“Treia: storie di vita bioregionale” di Paolo D’Arpini

NewTuscia – CALCATA – Voglio contribuire a rendere visibile la realtà di Treia, per come io l’ho conosciuta e vissuta.  Passeggio ogni giorno sotto le sue mura gagliarde, per le sue stradine medioevali, vago in piazze, vialetti, piazzette e vicoli, talvolta mi sembra di stare a Venezia, se non fosse che non incontro mai il mare quando mi affaccio dai dirupi, sul vuoto attorno che mi circonda.. vedo solo campagna, una distesa di verde variegato che segue i colori delle stagioni e che talvolta diventa giallo, rosso, marrone, bianco… E a distanza, colline e montagne. Alcuni mi dicono che là, dove s’erge il Monte Conero, il mare c’è, e che nelle giornate terse di primavera si può scorgere l’Adriatico ed i suoi riflessi azzurrini.. ma la mia vista non mi consente di scoprirne la realtà…
La gente incontrata per strada mi saluta, ho imparato a conoscerne i visi, senza conoscerne i nomi. Eppure di Treia conosco il nome e la forma ed anche un poco la sua storia.. Ho cercato di alleviare la carenza  leggendo qualcosa… cominciando dalle targhe affisse ai muri, ascoltando le voci di chi mi ha raccontato storie e storie del passato e del presente ed osservando… Treia, dove solidarietà, antichità, efficienza, pulizia ed eleganza si uniscono… in miniatura.
Treia è costruita su una lunga collina, in mezzo c’è una grande piazza, congiunta nei due lati da una specie di corso, una Via Monte Napoleone in miniatura. Sì perché questo borgo, non so perché, forse per la sensazione di efficienza e ordine, pulizia delle vie, giardinetti pensili ben curati, mi ricorda anche Milano. La strada che unisce i due estremi della cittadina è costeggiata di botteghe luminose che da una parte all’altra fanno pendent… Da un estremo, verso la porta Vallesacco, domina la maestosa Cattedrale  e dall’altro estremo -dove esisteva un vecchio castello longobardo- ci sono due conventi di suore, con belle chiese affiancate e persino un albero di senape ben vivo (questa pianta è nominata da Gesù in una sua famosa parabola), in una di queste chiese, quella di Santa Chiara, viene conservata una statua lignea della Madonna Nera (si dice che codesta e quella di Loreto fossero due statue gemelle ma l’attuale di Loreto è una copia rifatta dopo l’incendio che distrusse la paredra originaria).
Andando da una parte all’altra di Treia si nota la presenza di tante attività parallele, un orefice gioielliere da una parte e uno dall’altra. Un paio di baretti di qua ed un paio di là, una fruttivendola per ogni opposto, due pizzerie, qualche negozio di moda paesana, due tabaccai, etc. Insomma é un paese che fa da specchio a se stesso… Ma tutta questa minuzia e precisione sembra quasi sprecata… già perché -come scrisse Dolores Prato- “nella piazza non c’è nessuno..”. Radi sono i passanti e radi gli avventori, anche se -lo dico egoisticamente- fa piacere in fondo entrare in un baretto e vedersi servire subito senza attese né dover chiedere, perché le ragazze “ricordano”, avendo a disposizione tavoli e divani, giornali quotidiani e pure la televisione accesa (magari quella se la potrebbero pure risparmiare… però…).
Secondo la nostra cultura ogni luogo ha valore  per il senso di presenza che vi si manifesta… senza la presenza, o senza la descrizione,  il luogo in se stesso è irrilevante. Questo non significa che quel luogo è inesistente ma il modo in cui noi possiamo conoscerlo è solo attraverso la nostra presenza… Una presenza che si manifesta nel tempo e che ha reso il luogo quello che oggi noi lo conosciamo.
Tratto da “Treia: storie di vita bioregionale” di Paolo D’Arpini
Paolo D’Arpini – Comitato Treia Comunità Ideale