzione, come cambiare ambiente o smettere di perdersi nelle illusioni. Ma, mentre nella prima fiaba la giovane muore, in quella de Le scarpette rosse si intravede una scelta: morire o provare a curarsi le ferite.