Morte del maestro Enrico Castellani: Celleno piange un proprio figlio

NewTuscia – CELLENO – Ha lasciato un grosso vuoto la morte dell’artista Enrico Castellani, artista a tutto tondo diventato un punto di riferimento irrinunciabile nelle collezioni d’arte degli intenditori. Cenrico castellaniastellani si era trasferito nella Tuscia, a Celleno, perché amante della nostra terra: c’è rimasto fino alla morte.

Considerato, come si legge in molti articoli, il maestro numero uno della “linea sintetica, asciutta ed elegante”, spesso intervallate e connesse con “forme morbide e sinuose ereditate dalla stagione di Fontana e Manzoni”, Castellani ha lasciato un segno indelebile per l’arte monocromatica, amata da molti collezionisti che, se anni fa spesero alcune decine di migliaia di euro per un’opera del Castellani, oggi dovrebbero tirare fuori molte centinaia di migliaia di euro.

Questo il comunicato emanato dal gruppo di minoranza di Celleno per l’intitolazione di piazza del Mercato a Castellani:

“Il nostro Paese ha perso uno dei suoi figli più noti. Enrico Castellani, 87 anni, ci ha lasciato. In seguito alla nota precedentemente uscita a nome di tutta l’Amministrazione, ci uniamo nuovamente al cordoglio e avanziamo una richiesta.

Illustre cittadino cellenese, aveva scelto la nostra comunità per farne una casa, un’ispirazione, abitando le stanze degli antichi signori Orsini, in quel Castello che è memoria perenne, identità e origine di Celleno. Un genio dell’arte europea del secondo ‘900. Risiedeva a pieno titolo nella storia dell’arte contemporanea italiana, in cui è annoverato tra i maestri.

Per la comunità cellenese ha fatto molto. A livello umano e culturale, offrendoci la sua arte, contribuendo al restauro di parte della Rocca di Celleno Vecchio, negli anni – escludendola dall’abbandono totale e dall’indifferenza, come la storia dei beni culturali italiani in molti casi tristemente dimostra -, che abitava come un saggio maestro. In virtù di questo, il gruppo di minoranza consiliare, invita a generare memoria, che diventa eredità, lascito, come segno di una comunità nel grande libro della storia.Atto che già avvenne, due anni fa, con l’articolo del nostro capogruppo, Emanuele Ricucci, sul quotidiano Libero, a Celleno, a Castellani e alla sua arte dedicato. Ma soprattutto, con la proposta all’amministrazione comunale, da noi protocollata nel 2015 e che qui rinnoviamo, di valorizzare la memoria artistica e umana di Enrico Castellani, intitolandogli la piazza del Mercato, sotto le mura del Castello Orsini, le stessa da cui si affacciava la sua finestra.

Oggi, come ieri, chiediamo all’amministrazione comunale, di valutare questa nostra idea e di far sì che possa essere discussa in consiglio comunale; e che la figura stessa di Castellani, possa essere vanto cellenese, mettendo in atto delle iniziative culturali a lui dedicate che possano portarne avanti la memoria. Iniziative per cui siamo disponibili al confronto.

Gruppo di minoranza consiliare “Cambia Celleno”
Curriculum di Enrico Castellani

1930

Nasce a Castelmassa (Rovigo) il 4 agosto.

1952

Si diploma all’Accademia di Belle Arti di Brera, Milano.

1952

Frequenta l’Academie Royale des Beaux Arts, Bruxelles (B)

1956

Si laurea in Architettura all’Ecole Nationale Superieure de la Cambre, Bruxelles (B).

1959

Con Piero Manzoni, fonda la rivista “Azimuth” e la Galleria Azimut, Milano.

1966

Gollin Prize, XXXIII Esposizione Biennale Internazionale d’Arte, Venezia.

1967

Medaglia d’oro, VI Biennale d’Arte, Repubblica di San Marino.
Primo premio, Nagaoka Museum, Tokyo (J).

2010

Praemium Imperiale per la Pittura, Tokyo (J).

Fonte: http://www.fondazioneenricocastellani.it/enrico-castellani/note-biografiche/  

Da almeno un quindicennio Enrico Castellani ha rappresentato un valore sicuro, in costante crescita nel mercato dell’arte, dopo che per decenni era stato sacrificato a movimenti e solisti più spettacolari, lui così incline alla riservatezza e al silenzio.

Chi lo ha acquistato in tempi non sospetti lo avrà pagato decine di migliaia di euro, un affarone: oggi per un pezzo storico se ne possono spendere oltre 600mila e ha fatto scalpore un’asta di Christie’s Londra del 2014: una Superficie bianca del ’66 è stata battuta a 1,8 milioni di sterline. Operazione architettata con indubbia sapienza.

Morto ieri a 87 anni, Castellani era considerato un maestro di quella  che però si discosta dalla freddezza del minimalismo americano proprio per le forme morbide e sinuose ereditate dalla stagione di Fontana e Manzoni. C’è di più: Castellani negli ultimi tempi è diventato un vero status symbol, imprescindibile in una collezione d’arte contemporanea italiana dell’ultimo mezzo secolo. Lo cercano in tanti – anche designer e calciatori- perché quel monocromo, esemplificazione perfetta dell’azzeramento della pittura cominciato già alla fine degli anni ’50, ha finito per rappresentare, nel tempo, il gusto prevalente e non troppo originale. Certo, quella carica eversiva con cui i giovani di allora operarono il processo di riduzione nei confronti della superficie dipinta, ripetuta insistentemente come un modulo di design, ha decisamente annacquato l’importanza storica di qualcosa che avveniva in contemporanea in Germania, Usa, nord Europa e anche Italia.

Andrò controcorrente, perché Castellani piaceva davvero a tutti, eppure sono convinto che non sia stato un artista anticipatore ed eclettico come Fontana, né un genio eversivo e sfacciato come Manzoni, ma certo ha aperto la strada alle diverse esperienze di pittura monocroma creando diversi seguaci e discepoli, ad esempio Bonalumi e Simeti. Ho l’impressione che il rigore degli inizi abbia unicamente trattenuto l’eleganza e l’innegabile abitudine di molti collezionisti a un’arte educata e rassicurante. Le cercano bianche, blu, rosse, gialle le sue Estroflessioni, più che altro per ragioni di stile e, costoso, arredamento.

La critica lascia ora il posto alla storia. Castellani era nato nel 1930 in provincia di Rovigo, studia in Belgio all’Ecole Nationale Superieure, nel ’57 si trasferisce a Milano per fondare, con Manzoni, la rivista Azimuth. Coerente alla linea di ricerca del capoluogo lombardo, nei primi anni ’60 il vero fulcro italiano verso l’internazionalità, ponte in particolare con il mondo tedesco del Gruppo Zero, considerato dai minimalisti americani, soprattutto da Donald Judd, un grande maestro proprio per l’insistita ripetizione di pochi elementi e la morbidezza della superficie pittorica, Castellani non ha mai smesso di fondare la propria ricerca sul rigore, tant’è che non è proprio facile riconoscere una sua opera storica da quelle realizzate in tempi più recenti. E forse non è cosi importante.

Enrico Castellani — scomparso venerdì 1° dicembre a 87 anni — è stato un monaco dell’arte. Distante da quegli atteggiamenti divistici che caratterizzano i gesti di molti artisti di oggi, pur radicato dentro il clima delle seconde avanguardie novecentesche, si è sottratto alle mitologie del nuovo, del cambiamento, della provocazione, concependo il proprio mestiere come costruzione lenta, ossessiva, ostinata, meditativa. Monastica, appunto. La sua sfida è consistita nel rimanere fedele a se stesso, elaborando una grammatica fondata su lievissimi e spesso impercettibili cambiamenti.

«Nel tempo, né io né i miei lavori siamo cambiati», era solito dire Castellani. Che, negli anni, ha attraversato tante situazioni e ha vissuto molti incontri. La formazione in Belgio, dove studia arte e architettura. Il ritorno in Italia, nella Milano progressista e vivace raccontata da Luciano Bianciardi in La vita agra. La scoperta di Fontana: «Era un innovatore, lo capivamo tutti. Avvertivamo che le sue riflessioni aprivano su territori inediti, mai esplorati». E, poi, l’amicizia con Piero Manzoni: che, a differenza di lui, è vulcanico, esuberante, giocoso. La fascinazione per l’Action painting e soprattutto per le tele di Tobey. La collaborazione a quella straordinaria rivista-officina che è «Azimuth» (fondata da lui con Manzoni). E ancora, la frequentazione con Bonalumi: vicino nel temperamento e nelle scelte. Infine, il confronto con i protagonisti del minimalismo statunitense come Judd, che lo considerano un padre, un modello.

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