Gli obiettivi dell’Agenda 2030. Come la Tuscia saprà cogliere le opportunità dello sviluppo sostenibile?

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di Simone Stefanini Conti

NewTuscia – VITERBO – La Tuscia con le sessanta realtà cittadine deve saper cogliere le opportunità programmatiche e realizzative dello sviluppo sostenibile per il recupero delle aree dismesse, dall’edilizia scolastica, alla videosorveglianza, misure di inclusione sociale, l’innovazione tecnologica ed il rilancio dei mercati rionali.

Vediamo quali strumenti vengono messi a disposizione di regioni e comuni.

Per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030 sullo sviluppo sostenibile occorre confrontarsi prima di tutto con la crescita del fenomeno dell’urbanizzazione. Basti pensare che oggi, per la prima volta, nel mondo il 50% della popolazione vive nelle aree urbane”. Questo dato è  confermato dallo studio “Italia 2030: un Paese in via di sviluppo sostenibile”, tappa conclusiva del Festival dello Sviluppo sostenibile promosso da Asvis.

“L’associazione dei Comuni Italiani Anci sostiene che per molti anni il fenomeno dell’urbanizzazione è stato gestito da un sistema di governance non adeguata e questo ha prodotto nel corso dei decenni dei ‘guasti strutturali’ nelle città molto pesanti. Basti pensare che prima della riforma dell’elezione diretta dei sindaci, la vita media delle amministrazioni in Italia era di undici mesi senza la possibilità, dunque, di progettare sul lungo periodo interventi concreti. Oggi siamo in una fase di stabilità nel governo delle città ma ancora molto c’è da fare”.

Temi come quello della sostenibilità urbana e della tutela dell’ambiente vanno affrontati in un’ottica complessiva di di “governance metropolitana”.

L’associazione dei Comuni è convinta che “Le città metropolitane, realizzate con quattordici anni di ritardo, non si sono ancora trasformate in veri e propri organismi di governo. Abbiamo istituito le città metropolitane ma non abbiamo i poteri: è un sistema di governance non adeguato”.

Sono a disposizione oltre due miliardi di euro di fondi pubblici, che sviluppano un investimento complessivo di quasi 4 miliardi, per realizzare 120 progetti che si fondano su oltre duemila interventi, nei più diversi ambiti, intercettando molti degli obiettivi di sviluppo sostenibile dati dall’Onu con l’agenda 2030: dal recupero delle aree dismesse alla realizzazione di interventi per la mobilità sostenibile, dall’edilizia scolastica alla videosorveglianza, dalle misure di inclusione sociale e innovazione tecnologica a quelle per il rilancio dei mercati rionali.

Azioni materiali e immateriali. Riqualificazione fisica e riqualificazione sociale delle periferie.

Queste erano le risorse originarie del bando periferie, il programma straordinario di interventi per la riqualificazione urbana e la sicurezza delle periferie delle città e dei Comuni capoluoghi di provincia.

I progetti finanziati con il bando sono diffusi su tutto il territorio nazionale in modo omogeneo. L’investimento statale – ridimensionato dall’attuale governo – ammontava a due miliardi e 61 milioni, ai quali si somma la componente comunale (435 milioni) e quella privata (900 milioni). Nonostante si parli di bando periferie gli interventi non sono necessariamente lontani dal centro. Perché periferie significa luogo della marginalità sociale ed economica, non necessariamente geografica.

“Le periferie sono i quartieri satellite, separati dal centro, nati con una malintesa intenzione di risparmio che è costata tantissimo in termini di servizi – ha ricordato Decaro – ma è periferia ogni zona della città in cui i piani regolatori non hanno funzionato, dove il rapporto tra servizi e persone si è rotto o non è mai esistito, in cui gli spazi pensati per la socialità sono stati riempiti da emarginazione e abbandono.

Le periferie richiedono dunque irrimandabili interventi di ricucitura, un’operazione di rammendo, come l’ha efficacemente definita Renzo Piano, sono anche un’occasione di sviluppo. E’ lì, dove nascono più bambini, dove ci sono più giovani coppie, il futuro delle città”.

L’intervento del bando periferie è un tassello di una strategia più ampia che l’associazione dei Comuni si pone: “Ricostruire, bonificare, animare, tutto in sintonia con chi quegli spazi li abita è il senso di questa operazione.

Ed è un pezzo fondamentale di quella agenda urbana, insieme concertato di iniziative delle città in collaborazione con il governo, che da tempo chiediamo. Il bando periferie è stato un investimento straordinario. Ora serve un fondo stabile per avere la possibilità di programmare in anticipo e di condividere, tra amministrazioni locali, le più efficaci azioni di recupero”.

In cima alla lista di priorità degli amministratori locali ci sono il recupero delle aree dismesse (assorbe il 15 per cento del totale degli investimenti) opere per il decoro degli spazi pubblici – piazze, marciapiedi, mercati – (13,5%), per la casa, dall’edilizia pubblica al co-housing (edilizia sociale) (11,5%), per la mobilità (10%), iniziative per il lavoro (7,6%), la scuola (6%) e di inclusione sociale (5,6%) e la sicurezza (1,5%).