Bolsena. Le quattro stagioni di Vivaldi conquistano il Teatro San Francesco

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di Serena Biancherini

NewTuscia – BOLSENA – Le quattro stagioni hanno lasciato il segno nei molti spettatori che hanno assistito alla loro esecuzione a Bolsena. I musicisti hanno regalato la personificazione della concezione dei cicli vitali della terra (e di come l’uomo ne è avvolto) che ne aveva un genio come Vivaldi.

Un regalo immenso, perché per serbare la sensazione che trasmette la natura, noi comuni mortali la immobilizziamo in una foto e non ne abbiamo che l’apparenza esteriore. Se quella foto trasmette molto del soggetto nella sua grandezza è solo grazie all’esperienza che ne abbiamo, ai ricordi e alle sensazioni che ha già suscitato. È per questo che non si riduce a una maschera vuota, ma per quanto abilmente sia scattata, del vigore che animava l’originale rimane solo l’eco del movimento: la differenza tra l’eterno cristallizzato in una movenza e il movimento, tra foto e musica è la vita.

Si è capito bene ieri sera al Teatro San Francesco.

Sentire le quattro stagioni di Vivaldi interpretate dalla violinista Roberta Miseferi è stato come assistere allo scioglimento di quel movimento dalla sua fissità iconica.

Sentendo passare le note come un flusso continuo, chi ha assistito ha compreso come mai ciò che sembra nelle foto l’apoteosi della bellezza altro non risulta essere che la somma di momenti indipendenti l’uno dall’altro, staccati dall’essenza della vita.

La giovane musicista ha dato un nuovo significato alla parola sublime, incantando il pubblico fin  dalla prima aria, facendolo passare nota dopo nota, con il suo formidabile violino Vincenzo Panormo del 1770, dall’Allegro al Largo in una successione quasi ipnotica. E per qualche momento tutta la platea si è fermata.

Più nessun baluginio di pagine bianche dei programmi nella penombra, fino a poco prima utilizzati per attenuare il caldo, nessuna luce artificiale di cellulari, nessun’altra luce in effetti se non quella che illuminava il palco in fondo alla sala. Calda e mirata illuminava i musicisti che facevano cerchio intorno alla solista e colpiva le pieghe del suo vestito mandando cupi lampi del rosso che scorre nelle vene e scintilla nei calici, oggi come 300 anni fa, mentre dalla danza tra le sue dita e lo strumento scaturiva non l’esecuzione di un brano ma l’interpretazione, sua e appassionata, di Vivaldi.

Sublime l’accordo tra la musica originale e la sua interpretazione, sublime l’espressione di chi ha provato mille volte quell’esecuzione e nonostante tutto la ripete per l’ennesima con tutto l’assorto abbandono della passione iniziale, sublimi i movimenti precisi e il suono vibrante del violino mentre l’archetto scivolava sulle corde tese.

Sublime è il modo in cui è riuscita a trasportare gli spettatori all’origine dell’ispirazione, facendo delle note radici ancorate al 1723. Quando sono state composte Le quattro stagioni. Quando il mondo sembrava ancora immenso e gli uomini per non rimanere fossilizzati in questa terra sospesa tra cielo e mare, non potendo volare e neppure affondare, vivevano.

Non c’era nessun dispositivo 3D allora, ne schermi sofisticati per dare la descrizione e l’immagine della natura, c’era solo chi poteva evocare con la forza delle proprie impressioni e capacità espressive la visione al di là di quel velo che avvolge la percezione e la ottunde, annullando la distanza tra i sensi della vista e dell’udito per crearne uno nuovo con la forza della marea che sollevandosi e defluendo scopre nella risacca una nuova conoscenza che trascende quella dell’istante precedente.

È bastata una risata vivace fuori dal teatro alla fine del concerto per ritornare al presente.

Grandi sono stati gli applausi per la solista Roberta Miseferi (dalla Scala di Milano), per i quattro violinisti Valerio Quaranta, Melissa Majoni, Antonio Laganà e Dino Graziani; per Luigi Capini alla viola, Giuseppe Dolci al violoncello, Giancarlo Cascino al contrabbasso e Leonardo Nicassio al cembalo.

L’unica pecca della serata la scarsa presenza di italiani in generale: la maggior parte del pubblico era costituita da turisti stranieri o al massimo dell’Italia settentrionale.