“Mrs Palfrey all’Hotel Claremont” di Elizabeth Taylor

Federica Marchetti

NewTuscia – L’omonimia con la celebre attrice hollywoodiana non le ha mai giovato (e lei infatti non ne fece mai un vezzo) eppure Elizabeth Taylor, scrittrice inglese, ha un posto nella letteratura che nessuno oggi mette più in dubbio. Capace di tratteggiare l’esistenza del suo tempo con pennellate di delicato e, allo stesso tempo, impietoso realismo, in ogni romanzo la Taylor ci catapulta nel suo mondo fatto di piccoli gesti, di convenzioni sociali disattese, di incolmabile desolazione, di solitudine e di disillusione. Grande interprete delle relazioni umane, seppe coniugare famiglia, lavoro e arte.

Uscito nel 1971, undicesimo e penultimo romanzo di Elizabeth Taylor, Mrs Palfrey all’Hotel Claremont (edito da Astoria edizioni) è una malinconica storia venata di humour che racconta l’incanto e il disincanto della quotidianità e del lento trascorrere del tempo di un’anziana vedova che si è ritirata a vivere in un rifugio per anziani nel cuore della Londra degli anni ‘60. Perché se il tempo lo si afferra dai dettagli sembra proprio non finire mai. Così nei suoi romanzi, Elizabeth Taylor è capace di accompagnare il lettore a braccetto senza scossoni (né suspense e neppure colpi di scena) negli interni inglesi di metà Novecento e scendere nell’animo umano come pochi scrittori sanno fare. Inserito dal Guardian nella lista dei cento migliori romanzi del Novecento, finalista al Booker Prize del 1971, Mrs Palfrey all’Hotel Claremont nel 2005 è diventato un film diretto da Dan Ireland con la straordinaria Joan Plowright nel ruolo della protagonista.

La storia, in meno di duecento pagine, racconta il soggiorno londinese dell’attempata vedova scozzese Mrs Laura Palfrey che una domenica pomeriggio di gennaio si trasferisce all’Hotel Claremont di Cromwell Road a due passi da Kensington High Street. L’albergo, dimesso e accessibile, ospita un piccolo stuolo di eccentrici vecchietti che sembrano non volersi arrendere. Flaccidi, delusi, spaventati, scoloriti, rugosi e legati a doppio nodo al passato che li tormenta, i quattro residenti dell’hotel accolgono la nuova venuta con apparente socievolezza. Dal canto suo Mrs Palfrey subisce la mediocrità dell’ambiente e del personale che mal tollera gli ospiti agés e si rifugia nel ricordo del suo matrimonio perfetto. Dovendo far fronte alle insidiose domande sulla famiglia (che latita per tutti i presenti) Mrs Palfrey preannuncia l’imminente venuta del suo unico nipote Desmond pur sapendo che quest’ultimo non metterà mai piede al Claremont. Un giorno durante una passeggiata cade rovinosamente e viene soccorsa da un giovane aspirante scrittore senza un soldo (e in crisi creativa) Ludovic Myers detto Ludo. Tra i due nasce una reciproca simpatia che diventa complicità quando il ragazzo va a trovarla sotto le mentite spoglie del nipote Desmond. Sulle prime la bugia mette in crisi il buon senso della donna ma la leggerezza del giovane ribalta la situazione in gioco e i due diventano amici. La vita al Claremont trascorre tra monotonia e cambi di stagione in una Londra ovattata e parallela al via vai del caotico centro. Le descrizioni degli stati d’animo e dei cambiamenti d’umore colmano l’assenza di dettagli dell’hotel che quasi passa inosservato anche agli occhi del lettore più attento e curioso. Le esistenze di tutti i personaggi appaiono sempre più sbiadite: degli over che si avviano lentamente verso l’inevitabile e dello stesso Ludo che non ha fortuna con le donne, con il lavoro e soprattutto con la madre. Ma mentre Mrs Palfrey finisce per provare una strana affezione per Ludo, lo stesso concepisce quel singolare rapporto come la messa a punto del suo romanzo che finirà per intitolarsi Non era concesso morire lì da una battuta della stessa vecchia signora sull’Hotel Claremont. Il mondo disperato di quelle creature giunte loro malgrado al capolinea lo aveva risvegliato dal torpore e restituito l’estro per la sua opera prima.

Impietoso ma delicato, Mrs Palfrey all’Hotel Claremont mette in scena la solitudine dei vecchi ormai dimenticati da tutti e considerati ingombranti presenze da porre sullo sfondo nell’attesa che svaniscano per sempre.

Dorothy Betty Coles (1912-1975) sposò John Michael Taylor, ebbe due figli, scrisse 17 libri (12 romanzi, 55 racconti in 4 volumi e 1 libro per ragazzi) firmandoli con lo pseudonimo di Elizabeth Taylor e visse nel Buckinghamshire senza mai raggiungere la popolarità ma circondata dalla stima dell’ambiente letterario. Iniziò a pubblicare nel 1945 all’età di 34 anni (sei anni prima del grande salto dell’attrice Elizabeth Taylor che sarebbe diventata un’intramontabile icona cinematografica mettendola in ombra) e pare scrivesse “lentamente e senza divertimento” durante le faccende domestiche o nelle pause dai figli (grazie ai quali ha toccato con mano i sottili sentimenti dell’infanzia, le ossessioni, le insicurezze e i sospetti, preziose fonti per i suoi romanzi). Fu affiliata dalla collega Anne Tyler al club delle “soul sisters” (la schiera di narratrici che comprende Jane Austen, Elizabeth Bowen, Barbara Pym) ossia le regine di sensibilità, talento e stile che con la letteratura hanno raccontato le sfumature della quotidianità femminile. La sua scrittura, appassionata e coinvolgente, non ha effetti speciali ed è circoscritta al privato delle donne della middle-class inglese. Morì a sessantatré anni. Ancora oggi in patria è maestra di stile (adorata da Hilary Mantel e Kingsley Amis) mentre in Italia è autrice di nicchia per lettori raffinati che non hanno la frenesia di arrivare all’ultima pagina per sapere come va a finire la storia.

 

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