Giorno del Ricordo, il “Comitato 10 Febbraio” risponde all’articolo dell'”Associazione La Poderosa”

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Riceviamo e pubblichiamo

Egregio Direttore,

ci consenta di rispondere alle imprecise dichiarazioni dell’associazione locale La Poderosa, sul dramma delle foibe e le complesse vicende del confine orientale d’Italia. Detto sodalizio su Facebook inneggia al Dombass, cita l’infoibatore jugoslavo Tito e, nell’ottobre del 2016, organizzò un convegno dove fu invitata anche la signora Silvia Baraldini, condannata negli Stati Uniti a 43 anni di carcere per i reati di associazione sovversiva, concorso in evasione e ingiuria al tribunale, estradata in Italia e scarcerata nel 2006 per effetto dell’indulto.

Primo errore degli “esperti” della Poderosa: il cippo inaugurato il 9 febbraio 2018 a Vasanello, ricorda Vincenzo Quadracci, vice brigadiere di polizia (e non viceispettore come scritto dagli “esperti” della Poderosa) in servizio a Trieste, che nel maggio 1945 fu catturato, ucciso e gettato nella foiba di Equile Lipizzano da partigiani jugoslavi. Equile Lipizzano è il nome italiano di Lipica, già facente parte della provincia di Trieste e oggi località serba del comune di Sesana. Si trova vicino a Basovizza, altro luogo di martirio per tanti italiani, oggi Monumento Nazionale. Quest’ultimo è un pozzo minerario e non una cavità naturale, dove i comunisti italo-sloveni gettavano le loro vittime, molte delle quali morivano dopo giorni di straziante agonia.

 Secondo errore degli “esperti” della Poderosa: quello che dicono di aver visionato all’archivio di stato di Viterbo è il documento che veniva compilato al momento della chiamata alla visita di leva, era conservato dai Distretti Militari e non sempre puntualmente aggiornato. Il foglio matricolare, invece, era un documento più articolato, che seguiva il militare in ogni suo spostamento, e che pensiamo sia andato perduto durante l’occupazione jugoslava di Trieste. Da tenere presente che parecchi degli infoibati sono stati considerati “dispersi” per molti anni, poiché i loro carnefici non avevano certo comunicato a nessuno l’avvenuta soppressione di questi poveretti e dove erano stati nascosti i corpi. I comunisti slavi uccidevano chi si opponeva al loro dominio, nascondevano il cadavere e infine oltraggiavano l’onore della vittima con accuse infondate. Come fanno ancora oggi i mafiosi.

Terzo errore degli “esperti” della Poderosa, che dichiarano di aver contattato l’archivio di Stato di Trieste, mentre bastava una ricerca su internet per trovare la fotografia del Sacrario posto all’ingresso della Questura di Trieste, dove risalta, vicino al nome del Questore Palatucci morto nei lager tedeschi, anche quello del poliziotto Quadracci, soppresso dai comunisti.

Quarto errore degli “esperti” della Poderosa: il sito internet sui caduti della polizia di stato, iniziativa certamente encomiabile ma, come recita chiaramente e onestamente il sito, “non ufficiale”. Ci risulta, invece, che il Comune di Vasanello, prima di erigere il cippo, sia stato molto scrupoloso e abbia comunicato tutto alla Questura di Viterbo e al Ministero degli Interni. Alla cerimonia di inaugurazione presero parte il Questore, la Fanfara della Polizia di Stato e un funzionario ripercorse l’attività lavorativa del Quadracci e la sua tragica fine. Quindi si trattò di una manifestazione dotata del crisma dell’ufficialità.

Gli “esperti” della Poderosa, nel tentativo di rimescolare le carte, si danno la zappa sui piedi. In effetti, alcune fonti non controllabili riferiscono della detenzione del Quadracci nel campo di concentramento jugoslavo numero 74 di Donje Polje, ancora nell’agosto 1948. Questo lo fecero credere anche alla povera moglie del Quadracci che spedì delle lettere al marito, presunto prigioniero, ma non ricevette alcuna risposta. Anzi, ci hanno riferito i parenti, che quando andò a chiedere notizie del consorte alle autorità comuniste slave, ricevette “il consiglio” di pensare alla sua vita e a quella dei suoi figli. Possibile che il Quadracci fosse ancora detenuto oltre tre anni dopo la fine della guerra!? Quanti nostri connazionali potrebbero aver subito questa sorte? Quanti sono gli italiani morti di stenti e di malattia nei “democratici” gulag jugoslavi? Gli “esperti” della Poderosa tacciono su questo (per loro) spinoso aspetto della vicenda.

Quinto errore degli “esperti” della Poderosa: noi abbiamo sempre parlato della miniera di Bor, che si trova in Serbia, dove trovò tragica morte il finanziere Giovanni Ricci di Bassano in Teverina, costretto a lavorare in quella miniera in stato di semi schiavitù. All’eroico finanziere sabato 23 febbraio sarà eretto un cippo commemorativo nella sua città natale.

Sesto errore degli “esperti” della Poderosa: le “centinaia di migliaia” di vittime sono state indicate erroneamente da un giornalista locale che, dopo nostra immediata segnalazione, ha correttamente e professionalmente modificato l’articolo on line.

Una cosa è certa, non sapremo mai il numero esatto degli infoibati: primo perché la maggior parte delle foibe è rimasta in territorio ceduto ai comunisti jugoslavi ed è stato impossibile nel dopoguerra effettuare delle ricerche all’interno di questi crepacci; secondo perché i criminali che hanno compiuto queste stragi si sono ben guardati di lasciare tracce compromettenti e gli unici documenti esistenti sono ben nascosti negli archivi della polizia segreta della ex-jugoslavia;  terzo, con  gli italiani furono massacrati anche 150mila tra sloveni e croati anticomunisti, molti dei quali si erano arresi agli alleati anglo-americani e furono da questi ultimi riconsegnati dopo la fine della guerra nelle “accoglienti” mani della polizia segreta del criminale Tito e trovarono orrenda fine nei campi di sterminio jugoslavi.

Infine, abbiamo contattato la Lega Nazionale di Trieste: i funzionari sono caduti dalle nuvole e non ricordano recenti contatti con l’associazione, ma stanno cercando nei loro archivi se ci sono stati scambi di mail con la Poderosa.

Caro Direttore, con queste nostre precisazioni pensiamo di aver risposto adeguatamente agli “esperti”, la ringraziamo dell’ospitalità e porgiamo distinti saluti.

Comitato 10 Febbraio – Viterbo

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