Il documento sulla “Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”, richiama l’esperienza di Francesco d’Assisi: dialogo e rispetto reciproco

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Stefano Stefanini

NewTuscia – Il documento comune sulla “Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”,  richiama l’esperienza di Francesco d’Assisi:  dialogo e rispetto reciproco nelle  città a tutte le latitudini.

«In nome di Dio Al-Azhar al-Sharif – con i musulmani d’Oriente e d’Occidente –, insieme alla Chiesa Cattolica – con i cattolici d’Oriente e d’Occidente –, dichiarano di adottare la cultura del dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criterio».

Questa la Dichiarazione di Abu Dhabi del  4 febbraio , con l’impegno per stabilire nelle nostre società il concetto della piena cittadinanza e rinunciare all’uso discriminatorio del termine minoranze.

«Il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi», la protezione dei luoghi di culto e il dovere di riconoscere alla donna il diritto all’istruzione, al lavoro, all’esercizio dei propri diritti politici interrompendo «tutte le pratiche disumane e i costumi volgari che ne umiliano la dignità e lavorare per modificare le leggi che impediscono alle donne di godere pienamente dei propri diritti».

Come riportato da varie agenzie di Stampa e dall’Osservatore Romano:  «Al-Azhar e la Chiesa Cattolica domandano che questo documento divenga oggetto di ricerca e di riflessione in tutte le scuole, nelle università e negli istituti di educazione e di formazione».

È questo l’epilogo di un incontro interreligioso decisamente coraggioso in un lacerato Medio Oriente che ha visto protagonisti nel Paese-ponte del Golfo Persico, papa Francesco e il Grande Imam sunnita di al-Azhar, Ahamad al-Tayyib.

Il documento comune sulla «Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune», che sigla un’appello congiunto senza precedenti rivolto a «tutte le persone che portano nel cuore la fede in Dio e la fede nella fratellanza umana a unirsi e a lavorare insieme, affinché diventi una guida per le nuove generazioni verso la cultura del reciproco rispetto, nella comprensione della grande grazia divina che rende tutti gli esseri umani fratelli».

Una dichiarazione non annunciata, resa pubblica solo alla fine dal Founder’s Memorial, dedicato al padre fondatore degli Emirati arabi, dove davanti ai rappresentanti delle diverse religioni il Successore di Pietro e un Leader Musulmano hanno sottoscritto la lista di punti “non negoziabili” e chiesto a loro stessi e ai leader del mondo, agli artefici della politica internazionale e dell’economia mondiale, di invertire la rotta delle violenze e «impegnarsi seriamente per diffondere la cultura della tolleranza, della convivenza e della pace».

La dichiarazione comune che muove «da una riflessione profonda sulla realtà contemporanea» condanna l’ingiustizia e la mancanza di una distribuzione equa delle risorse naturali – delle quali beneficia solo una minoranza di ricchi, a discapito della maggioranza dei popoli della terra – che porta a far «morire di fame milioni di bambini, già ridotti a scheletri umani – in «un silenzio internazionale inaccettabile». Condanna tutte le pratiche che minacciano la vita e chiede a tutti di «cessare di strumentalizzare le religioni per incitare all’odio, alla violenza, all’estremismo e al fanatismo cieco e chiede di «smettere di usare il nome di Dio per giustificare atti di omicidio, di esilio, di terrorismo e di oppressione».

Perché Dio «non ha creato gli uomini per essere uccisi o per
scontrarsi tra di loro e neppure per essere torturati o umiliati» nella loro vita e nella loro esistenza», «non ha bisogno di essere difeso da nessuno e non vuole che il Suo nome venga usato per terrorizzare la gente».

Si dichiara perciò «fermamente» che le religioni non incitano mai alla guerra e non sollecitano sentimenti di odio, ostilità, estremismo, né invitano alla violenza o allo spargimento di sangue.

«Queste sciagure – è scritto – sono frutto della deviazione dagli insegnamenti religiosi, dell’uso politico delle religioni e anche delle interpretazioni di gruppi di uomini di religione».

Da qui, pertanto, in accordo con i precedenti documenti internazionali che hanno sottolineato l’importanza del ruolo delle religioni nella costruzione della pace mondiale, viene attestata tra le atre anche la protezione dei luoghi di culto, templi, chiese e moschee e che «ogni tentativo di attaccare i luoghi di culto o di minacciarli attraverso attentati o esplosioni o demolizioni è una deviazione dagli insegnamenti delle religioni, nonché una chiara violazione del
diritto internazionale».

Tutto questo è affermato in nome di Dio – come è ribadito – che ha creato tutti gli esseri umani uguali nei diritti, nei doveri e nella dignità, e li ha chiamati a convivere come fratelli tra di loro.

In nome dunque dellafratellanza umana che abbraccia tutti gli uomini, li unisce e li rende uguali – ma che è lacerata dalle politiche di integralismo e divisione e dai sistemi di guadagno smodato, dalle tendenze ideologiche che manipolano le azioni e i destini degli uomini. In nome «dell’innocente anima umana che Dio ha proibito di uccidere, affermando che chiunque uccide una persona è come se avesse ucciso tutta l’umanità». In nome dei poveri, dei più vulnerabili. «In nome dei popoli che hanno perso la sicurezza, la pace e la comune convivenza, divenendo vittime delle distruzioni, delle rovine e delle guerre».

Il dialogo interreligioso e interculturale nuovamente affermato  con il documento comune sulla «Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, ci invita alla riflessione ed all’approfondimento  del rapporto tra le religioni cattolica, le chiese cristiane  e l’Islam,  così come lo visse Francesco d’Assisi nel suo contesto storico, approccio che mantiene comunque un’attualità tutta particolare.

Padre Giuseppe Frasca, francescano e studioso di teologia oltre che di storia delle religioni,  tenne nel 2006 un ciclo di conferenze nella Tuscia viterbese sull’esperienza ed  messaggio che Francesco di Assisi indirizza ancora oggi, dopo otto secoli,  sul tema  dei rapporti con il mondo islamico. I contenuti dell’intervista richiamano ovviamente  concetti di spiritualità e di dialogo interculturale  riconducibile sia  al XIII secolo che all’esperienza  dei nostri giorni.

 Quale fu l’esperienza di Francesco d’Assisi per quanto riguarda i suoi rapporti con l’Islam?

Per comprendere l’esperienza di Francesco d’Assisi con i fratelli dell’Islam, occorre tener presente quella che fu la sua esperienza di Dio, in un ambiente dove si respirava aria di guerra e di Crociata.  L’ideale cavalleresco e crociato, infatti, come per tanti ragazzi del suo tempo, apparteneva al giovane Francesco il quale non disdegnava, per una causa ritenuta giusta, l’uso delle armi.

Così, mentre si recava in Puglia per combattere a fianco del Conte Gentile e guadagnarsi sul campo il titolo di cavaliere, in un momento di sosta e di riposo, una particolare comunicazione di Dio, lo distolse da tale intento, proponendogli un altro ideale, alternativo a quello cavalleresco e crociato: vale a dire, l’ideale evangelico, come ci viene riferito dalle Fonti Francescane.

Francesco non rinunciò alla conquista a Cristo dei fratelli musulmani, egli desiderava ormai, come ricorda S. Bonaventura da Bagnoregio, dare la vita per i fratelli dell’Islam: per questo motivo, si era recato dal Sultano d’Egitto, tentando un dialogo con lui, senza però rinunciare ad un annuncio esplicito della fede cristiana.

E’ noto che Francesco fu uomo di pace, e sapeva benissimo che la bramosia delle ricchezze avrebbe portato all’uso delle armi e della violenza per difenderle, diceva, infatti: “se avessimo dei beni, dovremmo disporre anche di armi per difenderci. E’ dalla ricchezza che provengono questioni e liti, è cosi che viene impedito tanto l’amore di Dio quanto l’amore del prossimo.”

Tuttavia, in questo contesto crediamo opportuno rivolgerti la domanda: frate Francesco d’Assisi rinunciò totalmente alla possibilità dell’uso delle armi e della Crociata verso i fratelli dell’Islam ?

A questa domanda ci viene in aiuto la testimonianza, riportata nelle Fonti Francescane, di frate Illuminato, compagno di Francesco mentre egli tentava il dialogo e l’annuncio di Cristo a Melek el Kamel, sultano d’Egitto: alla critica di questi verso i cristiani che non rispettavano le parole di quelli che esortavano a non rispondere male per male e a non rifiutare neanche il proprio mantello a chi vuole portarlo via con la forza.

Francesco rispose, ricordando un altro passo del Vangelo dove si afferma di cavarsi persino gli occhi se questi sono di scandalo, e di interpretare tale passo nel senso che “se anche un uomo ci fosse amico o parente, dovremmo essere disposti a separarlo, ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tenta di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio.”

 Due approcci paralleli: il dialogo in un approccio pacifico e l’uso delle armi  di fronte ad una islamizzazione forzata.

Quindi, in ultima analisi, Francesco attua contemporaneamente due approcci paralleli nei rapporti con i fratelli dell’Islam: il dialogo e l’annuncio di Cristo in modo pacifico e l’uso delle armi e della Crociata di fronte all’islamizzazione forzata.

Certo, tentando il dialogo Francesco mostrò, nei confronti dei suoi contemporanei, di avere un cuore libero da pregiudizi e dal peccato di odio, di vendetta e d’avidità di ricchezze: che sono come quella trave, di cui parla Gesù nel Vangelo, che impedisce di vedere anche le cose positive nell’altro.

Francesco dall’esperienza con i fratelli dell’Islam ne esce arricchito: da essi, infatti, senza pregiudizi accoglierà l’usanza di ricordare al popolo, attraverso il Muezzin, di lodare Dio, usanza che proporrà a tutti i governanti, nella forma dell’istituzione di un banditore pubblico che ricordi al popolo, in momenti della giornata prestabiliti, la lode di Dio.

Da quest’esperienza di Francesco d’Assisi, quale suggerimento noi possiamo cogliere, oggi, per il dialogo con l’Islam?

Il primo suggerimento credo sia quello di un  atto di rispetto della fede dell’altro, senza rinunciare, tuttavia, all’annuncio esplicito del Vangelo.

Certo occorre comprendere bene la propria identità cristiana, conoscere bene il mistero di Cristo e saper spiegare il perché in Lui ogni uomo può raggiungere una pienezza di fede. Ad esempio, i fratelli dell’Islam riconoscono Gesù come un profeta: si può, qualora vi fosse un musulmano pronto ad ascoltare, spiegare che Cristo ha mostrato di essere non solo un uomo, ma anche il Figlio di Dio, poiché ha donato la vita, in un modo diverso da quello degli uomini.

Un secondo suggerimento nel dialogo con gli islamici è quello di pensare che non può bastare solamente un discorso intellettuale, ma occorre la conquista del cuore del fratello.

Francesco, mostrando di esser pronto di passare sul “fuoco per la salvezza del Sultano, fa sentire la presenza amorosa di Dio”.

La fede non si trasmette solo con le parole o può essere imposta con la forza e la violenza, ma occorre soprattutto la conquista del cuore.  L’ultimo suggerimento è quello di formarsi un cuore senza pregiudizi o interessi personali, che sappia quindi cogliere concretamente quegli elementi significativi presenti nell’Islam.

Il vero dialogo è arricchimento: chi dialoga sul serio ha  il meglio dell’altro.

Ed il segno dell’essersi arricchiti veramente dei doni dell’altro è il fatto di volerli, a loro volta, proporre e comunicare agli altri: come fu per Francesco d’Assisi che accolse e propose ai governati di istituire un banditore che ricordasse al popolo di lodare Dio.

Proposta, su cui, in queste battute conclusive, ci si consenta, per scendere all’attualità, noi vogliamo fermare la nostra attenzione: poiché forse proprio dai fratelli dell’Islam oggi possiamo raccogliere, come elemento positivo, salvaguardando la giusta laicità dello Stato, l’istanza che vede i governanti farsi carico di proposte di valori che hanno anche sullo sfondo una valenza religiosa.

Se il fenomeno religioso, a detta di chi lo studia, accostandosi ad esso senza pregiudizi o ideologie di sorta, è un fenomeno che accompagna l’uomo, anche nella sua dimensione di laicità, perché, dunque, si dovrebbero escludere dalla vita pubblica i valori religiosi ? Perché un governante non dovrebbe farsi carico anche di promuovere tali valori? L’uomo “medievale” Francesco d’Assisi non era un “intellettuale”,  tuttavia su questo punto egli ha ancora qualcosa da dire a noi uomini del terzo millennio.

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