“Per uno sviluppo sostenibile gli alberi da soli non bastano, ci vogliono anche le foreste naturali”

NewTuscia – VITERBO – Negli studi a scala globale la copertura degli alberi, derivata da remote sensing, sta prendendo sempre maggiore diffusione. Copertura arborea e forestale non sono tuttavia sinonimi perchè la prima comprende anche gli impianti di alberi in sistemi agricoli e urbani. In un saggio, in corso di stampa su Conservation Biology, i professori  Chiarucci e Piovesan evidenziano che per uno sviluppo sostenibile (Agenda 2030) abbiamo necessità di monitorare anche la copertura forestale e il suo stato di conservazione. Pe questo richiamano l’attenzione della comunità scientifica e dei decisori politici a dotarsi quanto prima di una mappa mondiale sul livello di naturalità delle foreste e a progettare adeguati spazi per i processi naturali liberi da condizionamenti antropici (rewilding) in ogni ecoregione per permettere la genesi delle foreste vetuste del futuro.

In queste settimane, enormi aree forestali stanno bruciando in Siberia e in Amazonia, i polmoni verdi della Terra, causando l’accelerazione dei cambiamenti climatici e rischiando di porre l’umanità di fronte al collasso degli ecosistemi per cui l’umanità deve adottare da subito strategie globali se vuole assicurare la permanenza della vita sul Pianeta per come la conosciamo.  Vi è accordo unanime sul fatto che la protezione e restauro delle foreste sia elemento fondamentale per la mitigazione dei cambiamenti globali. Tuttavia, ci sono punti di disaccordo anche tra gli scienziati su come definire le foreste, come misurarle e, infine, come gestirle in modo sostenibile. Le tendenze più in voga prevedono di misurare l’estensione forestale attraverso la copertura arborea, facilmente mappabile con strumenti satellitari.

Alcuni ricercatori evidenziano, tuttavia, come una foresta sia molto di più di un semplice assemblaggio di alberi, e rimarcano come foreste mature e vetuste, grazie alle dinamiche naturali, abbiano proprietà e funzioni complesse utili per la mitigazione dei cambiamenti climatici e la conservazione della biodiversità che non possono essere riprodotte da piantagioni di alberi o foreste secondarie sottoposte periodicamente a disturbi antropici. In un recente lavoro in pubblicazione sulla prestigiosa rivista Conservation Biology, Alessandro Chiarucci, dell’Università di Bologna, e Gianluca Piovesan, dell’Università della Tuscia, argomentano come sia necessario produrre al più presto una mappa globale delle foreste con diverso grado di naturalità (foreste intatte, vetuste, in “rewilding” e gestite). Questa mappa dovrebbe servire per misurare i trend futuri, anche se nella scala di tempo umana, le foreste a maggior grado di naturalità potranno, purtroppo, solo diminuire. Chiarucci e Piovesan sostengono che è necessario individuare e proteggere tutte le foreste rimaste con più alto livello di naturalità (foreste intatte e vetuste rimaste) responsabilizzando l’umanità verso la loro conservazione integrale. Inoltre, una certa proporzione delle foreste utilizzate, almeno il 20%, andrebbe lasciato in ciascuna regione biogeografica ai processi di dinamismo naturale per  un rewilding che garantirebbe la progressiva genesi di foreste dalla struttura complessa e pienamente funzionali. Conservare e ricostituire le foreste naturali significa garantire la preservazione di quella biocomplessità con i connessi processi ecologici che è alla base della vita sul pianeta e del mantenimento del suo stato di “omeostasi” funzionale. La complessità della natura è tale che è necessario attuare soluzioni di protezione delle foreste per garantire la persistenza di tutti i processi naturali, compresi i grandi disturbi, per assicurare la stabilità del Pianeta, la persistenza della biodiversità e anche per lasciare un riferimento alle generazioni future di come era la Terra prima della sua trasformazione profonda avvenuta durante l’Antropocene.