I dati sui rischi idrogeologici dei territori

loading...

di Stefano Stefanini

NewTuscia – Nell’ultimo Rapporto ISPRA 2018 – Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale –  sui rischi idrogeologici dei territori, presentato in questi giorni, viene aggiornato lo scenario del dissesto idrogeologico in Italia: nel 2017 è  risultato a rischio il 91% dei comuni italiani (88% nel 2015) ed oltre 3 milioni di nuclei familiari risiedono in queste aree ad alta vulnerabilità. Aumenta la superficie potenzialmente soggetta a frane (+2,9% rispetto al 2015) e quella potenzialmente allagabile nello scenario medio (+4%); tali incrementi sono legati a un miglioramento del quadro conoscitivo effettuato dalle Autorità di Bacino Distrettuali con studi di maggior dettaglio e mappatura di nuovi fenomeni franosi o di eventi alluvionali recenti. Complessivamente, il 16,6% del territorio nazionale è mappato nelle classi a maggiore pericolosità per frane e alluvioni (50 mila km2). Quasi il 4% degli edifici italiani (oltre 550 mila) si trova in aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata e più del 9% (oltre 1 milione) in zone alluvionabili nello scenario medio.

La mappa delle emergenze idro-geologiche per il Lazio: dall’indagine ISPRA, il 98,7 ‘%  (373) dei 378  comuni del  Lazio presenta aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata e/o pericolosità idraulica media.

Mentre sotto l’aspetto della superficie regionale del Lazio di 17.232 km quadrati totali, solo 1.523,6 km quadrati,  pari all’8,8 % sono state classificate  “a pericolosità da frana elevata e molto elevata e/o pericolosità idraulica media.

Dai dati diffusi da Legambiente nel 2017: nel 21% dei comuni si è continuato a costruire in aree a rischio idrogeologico negli ultimi 10 anni. Occorre quindi  cambiare rotta, agire e monitorare gli interventi programmati per il risanamento idrogeologico  e non abbassare la guardia.

Vorremmo approfondire l’impatto di questi dati sul mondo dell’informazione e sull’appropriatezza della presentazione dei dati e delle soluzioni adottate in ambito di tutela dei rischi idrogeologici dei singoli territori. Nel corso del convegno dell’Unione Cattolica Stampa Italiana “Informazione e tutela dell’ambiente” di Olbia nell’ottobre del 2015 fu approvata una dichiarazione sull’impegno di vigilanza dei giornalisti sulle politiche di tutela ambientale e sul contrasto dei danni ambientali, che prende il nome di “Carta deontologica di Olbia”.

Il documento di Olbia prende atto che “nella odierna realtà dei sistemi di comunicazione, caratterizzata da rumore dispersivo e da mezzi personali di connessione che spingono all’individualismo, la professione giornalistica conserva un ruolo insostituibile a favore della coesione sociale, della legittimazione della politica in contrasto con la regressione populista, della possibilità concreta di reinventare le ragioni di fondo della pace e del vivere civile, anche di fronte a fenomeni epocali come il riscaldamento globale e le migrazioni. Appare evidente che pace, giustizia e salvaguardia dell’Ambiente sono tre questioni del tutto connesse, e che la questione ambientale presenta un punto di rottura.”  “Noi siamo convinti – si legge ancora nel documento dell’UCSI – che i giornalisti debbano svolgere un ruolo importante nel sollecitare la società a affrontare questi problemi, e che così facendo i giornalisti stessi possano trovare risposte a quella carenza di credibilità della categoria che è forse la causa principale della crisi professionale.”

Il diritto alla terra e alla sua salvaguardia sono beni indisponibili. La corruzione e l’egoismo individualistico ne ostacolano il rispetto. Il controllo democratico dei cittadini sul potere politico si esercita anche attraverso l’informazione corretta e puntuale della stampa sulla tutela ed i rischi che corre l’ambiente.

“Gli amministratori pubblici, gli imprenditori, chiunque abbia poteri rilevanti è chiamato a operare in modo trasparente e responsabile”. I singoli cittadini – proseguono i giornalisti dell’UCSI – devono maturare la consapevolezza che ogni nostra azione ambientale avrà conseguenze sul futuro dei nostri figli. Noi giornalisti proviamo dunque a fare un esame di coscienza. Sappiamo svolgere il nostro ruolo di “cani da guardia” nella società civile? Ci limitiamo a rincorrere la cronaca, o facciamo un giornalismo di inchiesta, di investigazione, sui fenomeni che riguardano la vita di tutti? Di fronte ai fiumi che non si puliscono, ai ponti mal costruiti, alle costruzioni erette dove non dovrebbero esserci, raccontiamo o stiamo zitti? O piuttosto siamo portati a scaricare le responsabilità delle carenze informative sui nostri editori? Siamo convincenti nel mostrare modelli virtuosi di comportamenti pubblici e privati, o piuttosto consideriamo ogni doverosa attenzione educativa come estranea alla nostra missione professionale? Se i cittadini non controllano il potere politico – nazionale, regionale e comunale – neppure è possibile un contrasto dei danni ambientali. E come può esercitarsi questo potere dei cittadini in assenza di una informazione corretta? Come si può realizzare un dibattito ampio e approfondito sulle analisi di impatto ambientale dei nuovi progetti, non alterate da tentativi di corruzione o di pressioni indebite, in assenza di meccanismi trasparenti di informazione pubblica professionalmente certificata? Per realizzare politiche condivise, occorre che tutti siano adeguatamente informati nella prospettiva del bene comune.

Per diffondere la nuova cultura ecologica i giornalisti devono approfondire le proprie competenze con un approccio interdisciplinare, e promuovere alleanze responsabili con chi analizza fenomeni complessi e fornisce interpretazioni e previsioni.

La professione giornalistica avrà un futuro solo attraverso la riscoperta della sua utilità sociale e della capacità di sollecitare rispettosamente le coscienze dei lettori sui temi dell’ambiente.

I giornalisti devono maturare questa consapevolezza, impegnarsi a fondo reinventando il proprio ruolo al servizio delle comunità, e imparare a far buon uso di tutti gli strumenti che le nuove tecnologie mettono a loro disposizione, che consentono di costruire con i propri lettori/spettatori un rapporto nuovo basato sulla fiducia e la credibilità. La tutela dell’ambiente è un tema privilegiato in questo percorso. Noi giornalisti -conclude la nota dell’Ucsi – vogliamo dichiarare il nostro forte impegno a approfondire e realizzare questi obbiettivi nelle nostre scelte professionali, anche attraverso nuove iniziative di formazione, e ci impegniamo a fondo perché i nostri editori maturino le nostre stesse convinzioni: il futuro della informazione professionale sta nella sua utilità sociale e, in ultima analisi, nell’esercizio concreto e responsabile di una “mediaetica”, e non nella ulteriore esaltazione di modelli consumistici già ampiamente diffusi nelle pratiche della comunicazione.

Come operatori dell’informazione  e direttori di testate giornalistiche  – chi scrive dirige organi di stampa e aderisce all’UCSI di Viterbo – non possiamo che farci convinti promotori di questa dichiarazione, calandola concretamente nella nostra professione di tutti i giorni, proponendo di sottoporla all’approvazione degli organi deliberativi dell’Ordine dei Giornalisti, come Carta deontologica dei giornalisti italiani in materia di tutela ambientale. Lo dobbiamo, come obbligo morale e professionale prioritario, per contribuire a creare una coscienza collettiva della “difesa preventiva” della Casa Comune.