Sito archeologico Urvinum Hortense di Collemancio di Cannara: rinvenuti reperti eccezionali

NewTuscia – CANNARA – Rinvenuti reperti eccezionali nel sito archeologico di Urvinum Hortense a Collemancio di Cannara. Nel corso dell’ultima campagna di scavo, gli archeologi hanno scoperto una nuova iscrizione che fornisce importanti elementi per la qualificazione del sito, un municipio romano sorto nel I secolo a.C.,   in vista di una  futura valorizzazione e fruizione dell’area.

I risultati della campagna di scavo saranno presentati ufficialmente sabato 10 novembre alle 10:30  all’Auditorium San Sebastiano di Cannara. Saranno presenti: il sindaco Fabrizio Gareggia, il senatore umbro della Lega Luca Briziarelli che si è impegnato in prima linea per trovare le risorse per la valorizzazione del sito archeologico, il professore di Archeologia classica dell’Università degli studi di Perugia Gianluca Grassilli, la Soprintendete di Archeologia, Belle arti e Paesaggio dell’Umbria Marica Mercalli, l’archeologa responsabile di zona Gabriella Sabatini.

Nel corso dell’incontro saranno illustrate le immagini dei reperti archeologici rinvenuti nelle ultime settimane.

Collemancio già Urvinum Hortense

Collemancio è l’unica frazione di Cannara. Le sue origini risalgono all’alto medioevo, alla fine della guerra greco-gotica (535-553), quando la soldataglia di Totila invase anche l’Umbria, espugnando e devastando numerose città. Tra queste, il fiorente municipio romano di Urvinum Hortense, già insediamento etrusco, posto su un’altura delle propaggini dei Monti Martani proprio di fronte ad Assisi. La sua posizione strategica, l’aria salubre e la bellezza del paesaggio avevano affascinato gli antichi Romani che a partire dal III sec. a.C. l’avevano trasformato in luogo di villeggiatura ed elevato al rango di municipium.

Le truppe di Totila decimarono gli abitanti; passato il pericolo, i superstiti tornarono nel luogo d’origine, completamente distrutto. Sorse allora, nel tempo, l’abitato di Collemancio (sembra dal nome del proprietario del colle, Mancius) poco distante dall’altura di Urvinum Hortense. Questo piccolo centro ha avuto nei secoli una vita fiorente, legata all’agricoltura e all’allevamento. Luogo prediletto dai Baglioni che ne avevano fatto una riserva di caccia per l’abbondanza dei boschi e la ricchezza della selvaggina, è stato un comune autonomo fino al 1861, quando con la nascita del Regno d’Italia venne incorporato in quello di Cannara.

Urvinum Hortense, elementi per la storia dei luoghi e degli scavi

Accanto al borgo medievale di Collemancio di Cannara, situato su un esteso pianoro a una decina di chilometri dall’odierno centro di Foligno, si possono ammirare i resti dell’antico municipio romano di Urvinum Hortense. Il centro antico occupa la propaggine sud-occidentale della collina ad una quota di 526 metri dal livello del mare ed è collocato in un punto di grande bellezza paesaggistica dal quale si può dominare gran parte della valle del Tevere; da qui il visitatore può abbracciare con lo sguardo un orizzonte vastissimo chiuso a nord-est dalla catena appenninica umbro-marchigiana ed alle spalle, a ovest, dai monti Martani. Di lontano, volgendosi verso Perugia si scorgono le alture dell’Appennino umbro-toscano.

L’ubicazione dell’antica città romana contrasta con quella di altri centri romani di antica fondazione quali Assisi (Asisium), Spello (Hispellum), Bettona (Vettona) e Trevi (Trebiae) posti tutti su alture che si affacciavano direttamente, ma ad una quota altimetrica decisamente più bassa, sulla pianura sottostante. La posizione dominante del luogo fa ritenere che Urvinum Hortense dovesse rivestire un particolare ruolo di controllo sia sulle città di media costa appena sopra elencate, sia su quelle di pianura quali Foligno (Fulginium), S.Giovanni Profiamma (Forum Flaminii) e Spoleto (Spoletium).

La felice posizione topografica del sito permetteva, inoltre, il controllo dell’intera rete stradale antica che metteva in comunicazione, attraverso assi viari trasversali, i centri umbri preromani che sorgevano a media costa sulle alture che si affacciano sulla pianura. Solo in età romana la costruzione della via Flaminia sconvolgerà questo equilibrio tagliando a metà la Valle Umbra, creando una nuova e più agevole via di penetrazione agli eserciti consolari romani diretti in Italia settentrionale.

Il paesaggio della Valle Umbra, che il centro antico domina dall’alto, ha subito nel corso dei secoli notevoli trasformazioni: un ampio invaso lacustre formato dalle acque del Chiascio, del Topino e del Clitunno, occupava ancora in età storica gran parte della valle sottostante arrivando alle pendici delle alture comprese tra i centri moderni di Trevi, S. Lorenzo, Parrano, Cave, Fiamenga, Capitan Loreto e Rivotorto fino a lambire Torchiagina (Desplanques 1975, p.451).

L’opera di prosciugamento almeno parziale del lago si può ragionevolmente far risalire al primo periodo repubblicano; ciò si evince dalla avvenuta costruzione della via Flaminia che fu terminata nel 220 a.C. e dalla data di fondazione dei municipi romani di Mevania, Forum Flaminii e Trebiae, tutti sorti nei luoghi in precedenza occupati dalle acque del lago.

La pianura era allora ricca di corsi d’acqua e quindi particolarmente adatta all’allevamento e all’agricoltura estensiva. I fiumi, come ci attestano chiaramente le fonti classiche, erano in gran parte navigabili ed

assiduamente percorsi da piccole e medie imbarcazioni che trasportavano i prodotti agricoli coltivati nella regione verso Roma e le regioni dell’Italia meridionale.

Un’iscrizione rinvenuta in Collemancio ricorda infatti Priamus, uno schiavo che ricoprì la carica di magister navium, cioè di un pubblico ufficiale preposto al controllo della navigazione fluviale, responsabile del carico e scarico delle merci e della sicurezza dei passeggeri che si imbarcavano in quel luogo. Questo importante documento epigrafico, datato su base paleografica alla fine del II secolo a.C., attesta in maniera inequivocabile lo sfruttamento dei fiumi come via commerciale fin da un periodo repubblicano piuttosto antico (Sensi 1992, p.90, n.45). Sia Strabone (V,2,10) che Plinio il Vecchio nella stesura della Naturalis Historia (III,50) menzionano l’antico Timia, il Topino, il quale, dopo aver attraversato gran parte della pianura umbra, sfociava nel Tevere permettendo alle barche cariche di merci di raggiungere agevolmente la capitale. Di notevole importanza per l’economia della regione era anche il Clitumnus, l’odierno Clitunno, che in età romana fu definito da Plinio il Giovane (Epistulae VIII,8,3) amplissimus flumen, atque etiam navium patiens, anch’esso quindi navigabile. Dalla testimonianza delle fonti risulta evidente che entrambi i fiumi avevano in antico una portata d’acqua molto maggiore rispetto a quella odierna.

Le prime indagini effettuate nell’area dove sorgeva l’antico municipio romano risalgono agli inizi del XIX secolo e furono eseguite dall’abate Giuseppe Di Costanzo. Questi individuò il luogo dove iniziare lo scavo in un pianoro soprelevato non lontano dal borgo medievale di Collemancio dove “più numerosi affioravano materiali antichi sul terreno” (Faloci Pulignani 1885, pp.640-642).

Qui il Di Costanzo intraprese tre distinti saggi di scavo riportando alla luce per la prima volta i resti del tempio – che scambiò per un “fortelizio de’ Bassi Tempi” – della basilichetta cristiana e di una parte delle terme della villa romana. Identificò quindi queste emergenze archeologiche come pertinenti al municipio romano degli Urbinates Hortenses, già citati da Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia (III,114).

Dopo gli scavi del Di Costanzo seguì una lunga pausa d’arresto delle ricerche finchè l’interesse per le antiche vestigia di Urvinum Hortense venne di nuovo sollevato, nell’anno 1932, da un comitato cittadino sorto in Cannara con il preciso intento “di proteggere il patrimonio culturale già esistente e promuovere la ricerca archeologica nel territorio”, in particolare nell’area già indagata nell’ottocento.

Alla richiesta ufficiale di una celere ripresa degli scavi seguì il sollecito sopralluogo dell’allora direttore del Museo Nazionale Romano, il Dott. Giuseppe Moretti, che concesse il permesso di effettuare ricerche archeologiche nell’area. La direzione degli scavi venne affidata ad un valente insegnante di Cannara, il Prof. Giovanni Cannelli Bizzozzero, profondo cultore di antichità e di storia locale (Bizzozzero 1933; Tomassoni 1989, pp.89-111).

Lo scavo, realizzato con metodologie abbastanza accurate per l’epoca, si svolse in due diverse campagne effettuate negli anni 1932 e 1938 e fu finalizzato soprattutto al recupero delle strutture della città antica. Grazie alle nuove indagini fu possibile confermare l’ipotesi già proposta dal Di Costanzo, attribuendo i resti archeologici nuovamente venuti alla luce sul pianoro con quelli di Urvinum Hortense.

A questi interventi seguirono in tempi più recenti alcune sporadiche iniziative di ricognizione del territorio e rari sondaggi archeologici come quello promosso dalle ACLI nel 1963. Altri interventi di restauro e consolidamento furono effettuati tra il 1984 ed il 1985 nell’area della villa romana dalla Soprintendenza Archeologica di Perugia.

La necessità di costituire una commissione che tornasse ad occuparsi in pianta stabile della valorizzazione e della conservazione delle antichità urvinati, come era nelle finalità del primo comitato cittadino sorto a Cannara nel 1932, ha spinto nuovamente l’amministrazione comunale – in concerto con l’Università degli Studi di Perugia, la Soprintendenza Archeologica dell’Umbria ed altri Enti locali – ad istituire nel 1986 la Fondazione “Urvinum Hortense”.

In più di dieci anni di attività si è oggi giunti alla consapevolezza della rilevanza e della qualità di patrimonio archeologico locale: tutto il materiale è stato dapprima inventariato, fotografato e studiato e sono state proposte al grande pubblico due mostre monografiche allestite la prima nel 1990 nel Teatro comunale di Cannara e l’altra a Perugia, nel 1992. Nel luglio 1993, a termine di un accurato restauro, è stato inaugurato a Collemancio il Palazzetto del Podestà, risistemato quale sede di appoggio alle campagne di scavo.

Infine, dal 18 ottobre 2003, in Collemancio, è stato inaugurato l’antiquarium che rende fruibile al pubblico il risultato degli scavi archeologici. Da maggio 2009, in ultimo, è stato inaugurato il “Museo Città di Cannara” dove sono presentati in forma stabile tutti i reperti provenienti da Urvinum Hortense ed in particolare lo stupendo mosaico nilotico di 65 mq raffigurante scene di caccia con pigmei, ibis, serpenti, coccodrilli.

Attualmente, la Cattedra di Archeologia Classica del Dipartimento di Lettere – Lingue, Letterature e Civiltà Antiche e Moderne dell’Università degli Studi di Perugia, che svolge la sua attività primaria nell’ambito dei Corsi di Laurea di Beni Culturali e di Archeologia e Storia dell’Arte, insieme all’Amministrazione Comunale di Cannara, hanno inteso avviare un nuovo progetto di ricerca e di valorizzazione nell’area archeologica di Collemancio.

La collocazione paesaggistica e le vicende storiche che hanno fatto del sito un’area a bassissima continuità di occupazione rendono infatti il sito di grande importanza dal punto di vista della ricerca scientifica e di notevole valore in relazione alle possibilità di valorizzazione.
Secondo le attuali linee di sviluppo ministeriali in ordine alla gestione dei Beni Culturali il progetto è rivolto allo sviluppo di entra

 

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