L’addio a Alberto Mieli. Smeriglio: “Lascia vuoto incolmabile”

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Massimiliano Smeriglio

NewTuscia – ROMA – “Questa mattina davanti al Tempio Maggiore, in rappresentanza della Regione Lazio, ho portato il mio ultimo saluto ad Alberto Mieli. Il doveroso riconoscimento della nostra Istituzione all’uomo che fino alla fine dei suoi giorni ha dedicato il suo impegno alla testimonianza e alla memoria della Shoah in Italia”. Lo comunica in una nota il Vice Presidente della Regione Lazio, Massimiliano Smeriglio.

 “‘Zi Pucchio’, come era conosciuto e soprannominato, romano e del quartiere popolare della Garbatella, lascia un vuoto incolmabile, per la sua storia, il suo riscatto, la sua dignità, il suo contributo alla denuncia e alla educazione delle nuove generazioni – aggiunge – Esprimo pertanto a nome della Regione Lazio la vicinanza e il cordoglio alla famiglia e alla Comunita’ Ebraica”.(ANSA).
Chi era Alberto Mieli:
Alberto Mieli era nato a Roma il 22 dicembre 1925 (92 anni). Viveva a Garbatella con i genitori
Con le leggi razziali il padre fu costretto a smettere di lavorare. Alberto fu cacciato dalla scuola perché di religione ebraica.
Sfugge assieme alla famiglia alla retata nazifascista degli ebrei romani il 16 ottobre 1943, ma nell’aprile del ’44 (19 anni) viene preso da un gruppo di sette uomini, tre nazisti e quattro fascisti in borghese. Dopo un mese di carcere a Regina Coeli, i fascisti lo trasferiscono al campo di Fossoli e da li ad Auschwitz. Poi verrà portato a Sosnowitz, terribile sottocampo di Auschwitz, dove in condizioni spaventose viene costretto a lavorare alla “ristrutturazione”.
Scampa alle continue selezioni, e viene trasferito in una fabbrica di armi, poi al campo di Mauthausen e infine a Gusen, dove sarà liberato dagli americani. Alla liberazione pesava 29 Kg
Il ricongiungimento con la mia famiglia fu un’emozione grandissima: erano tutti sopravvissuti, la gente delle case popolari alla Garbatella nascose i miei 7 fratelli e mio padre, che aveva perso il lavoro alla dogana appena entrate in vigore le leggi razziali, se la cavò insieme a mia madre.
Sul braccio aveva marcato in modo il numero 180060.
Conosciuto da tutti come “Zi Pucchio”, negli ultimi era stato uno dei testimoni più attivi a nel raccontare la Shoah in Italia.
Nel 2015 era stato insignito dell’Università di Foggia della laurea honoris causa in Filologia, letteratura e storia.
Assieme alla nipote Ester Mieli ha scritto nel 2015 il libro “«Eravamo ebrei. Questa era la nostra unica colpa”.
«Raccontare è un dovere nei confronti dei miei compagni che non sono più tornati, – diceva – è un dovere far sapere ai giovani ciò che accadde in quei lager. Una persona che non ricorda o che non vuol ricordare non è un uomo».