Celleno ricorda il maestro Enrico Castellani a un anno dalla sua scomparsa

NewTuscia – CELLENO – Celleno, ad un anno dalla sua scomparsa, ricorda Enrico Castellani, uno dei più grandi artisti italiani del Novecento, noto in tutto il mondo,  protagonista e animatore del mondo dell’arte dagli anni Sessanta, insieme, tra gli altri, a Lucio Fontana e al coetaneo Piero Manzoni. Castellani aveva scelto “Il Borgo Fantasma” di Celleno ed in particolare il Castello Orsini, dove viveva e realizzava le opere da oltre 40 anni.

“Noi di Celleno – ricorda il sindaco Marco Bianchi – oggi, come un anno fa, rendiamo omaggio al nostro maestro, che ha saputo amare questo territorio prima di noi, quando venne negli anni Settanta ad acquistare, recuperare e abitare il Castello Orsini nel vecchio borgo abbandonato. E ci piace pensare che l’opera di Castellani abbia trovato ispirazione proprio nei nostri straordinari paessaggi.
L’amministrazione tutta, in accordo con gli eredi, nel prossimo futuro, renderà formale riconoscimento al grande artista intitolandogli la piazza principale del centro storico, proprio di fronte al castello degli Orsini, che fu per oltre 40 anni la sua residenza e il suo laboratorio”.

Lo vogliamo ricordare con un estratto dell’articolo scritto dall’arch. Massimo Fordini Sonni e pubblicato su Cyllenum, rivista ufficiale del Comune di Celleno:

L’artista oggi ha molte soddisfazioni. È la sola attività in cui si inventa il proprio mestiere e il proprio modo di vivere.È con questa frase che la rivista online Artribune ha reso omaggio al maestro Enrico Castellani nelle ore successive alla sua morte.
Se non avessimo conosciuto Enrico come il più discreto dei Cellenesi si potrebbe pensare che uno dei più straordinari artisti italiani del dopoguerra avesse una vita sopra le righe, come spesso è avvenuto in passato per altri illustri contemporanei. In verità l’ingegnere, come soleva chiamarlo Plinio, era schivo e di poche parole, sempre dedito alla sua arte che, durante i suoi 45 anni a Celleno, ha praticato tra il castello ed il borgo, tra il torracchio e la “casa del prete”.

Una presenza costante per il paese con i suoi rituali; lo potevi incontrare, sempre alla stessa ora, scendere dal ponte del castello quando andava a comprare il quotidiano all’edicola oppure a pranzo insieme a Roberto,  in una delle trattorie di Celleno con orari da civiltà contadina.
Sempre disponibile nei confronti dell’amministrazione o della proloco per qualunque richiesta.
Ho avuto la fortuna di poterlo frequentare in varie fasi della mia e della sua vita.
Il mio primo approccio, ancora giovane studente, fu annichilente; con ridotte conoscenze del mondo dell’arte contemporanea sfrontatamente gli chiesi se era interessato ad organizzare una mostra delle sue opere a Celleno. Ebbi chiaramente una risposta negativa, anche un po stizzita, di cui compresi l’essenza solo qualche anno dopo.

Alla fine degli anni Ottanta invasi il suo spazio vitale, in quella piccola residenza fortificata che è il castello degli Orsini. Con l’aiuto di Roberto rilevai nei minimi dettagli la rocca per discutere, qualche anno dopo, la mia tesi di laurea. Mi diede la sua totale disponibilità perché era cosciente che quel monumento era anche la memoria storica di una intera comunità. Suppongo che sentisse peraltro il peso di una damnatio memoriae che aveva colpito un intero popolo nell’immediato dopoguerra allorchè si decretò la morte dell’antico insediamento di origine etrusca. Dobbiamo ringraziarlo di quanto fatto: Enrico iniziò una non facile campagna di recupero del castello a partire dal 1973 impegnando le maestranze attive di Celleno, Plinio Poldo Francesco,  convinto che nel “sapere” degli artigiani locali risiedesse l’autenticità di quel posto. Molto divertito, per breve tempo, partecipò alla mia festa di laurea che tenni nel fossato nel luglio del 1993 prima di ritirarsi nella camera da letto all’interno della torre d’angolo del castello.
Amava la sua solitudine all’interno della sua “fortificazione” che riscaldava fino all’inverosimile; ricordo alcune conversazioni in cucina dove sul tavolo trovavi sempre l'”Unità” e di sottofondo si sentiva radio radicale con gli interminabili monologhi di Pannella.

A differenza di Plinio io lo chiamavo “architetto” compiacendomi della sottile soddisfazione nel sentirmi suo collega, anche se lui non aveva mai praticato la professione dopo la laurea in Belgio nel 1956. Peraltro, ho sempre trovato che le sue “superfici estroflesse” il suo “minimalismo” non sarebbero state la stessa cosa senza i suoi studi di architettura.
In tutti questi anni, a chi me lo chiedeva, ho sempre risposto che Castellani era l’artista contemporaneo che preferivo, indipendentemente dalla sua presenza a Celleno. Mi ha sempre entusiasmato quell’ambiente milanese dal quale proveniva e del quale lui era stato protagonista insieme ad altri mirabili attori quali Lucio Fontana e Manzoni, “Piero quello vero” per citare una  canzone dei Baustelle. Al tempo stesso mi ha sempre emozionato la sua geometria spinta, dove nulla è casuale e dove ti rendi conto che quel chiodo non può avere altra collocazione.
Un entusiasmo dilagato in tutto il mondo, ma cresciuto all’ombra del castello di Celleno, quanto mai oggi declinabile quale “bottega d’artista”. Se ce ne fosse bisogno, da un articolo di settembre dell’edizione online del Sole24ore, si comprende la grandezza del maestro Castellani, indicato come primo artista italiano e 19° nel mondo come fatturato nell’anno 2016.

Una grandiosità della quale si accorse la Japan Art Association che nel 2010 gli volle consegnare il Premio Imperiale, per importanza considerato il Premio Nobel nel campo artistico. In quell’anno Enrico venne premiato insieme all’immensa Sofia Loren  ed al pianista Maurizio Pollini. Le foto che lo ritraggono mentre riceve il premio e poi intento a colloquiare con Sofia Loren lo ritraggono in un raro atteggiamento sorridente.
Negli ultimi anni finalmente portò a compimento una sua idea già maturata negli anni Settanta, quella di restaurare il palazzetto di fronte al castello. Insieme ad Alessandra abbiamo condiviso il progetto con Enrico e mi è parsa sempre spiazzante la sua percezione della modernità: tanto essenziale, minimalista, geometrico, quanto ancorato all’antico quando si parlava dell’architettura del suo Celleno vecchio.
Mi piace infine ricordare che dal 5 ottobre 2017 nello spazio infinito ci sono due asteroidi che portano il nome di Enrico Castellani e di Roberto Joppolo, altro artista di fama internazionale legato indissolubilmente alla nostra comunità.
Se dal 1 dicembre il mondo ha perso un’artista straordinario, Celleno ha perso quell’amico riservato, burbero, apparentemente distaccato, invece attento partecipe della vita di Celleno, custode del cuore antico della città e illuminato e appassionato precursore di una campagna di recuperi.
Il mio saluto più caro va ai suoi figli Francesca e Lorenzo ed a tutti i suoi familiari, sentendomi di cuore di poter esprimere il sentimento di gratitudine di tutta la nostra comunità.

Celleno, 1 dicembre 2017
Massimo Fordini Sonni

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