Disabilità, interviene il candidato al Comune di Viterbo Coccia

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NewTuscia – VITERBO – Il concetto di disabilità investe, etimologicamente, l’ampia categoria del non “sapere compiere”.

Nel corso del tempo, invece, la categoria è stata ristretta alla sola impossibilità, fisica, di raggiungere un determinato standard considerato statisticamente comune, recte “normale”.

Se, per un attimo, abbandoniamo questa angolatura, che crea il diverso, ovvero colui che devia, per abbracciare quella più ampia poc’anzi citata, i punti di riferimento si modificano integralmente e le categorie tendono a svanire dietro il concetto, poderoso quanto semplice, di individuo, ovvero di persona.

Se il dis-abile è colui che non gode di una capacità, allora siamo tutti dis-abili.

La verità, allarmante, non può farci piacere in una realtà nella quale tutto ci spinge a primeggiare sull’altro, pure lo dobbiamo riconoscere: ognuno di noi è dis-abile in qualcosa.

Penso, banalmente, a chi non sa andare in bicicletta, a chi ha difficoltà a parcheggiare l’auto, a chi balbetta parlando in pubblico.

La mera circostanza che alcune disabilità siano meno invasive di altre, ne modifica la foggia, ma non la sostanza.

Intendiamoci, è evidente che essere ciechi sia incomparabilmente diverso dal non saper andare in bicicletta, tuttavia, renderci conto che esiste una disabilità diffusa, che ognuno di noi inconsapevolmente porta dentro, è una realtà che può avere risvolti troppo importanti per essere sottaciuta.

Questo, infatti, è l’unico modo che ci può consentire di cambiare il nostro assetto mentale.

E questo è il fine ultimo, necessario, per consentire la costruzione di una realtà che non stigmatizzi soltanto alcune diversità, ma le abbracci tutte, indistintamente – questo discorso, infatti, potrebbe estendersi anche ad altri tipi di diversità, quale il colore della pelle.

Perché se guardiamo a tutte le diversità con la medesima consapevolezza, dovremo accettare – con buona pace del superuomo – che tutti siamo diversi e diversamente abili.

Questo nuovo assetto mentale si concreta, poi, in un approccio all’altro che è nuovo.

Mediamente, il contatto con il “diverso” si muove su un bivio, ai cui margini ci sono il pietismo/compassione e l’indifferenza.

In altri termini, il “fingere di non vedere” oppure – al suo opposto – il “vedere troppo” il vedere soltanto quell’aspetto, così rinchiudendo la persona in quel frammento di ciò che è.

Così le persone finiscono per diventare: un cieco, un nero, uno zoppo, un malato di mente, un napoletano oppure – e chi è vissuto all’estero lo sa – un “dago”.

All’estremo opposto, le persone svaniscono e diventano invisibili: distogliamo lo sguardo, come se eliminarle dal nostro campo visivo le rendesse inesistenti.

E’ un meccanismo comune, legato alla difficoltà di rapportarci a qualcosa che sentiamo diverso da noi: ma se diverso non fosse?

Se riuscissimo a capire che, in certe occasioni, siamo tutti quelli da cui distogliere lo sguardo, quelli che si tramutano nella loro disabilità, il mondo potrebbe cambiare.

Immaginiamo di avere difficoltà ad eseguire un parcheggio, perché la persona che ha appena parcheggiato dietro di noi si è tenuta molto larga, lasciandoci uno spazio di manovra esiguo.

Cosa desidereremmo?

Che la persona, pur consapevole della nostra difficoltà, chiudesse la propria vettura e se ne andasse?

Certamente no, sapendo che può fare qualcosa, ovvero arretrare con la sua vettura lasciandoci più margine di manovra, vorremmo che avesse la delicatezza e l’empatia di farlo.

Subire l’indifferenza, in un momento di difficoltà, ci rende tristi e soli.

Capire che l’altro ha distolto lo sguardo, ci fa sentire vittime di un’ingiustizia, che ci fa covare rabbia.

E la rabbia genera rabbia. In un circolo vizioso difficile da spezzare.

D’altra parte, tuttavia, se la persona si avvicinasse alla nostra vettura e ci dicesse: “vedo che hai problemi, che non riesci, povero, mi spiace, adesso mi sposto, così puoi entrare” oppure, peggio, ci chiedesse di eseguire la manovra al nostro posto, cosa proveremmo?

Ci sentiremmo umiliati.

Perché l’altro ha letto di noi soltanto la nostra disabilità, ampliandola e sostituendola al nostro essere persone.

Paradossalmente, si potrebbe assumere che, anche in questo caso, l’altro non ci ha visto.

Ha dimenticato che siamo persone: non problemi, non disabili, non malati.

E, anche in questo modo, si genera rabbia: perché nessuno vuole essere soltanto il problema che riveste.

Perché tutti rivestiamo problemi. Guardiamo oltre.

La persona non vedente, che ha bisogno di più tempo alle casse di un supermercato per pagare, perché deve “sentire” i soldi, invece che contarli.

La persona anziana, che ha bisogno di più tempo alle casse di un supermercato per pagare, perché deve “trovare” i soldi, oltre che contarli.

La persona che è turista in uno stato straniero, che ha bisogno di più tempo alle casse di un supermercato per pagare, perché deve “convertire” i soldi, oltre che contarli.

Se riusciremo a modificare il nostro assetto mentale, capendo che alle volte è sufficiente un contesto per renderci disabili, riusciremo a non sentire più nessuno come diverso da noi e, semplicemente, a rapportarci all’altro nello stesso modo in cui vorremmo che gli altri si rapportassero a noi.

Perché, spesso, le cose sono semplici e hanno un valore non quantificabile.

Con l’augurio costante che i nostri sogni abbiano il coraggio che manca alle nostre paure.

Michele Coccia
Candidato al Consiglio Comunale di Viterbo
lista “La voce dei giovani viterbesi” per Luisa Ciambella Sindaco