Inaugurazione della mostra di Sidival Fila a Trevinano

NewTuscia – TREVINANO (ACQUAPENDENTE) – Nella cornice storica del Castello di Trevinano, parallelamente al Festival Francigena Musica che già dal 7 Aprile vede avvicendarsi eventi nei luoghi su cui corre la via francigena, inaugura il 10 Agosto 2018 la mostra di Sidival Fila.

Un nucleo scelto di sette opere per presentare gli ultimi lavori del maestro, che raccontano la sua idea di mondo attraverso la materia tessile. Nato in Brasile, classe 1962, arrivato in Italia per caso e rimasto per Amore, quello divino, Fra Sidival ricomincia a curare con assiduità l’attività artistica quasi sedici anni dopo aver preso i voti e aver inizialmente rinunciato a qualsiasi altra ricerca dissimile da quella spirituale. I diversi periodi, dalle jute cucite a larga maglia agli introflessi che tendono la mano all’Informale italiano degli anni Sessanta e Settanta, ai lavori recenti, sono tutti correlati dal filo -letteralmente- conduttore della sua poetica, il tessuto.

La tela, prima del XX secolo considerata prevalentemente supporto neutro sul quale imprimere l’opera d’arte (se si esclude l’arazzistica medievale e rinascimentale, che comunque conserva motivazioni profondamente differenti), ora si proclama protagonista, in una sorta di svisceramento o mutazione liberatoria, rivelandosi nella sua veste più grezza e allo stesso tempo più raffinata.

Le radici del gesto affondano necessariamente nel ‘900, che ha eletto la materia oltre a supporto, anche come soggetto della propria indagine. La fabbrica di idee che è stata la Bauhaus, le avanguardie storiche del primo novecento, la generazione artistica del secondo dopoguerra negli USA, questi i cardini a cui ogni movimento artistico che elegga il tessuto e la pratica tessile a motivo fondante, compresa la Fiber Art e le manifestazioni affini, deve necessariamente guardare.

È certo innegabile che la stoffa, come afferma Giandomenico Semeraro in Di stoffa in stoffa. Tessuti dell’arte contemporanea da Alberto Burri a Rosemarie Trockel, è sempre stata presente almeno come oggetto e tema anche prima dell’avvento dell’Arte Contemporanea, tuttavia questa in aggiunta la celebra; come gli altri materiali anche le stoffe rientrano nella sacralizzazione, «i sacchi di Burri, i feltri di Beuys, le gigantesche fodere di Christo e via incollando, assemblando installando e performando (…) la stoffa rappresentata o è materialmente presente nel lavoro dell’artista». Lo scambio vicendevole tra le belle arti e la stoffa è rintracciabile nelle pieghe della storia dei libri di arte, ad esempio per la teoria dei colori tanto debbono gli impressionisti a Chevreuil (tintore ai Gobelin), Paul Klee collezionava arte africana studiandone e non di rado riprendendone motivi e texture, si aggiunga l’attenzione della già citata Bauhaus, l’Optical Art, gli arazzi di Sonia Delaunay. Molto più che con la sponda neodeocorativa, se così si può definire, Sidival Fila dialoga con l’Informale che tra gli anni Sessanta e i Settanta (e in parte negli anni Cinquanta) ha parlato attraverso la materia e della materia; non a caso una sua fortunata personale
presso la Galleria Ulisse di Roma nel 2012 dedica a lui e ad Agostino Bonalumi insieme una mostra dal significativo titolo Dittico sull’Orlo dell’Infinito. Il dialogo con altri artisti connota anche la mostra Trasformazione, presentata nel 2015 presso il Museo Bilotti di Roma, dove le opere dell’artista brasiliano si confrontano con i percorsi espositivi di Yves Klein e Tito Amodei. Nel biennio 2010-2012 espone in collettive nazionali e internazionali: il 2010 partecipa alla mostra Trasparenze: l’Arte per le Energie Rinnovabili, al MACRO Testaccio di Roma e poi al MADRE di Napoli, nel 2011 all’esposizione Lo splendore della Verità, la bellezza della Carità organizzata dal Pontificium Consilium de Cultura. Periodo intenso che è preludio all’attività degli ultimi anni: il 2016 Fila è all’Ambasciata del Brasile con una personale dal titolo Metafora, lo stesso anno la mostra collettiva Drȏles de trames!, presso Le Fresnoy-Studio national des arts contemporains di Lille sotto la regia di Alain Fleischer, ospita 60 lavori dell’artista in dialogo con opere di nomi internazionali come Dan Flavin, Sheila Hicks, Sol LeWitt, François Morellet, François Rouan e  Pablo Valbuena.

Tra le molte esposizioni del 2017 vi è in maggio il site specific alla Sankt Peter Kunst-Station di Colonia, in dicembre la mostra personale RI-NASCITA, realizzata in collaborazione con Fondaco Italia presso gli Archi del Palazzo Papale di Rieti; lo stesso mese espone alla Galerie Jérȏme Poggi di Parigi, la prima mostra personale dell’artista in Francia, durante la quale lascia una sua opera nella chiesa parigina di Saint Eustache. Il 2018 si apre con un suo allestimento a Palazzo delle Scintille a Milano, per la presentazione della collezione Moncler di Pierpaolo Piccioli, nel progetto Moncler Genius Collection Fall 2018- 2019, e dal 21 febbraio al 5 aprile 2018 Sidival Fila è alla Galleria San Fedele di Milano con un’installazione in dialogo con Lucio Fontana e Jannis Kounellis.

Proprio nell’Arte Povera si rintraccia una parentela del suo lavoro, ma con obiettivo del tutto diverso da quello che il movimento della seconda metà degli anni Sessanta si prefiggeva -denuncia, provocazione, rivalsa e scherno nei confronti del sovrastrutturato mercato dell’arte- queste opere scelgono la pacificata narrazione rispetto al rimbrotto; un tessuto che parla, urla anche, ma senza l’impeto di rabbia e delusione. Più di un parallelismo è stato proposto dalla critica tra i suoi lavori e l’idea fondante del panneggio Barocco (come sottolinea Claudia Cieri Via in Sidival Fila di Elisa Coletta) secondo la definizione di Gilles Deleuze che verte su stiramento, intensificazione e inerenza, in breve un uso del movimento della materia tessile come espressione del moto dell’anima o come gioco di sinergie non utile tanto alla resa realistica quanto all’espressività, al pathos.

Assodata una connessione fertile e innegabile con la storia dell’arte, è necessario purtuttavia sottolineare un ulteriore tratto del lavoro dell’artista brasiliano che ne qualifica una determinante particolarità. Se la materia tessile in arte rappresenta, cioè identifica l’artista agli occhi dello spettatore attraverso l’intervento artistico sulla materia -l’identità sta tra la mutazione della radice primigenia della materia per mano dell’artista e l’esaltazione della universalità della materia in quanto tale- le tele di fra Sidival conservano insieme alla mano dell’artista e all’identità della stoffa come elemento fisico, la memoria della provenienza, dell’origine specifica di ciascuna tela. In un certo senso l’opera di Fila si può dire parente allo stesso modo con la storia dell’arte e con quell’universo operaio che al tessuto dà forma, lo elabora, per alcuni versi lo inventa. Alle estreme conseguenze, in termini socio-politici, negli anni della contestazione nasceranno nelle fila della Fiber Art o Textile Art movimenti come la Feminist Art di Judy Chicago o Miriam Schapiro e le rivendicazioni di valore per la decorazione di maglia e uncinetto.

Un mondo antico di tessitrici, di corredi, di ‘pezze’ che, ormai quasi estinto, ha rappresentato per secoli un’attività caratterizzante della storia umana, in particolare italiana. «Il giorno che ho preso un tessuto da una donna che aveva deciso di regalarmelo» racconta intervistato Sidival Fila per introdurre il rapporto tra lui e la materia che ha eletto a leitmotiv del suo lavoro «ho notato quanta difficoltà facesse a lasciarlo andare. All’incrociarsi dei nostri sguardi lei, sentendosi in dovere di darmi una spiegazione sulla sua reticenza, ha confessato “mia madre l’ha tessuto con le sue mani pensando a me, che sarei andata via di casa e mi sarei sposata, e ora io lo do a te”, ecco, la materia non dimentica questo genere di cose».

La memoria storica, non solo quella atavica e generica dei materiali, ma quella personale intrisa della vicenda di vita che la stoffa ha vissuto, riempie qui l’assenza, il vuoto, quella universale consapevolezza di incompiuto che l’Arte regala all’uomo che ne entra in contatto. Sidival, infatti, condivide con le opere di Fontana o di Kounellis la testimonianza di un’assenza, tuttavia l’assenza non è mai sinonimo di una solitudine, non racconta di angoscia e abbandono. Forse nella velata sfumatura di ottimismo che permea i lavori si può davvero leggere la presenza di Dio, non una religiosità della consolazione, ma una spiritualità della consapevolezza, che si sustanzia nel silenzio, nell’intimità del ricordo, della memoria, o sarebbe meglio dire delle memorie, tra quella che richiama l’essere umano, spettatore compreso, e insieme quella che trasuda dalla materia, che non
solo compone ma è l’opera d’arte.

Ofelia Sisca

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