“Ogni riferimento è puramente casuale” di Antonio Manzini: prontuario di scoraggiamento corale”

Federica Marchetti

NewTuscia – Antonio Manzini, autore di successo, non si fa tanti scrupoli e usa il suo mestiere per tratteggiare la grottesca e amara caricatura di un paese che dei libri non sa proprio che farsene (sputando, dunque, nel suo stesso piatto?).

Manzini è uno di quei casi rari di scrittore italiano di successo: ogni suo libro diventa quasi subito bestseller, invitato e intervistato ovunque, è stimato da pubblico e critica e, come se non bastasse, dai suoi romanzi è stata tratta anche una serie televisiva di gradimento generale. Esordiente nel 2005, ha sfondato nel 2013 con i gialli di Rocco Schiavone, ruvido poliziotto dall’istinto indomabile e dall’intuito irrefrenabile.

La sua vena ironica già sperimentata nel 2015 con Sull’orlo del precipizio, torna in Ogni riferimento è puramente casuale, raccolta di 7 racconti ispirati dal libro e da tutto ciò che gli gravita intorno. La morte è in quasi ognuno dei sette racconti che scorrono come rapidi thriller dove la suspense è tutta concentrata sulla smania di scrivere e di farsi leggere. I protagonisti dovrebbero riassumere la nostra Italia dove tutti scrivono, pochi (pochissimi) leggono e quasi nessuno compra i libri

Nelle quasi trecento pagine del volume ce n’è per tutti i gusti: il delirio delle presentazioni con aspettative, delusioni e rituali infernali (“Lost in presentation”); l’incubo della promozione con annessi il potere e l’egotismo dei critici letterari (“Critica della ragione”); il paradosso del successo a tutti i costi (“Racconto andino”, il racconto più lungo, quasi un romanzo breve); le personalità schive e consacrate alla pura letteratura che però finiscono nel dimenticatoio popolare (“È tardi”); la surrealtà dei librai (“La parete azzurra”); i falsi problemi di coscienza degli autori (“Ringraziamenti”); le conseguenze dell’idolatria (“L’arringa finale”).

 

La scrittura non è una scelta: chi scrive ne è schiavo. Non può proprio farne a meno: la creazione è parte della sua vita e del suo equilibrio. Catartica e necessaria, la scrittura permette a chi la pratica di avere un universo parallelo dove rifugiarsi e rappresenta la chance per migliorare la qualità della sua esistenza. Il punto di vista si amplia, il linguaggio si evolve, i personaggi nascono spontanei e finiscono per esistere davvero, i luoghi assumono nuovi contorni, le azioni si dilatano. Chi scrive si diverte a farlo e non smetterebbe per tutto l’oro del mondo. L’unico peccato di chi ama scrivere è il desiderio di essere letti. Questo aspetto assume i contorni di una perversione quando si entra nel mondo dell’editoria. Lì tutto cambia e si finisce per accettare l’inimmaginabile. Per un contratto, per vendere copie, per avere un agente, per essere invitati alle kermesse, per un’intervista altisonante, gli aspiranti scrittori venderebbero l’anima al diavolo. Non tutti ma tra loro ci sono decine di spietati narcisisti megalomani pronti a farsi lo sgambetto e scippare idee altrui.

Con Ogni riferimento è puramente casuale Manzini ci regala un libriccino gradevole, ben scritto (come è sua abitudine) e con intenzioni ironiche ma ha calcato troppo la mano sui tic del mondo che frequenta anche lui e dal quale egli stesso raccoglie gli onori. Ridicolizzando ogni categoria del settore, l’autore ha preso le distanze dai paradossi dell’editoria che in Italia sta colando a picco. Il rischio che corre, però, è quello di demoralizzare chi scrive da anni e non ha ancora trovato l’uscita, chi nutre ancora speranze e chi vive la scrittura come un’insostituibile passione.