Discarica abusiva di rifiuti speciali a Cinelli: l’esperienza del giudice Santoloci

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Stefano Stefanini

NewTuscia – VETRALLA – Riflettiamo per agire sempre più incisivamente sul fronte degli ecoreati. La discarica abusiva di rifiuti speciali di Cinelli: auspicabili controlli ambientali sempre più stretti: l’esperienza del giudice Santoloci, già Pretore di Amelia e pioniere della lotta agli ecoreati.

Quello che emerge nel reportage del collega Daniele Camilli:  “una geografia ampia e complessa. Dieci regioni e 29 territori provinciali interessati. Rifiuti provenienti soprattutto dal nord, scaricati poi nell’area della discarica del Cinelli, comune di Vetralla. Tra il 2002 e il 2005, quando i carabinieri del Noe sequestrarono tutto. Su ordine della magistratura. Perché all’interno del sito, destinato al ripristino ambientale, c’erano invece migliaia di tonnellate di rifiuti pericolosi. Messi poi in sicurezza nel 2009.

Oggi, la copertura messa a protezione dell’area ha ceduto in più punti, sversando il terriccio anche in una pozza d’acqua dove si abbeverano gli animali. Pecore e capre ci pascolano sopra. Altri animali hanno iniziato anche a fare la tana. Dentro la discarica stessa. Infine, i sondaggi fatti nel 2006 per verificare lo stato di inquinamento sono ancora lì. Abbandonati nell’area della diacarica. Come se nulla fosse.

Da dove provenivano i rifiuti scaricati al Cinelli lungo via San Salvatore, nel bel mezzo di una zona agricola di grande valore, anche ambientale, a un tiro di schioppo dall’area archeologica etrusca di Norchia e a diretto contatto con una falda acquifera?”

Altre discariche abusive sono state individuate, mappate e opportunamente perseguite dagli organismi inquirenti competenti, oltre che oggetto di approfondimento  della Commissione Parlamentare sui rifiuti speciali occultati o conferiti in modalità illecite in territori provinciali e regionali.

 

Il ricordo dell’esperienza del giudice Maurizio Santoloci. Pioniere della lotta agli ecoreati. I reati contro l’Ambiente dal 2016 al 2018: 6 Uffici giudiziari su 10 hanno applicato la nuova legge.

Nel commentare le vicende della discarica della località Cinelli  ritengo opportuno ripercorrere l’esperienza umana e professionalmente  esemplare del giudice Maurizio Santoloci prematuramente  scomparso a 60 anni a Terni il 7 gennaio 2017, già pretore di Amelia e pioniere della nascita del diritto alla tutela ambientale e del perseguimento e repressione dei reati ambientali.

Il 3 febbraio 2016 ho avuto il privilegio di essere presente alla giornata formativa “Corretta informazione sui temi ambientali. Fonti ufficiali e fonti ufficiose” tenutasi a Terni a cura dell’Ordine dei Giornalisti dell’Umbria, a cui ha partecipato come relatore il Magistrato di Cassazione, coadiuvato da sua figlia, illustrando lo stato delle attività preventive e repressive dei reati ambientali, i così detti “ecoreati”, da poco introdotti nel codice penale con adeguata autonomia di perseguimento: inquinamento ambientale, disastro ambientale, traffico e abbandono di materiale ad alta radioattività, impedimento del controllo e omessa bonifica.

 

Il Giudice Maurizio Santoloci

Maurizio Santoloci  era stato consigliere di diversi ministeri per l’Ambiente per il contrasto dei crimini ambientali, settore nel quale si era molto impegnato, anche come membro della Commissione per la revisione del Testo unico e dell’Osservatorio sui crimini ambientali.

Il dottor Santoloci era stato consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite connesse e, da circa 30 anni insegnava, come docente titolare, presso le Scuole nazionali del Corpo forestale dello Stato, oggi Carabinieri Forestali.

E’ stato, tra l’altro,  Direttore dell’Ufficio legale della LAV,  dando alle stampe più di 30 pubblicazioni sulle tematiche del diritto ambientale adottate da pubbliche amministrazioni e scuole di polizia.

Vorrei ricordare ai lettori, scusandomi per la lunghezza dell’articolo,  che da circa tre anni la nuova legge sugli ecoreati ha introdotto nel codice penale cinque nuove figure di “delitti” contro l’ambiente: inquinamento ambientale, disastro ambientale, traffico e abbandono di materiale ad alta radioattività, impedimento del controllo e omessa bonifica.

Secondo  la relazione sulla verifica dell’applicazione della legge n.68 del 2015,  approvata dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul ciclo dei rifiuti  in media 6 uffici giudiziari su 10 hanno già applicato la nuova legge in materia di delitti ambientali  dalla sua entrata in vigore.

Questo è il quadro che emerge dal monitoraggio – condotto in collaborazione con il Servizio per il controllo parlamentare della Camera dei deputati e illustrato nel corso di un convegno a palazzo San Macuto – risulta che il 39,5 per cento degli uffici giudiziari che hanno trasmesso dati alla Commissione (167 in tutto, tra cui 117 procure) ha ammesso di non aver ancora applicato alcuna delle norme della legge, il 36,5 per cento ha dichiarato in maniera specifica di aver applicato le nuove norme penali e il 24 per cento ha dichiarato in termini generici di aver applicato la normativa. Le contestazioni dei nuovi reati hanno una distribuzione “abbastanza uniforme” sul territorio nazionale, “con una frequenza più accentuata dal punto di vista quantitativo nelle isole e al sud” mentre tra i nuovi ecoreati la fattispecie piu” frequentemente contestata e” l’inquinamento ambientale, che pure presenta – sempre secondo il report – “potenziali criticità sul piano interpretativo” (al pari della fattispecie di disastro ambientale).

Molto frequenti sono le contestazioni per delitti colposi contro l’ambiente, mentre risulta limitato il numero delle contestazioni per il delitto di traffico e abbandono di materiale ad alta radioattività. 

Legambiente  rileva più volte nei suoi Rapporti che nella lotta all’ecomafia e agli ecoreati arrivano i primi segnali di una inversione di tendenza, dopo l’introduzione della legge sui delitti ambientali nel codice penale e un’azione più repressiva ed efficace. Nel 2015 diminuiscono gli illeciti ambientali accertati che risultano 27.745. Per dirla in altro modo, più di 76 reati al giorno, più di 3 ogni ora, è l’amara constatazione di Legambiente. Salgono a 188 gli arresti, mentre diminuiscono le persone denunciate 24.623 e i sequestri 7.055.

 Risulta in espansione il fenomeno del caporalato: sono circa 80 i distretti agricoli, indistintamente da nord a sud, nel quale sono stati registrati fenomeni di caporalato. Nel 2015 le ispezioni sono cresciute del 59% ma con esiti davvero negativi, in pratica più del 56% dei lavoratori trovati nelle aziende ispezionate sono parzialmente o totalmente irregolari, con 713 fenomeni di caporalato registrati dalle autorità ispettive.

Le Ecomafie continuano i loro affari anche nel racket degli animali con 8.358 reati commessi nel 2015.

A rischio anche i beni culturali: lo scorso anno ne sono stati recuperati o sequestrati dalle forze dell’ordine per un valore che supera abbondantemente i 3,3 miliardi. Un valore 6 volte superiore a quello registrato nell’anno precedente, quando si era “fermato” intorno ai 530 milioni. Invece per quanto riguarda i roghi, alla Campania va la maglia nera per il numero più alto di infrazioni, 894 (quasi il 20% sul totale nazionale), seguita da Calabria (692), Puglia (502), Sicilia (462) e Lazio (440).

Sono 18mila gli immobili costruiti illegalmente. In calo le infrazioni nel ciclo del cemento e dei rifiuti. Crescono, invece, gli illeciti nella filiera agro-alimentare, i reati contro gli animali e soprattutto gli incendi, con un’impennata che sfiora il 49%. Roghi che hanno mandato in fumo più di 37.000 ettari, più del 56% si è concentrato nelle quattro regioni a tradizionale insediamento mafioso. In calo il business delle ecomafie che nel 2015 è stato di 19,1 miliardi, quasi tre miliardi in meno rispetto all’anno precedente (22 miliardi). Un calo dovuto principalmente alla netta contrazione degli investimenti a rischio nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa, che hanno visto nell’ultimo anno prosciugare la spesa per opere pubbliche e per la gestione dei rifiuti urbani sotto la soglia dei 7 miliardi (a fronte dei 13 dell’anno precedente).

Sono questi i primi dati che emergono da Ecomafia 2016 di Legambiente, le storie e i numeri della criminalità ambientale in Italia, edito da Edizioni Ambiente con il sostegno di Cobat. Numeri e risultati che raccontano il lento ma grande cambiamento che ha preso il via nel 2015, con l’approvazione della legge sugli ecoreati, e continua nel 2016, anno in cui si cominciano a raccogliere i primi frutti di un’azione repressiva più efficace e finalmente degna di un paese civile che punisce davvero chi inquina.

Ma per contrastare le ecomafie c’è ancora da fare, dato che la criminalità organizzata la fa ancora da padrone (sono 326 i clan censiti) e la corruzione rimane un fenomeno dilagante, è il volto moderno delle ecomafie che colpisce ormai anche il nord Italia. Senza dimenticare che la criminalità organizzata continua la sua pressione nelle aree boschive e agricole, e nel mercato illegale del legno, del pellet e della biodiversità. Per questo Legambiente, torna oggi a ribadire l’importanza di continuare a rafforzare il quadro normativo con leggi ad hoc che tutelino anche la filiera agroalimentare, i beni culturali e l’istituzione di una grande forza di polizia ambientale diffusa sul territorio.

La prevenzione è la moneta buona che scaccia quella cattiva: è necessario creare lavoro, filoni di sviluppo economico e produttivo nei territori più a rischio, sostenere le centinaia e centinaia di cooperative e di imprese, che anche nel sud stanno cercando di invertire la rotta, puntando su qualità ambientale e legalità. E nel prevenire le ecomafie, oltre all’impegno dei territori e dei singoli cittadini, è importante una presenza costante dello Stato che deve essere credibile e dare risposte sempre più ferme, perché quando lo Stato è assente la criminalità organizzata avanza con facilità invadendo i territori, l’ambiente e le comunità locali. Quando invece lo Stato è presente, difficilmente gli ecomafiosi possono rubare e uccidere il nostro futuro”.

Le proposte: L’associazione ambientalista Legambiente torna a ribadire che per una corretta applicazione della legge sugli ecoreati è fondamentale che le procure sviluppino una prassi operativa comune e condivisa, magari seguendo l’esempio di quegli Uffici giudiziari che già si sono mossi in questa direzione. Tra le altre proposte che lancia oggi Legambiente:

  • mettere in campo un’azione più capillare di formazione sulla nuova legge per tutti gli attori del sistema di repressione dei reati ambientali e definire linee guida nazionali per garantire una uniforme applicazione in tutto il paese della parte sesta-bis del Codice ambientale, quella che riguarda i reati minori che non rientrano tra i nuovi delitti previsti dalla legge 68, fino a oggi non completamente garantita (a tal proposito vale la pena segnalare l’accordo siglato in Emilia Romagna tra Procura generale, Procure della Repubblica, Noe dei Carabinieri e Corpo forestale dello stato che individua nell’Agenzia regionale per la prevenzione, l’ambiente e l’energia dell’Emilia Romagna l’organo tecnico per l’asseverazione delle prescrizioni)
  • una presa di posizione seria e unanime da parte delle classi dirigenti nazionali e locali contro l’abusivismo edilizio per dare nuovo vigore agli abbattimenti dei manufatti che ancora oggi sfregiano il territorio, con l’approvazione di una legge per snellire l’iter di abbattimento degli ecomostri;
  • la rapida approvazione del ddl che tutela il Made in Italy enogastronomico, ora al vaglio delle    competenti commissioni parlamentari. Un ddl che se approvato introdurrebbe nuovi delitti come il disastro sanitario e di agropirateria a tutela dei prodotti di qualità. In particolare si migliorerebbe il Codice penale per contrastare al meglio la contraffazione (con aggravante per i prodotti Igp e Doc), le frodi in commercio, la vendita di alimenti con segni mendaci anche con la responsabilità amministrativa delle persone giuridiche. Inoltre sarebbe importante un nuovo intervento in tema di caporalato, odioso fenomeno che sta diventando sempre più esplosivo;

–    una maggiore attenzione legislativa al patrimonio di biodiversità sotto attacco     delle ecomafie, anche attraverso l’inserimento di un nuovo articolo nel Codice penale con adeguate sanzioni relative alle attività illecite inerenti fauna e flora protette;

–    l’aggiornamento della legge per contrastare le archeomafie al fine di rendere sempre più adeguata la forza deterrente rispetto alla gravità dell’azione criminale su beni culturali e reperti archeologici. Se si esclude il delitto di ricettazione, che prevede pene fino a otto anni di reclusione, in generale le sanzioni previste a tutela dei nostri tesori sono davvero irrisorie;

–    l’istituzione di una grande forza di polizia ambientale sempre più diffusa sul territorio nazionale, mettendo a sistema le migliori esperienze messe in campo dall’Arma dei Carabinieri Forestali, a cui peraltro appartiene il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa;

–      un vero e proprio cambio di paradigma economico: l’economia eco-criminale si combatte promuovendo un’economia civile, fondata sul pieno rispetto della legalità, sui principi della sostenibilità ambientale e della solidarietà, capace di creare lavoro, soprattutto per le giovani generazioni, e crescita pulita; contribuire alla custodia dei patrimoni del nostro Paese, a cominciare dalle sue ricchezze naturali e paesaggistiche, e alla valorizzazione dei suoi straordinari talenti.