Giorno del Ricordo, un pensiero dell’Associazione culturale “La Poderosa”

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NewTuscia – Il 10 febbraio si è celebrato il Giorno del ricordo. Il ricordo di una vicenda fatta sicuramente di molte sofferenze. Purtroppo però tutto questo viene spesso sintetizzato con un unico concetto: le foibe. Come se questo termine potesse riassumere in sé la catena di eventi tragici, lunga diversi decenni, che ha prodotto quegli eventi nefasti.

Non è così, ovviamente. Anzi, la semplificazione, in casi come questo, non serve né a stabilire responsabilità né alla ricostruzione di una qualche verità storiografica. Negli ultimi anni poi è invalsa l’abitudine di erigere monumenti per celebrare quelle vittime. Di per sé, niente di male; la memoria necessita oltre che di simboli anche di evidenze materiali che la sostengano e la rafforzino, però, si deve fare molta attenzione perché i monumenti non tollerano la complessità della storia, le sfumature e le implicazioni degli eventi storici; i monumenti affermano, impongono la loro incontestabile verità. Perciò, si deve procedere con cautela, con molta cautela, prima di inaugurarne qualcuno. E a noi pare che questo non sempre avvenga.

Partiamo dai fatti: il 9 febbraio 2018 è stato inaugurato, a Vasanello, un cippo commemorativo del nostro concittadino Vicenzo Quadracci, vice Ispettore di Polizia a Trieste, che nel maggio 1945 fu catturato, ucciso e gettato nella foiba di Equile Lipizzano da partigiani jugoslavi. Così, almeno, recita la targa che è stata inserita sul cippo stesso.

Tanta sicurezza scolpita sul marmo a fronte della storia convulsa di quei giorni del 1945 sul fronte orientale dell’Italia, ci ha fatto venire più di un dubbio e abbiamo tentato di ricostruire la vicenda attraverso i documenti.

Il foglio matricolare militare dell’Archivio di Stato di Viterbo non riporta nessuna annotazione riguardo la data e le cause della morte del Quadracci, così come i numerosi faldoni del fondo Pubblica Sicurezza dell’Archivio di Stato Centrale di Roma. Abbiamo contattato anche l’Archivio di Stato di Trieste ma ci hanno risposto di non aver trovato notizie sul nominativo. Non potendo reperire documenti ufficiali ci siamo rivolti alla redazione del sito www.cadutipolizia.it che ha gentilmente risposto offrendoci le informazioni in loro possesso. Sono tratte dal libro di Mario De Marco “La Pubblica Sicurezza sul confine orientale” che però non è più reperibile mancando dell’indicazione della casa editrice. La conclusione cui è giunto l’ispettore che ci ha risposto è che, in base alla sua esperienza, Quadracci, se sopravvissuto alla fucilazione immediata, possa essere morto in qualche campo di concentramento. In effetti nel sito si fa riferimento anche ad una sua possibile reclusione presso il campo di concentramento jugoslavo n° 74 di Donje Polje ancora nell’agosto 1948. Solo che, anche del campo di concentramento non si hanno notizie certe.

Abbiamo allora cercato di capire se il nome del nostro concittadino fosse inserito nelle liste degli infoibati chiedendo aiuto al Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia, ma ci hanno risposto che pur avvalendosi del contributo della redazione dell’associazione DieciFebbraio non ne hanno trovato traccia. Insomma, in tutta la vicenda l’incertezza regna sovrana. L’unica cosa quasi certa, e il quasi in tutta questa storia è d’obbligo, è che la foiba di Equile Lipizzano non esiste, nonostante la perentoria affermazione scolpita sul marmo del cippo. Non esiste nelle liste ufficiali delle foibe mappate nel corso degli anni né negli archivi della Lega Nazionale di Trieste, associazione che dal 1891 difende l’italianità della città e che raccoglie notizie sulle vicende storiche di tutta la Venezia Giulia. Anche loro ci hanno confermato che la foiba di Equile Lipizzano non esiste.

Arrivati a questo punto resta da sciogliere il dubbio più grande. Come è stato possibile che tanti problematici punti di domanda siano diventati improvvisamente una granitica certezza? Così sicuri da farne un monumento?

E c’è pure chi minaccia querele a chi non accetta verità mal congegnate, gli stessi che, in un articolo di qualche giorno fa, parlano di “esercito jugoslavo di Tito” nel 43, quando al massimo di gruppi, bande partigiane si può parlare, non certo di un esercito regolare, della vicenda di Quadracci abbiamo appena detto ma poi scorrendo la lista delle vittime ci si rende conto della superficialità con cui sono state condotte le ricerche storiche; di una viene detto che è stata uccisa a “Bar (Serbia)” però Bar si trova in Montenegro in Serbia al massimo troviamo Bor, si afferma che ci sono state 18.000 vittime e invece in un altro articolo, di ieri, le vittime diventano “centinaia di migliaia” e via di questo passo. Insomma, anche in questo caso la confusione regna sovrana.

Noi, che non abbiamo tutte queste certezze, crediamo invece che per rispettare la memoria delle vittime di quella orribile tragedia sia necessario fare chiarezza, indagare a fondo la verità di quegli anni, ristabilire i ruoli e le responsabilità di ciascuno e soprattutto rispettare la sensibilità e l’intelligenza delle persone che non si lasciano certo incantare dal clamore dell’inaugurazione di un monumento.

Associazione culturale “La Poderosa”

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