La settimana sociale dei cattolici 2017

A  Cagliari dal 26 al 29 ottobre si approfondirà il tema: “Il lavoro che vogliamo. Libero, creativo, partecipativo e solidale”

di Stefano Stefanini

la-chiesa-di-san-giovanni-2-600x400Nella lettera-invito diffusa nei mesi scorsi dal Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane sociali viene illustrato il tema delle Giornate: “Il lavoro che vogliamo. Libero, creativo, partecipativo e solidale”.

Nel testo, a firma del presidente del Comitato monsignor Filippo Santoro, indirizzato attraverso i vari vescovi diocesani a tutti i «cattolici in Italia», si declinano in particolare le cinque prospettive a cui questi sono chiamati a guardare quando si parla di lavoro: vocazione, opportunità, valore, fondamento di comunità e promotore di legalità.

Il Comitato in particolare sottolinea «la necessità che quel modello di “lavoro degno” affermato dal magistero sociale della Chiesa e dalla Costituzione italiana trovi un’effettiva attuazione nel rispetto e nella promozione della dignità della persona umana».

Di qui le cinque prospettive, a partire

      1. dalla vocazione al lavoro, che «va formata e coltivata attraverso un percorso di crescita ricco e               articolato, capace di coinvolgere l’integralità della persona».

  1. in secondo luogo la creazione di lavoro «è conseguenza di uno sforzo individuale e di un impegno politico serio e solidale».
  2. «il lavoro è valore in quanto ha a che fare con la dignità della persona, è base della giustizia e della solidarietà sociale e genera la vera ricchezza».
  3. la dimensione del Lavoro rappresenta altresì «fondamento di comunità, perché valorizza la persona all’interno di un gruppo, sostiene l’interazione tra soggetti, sviluppa il senso di un’identità aperta alla conoscenza e all’integrazione con nuove culture, generatrice di responsabilità per il bene comune».
  4. «rispetto a un contesto in cui l’illegalità rischia di apparire come l’unica occasione di mantenimento per se stessi e la propria famiglia», si legge ancora nel testo, il lavoro degno deve promuovere la legalità, e quindi «diventa indispensabile creare luoghi trasparenti affinché le relazioni siano autentiche e basate sul senso di giustizia e di eguaglianza nelle opportunità».

In questi mesi di preparazione sono state proposte alcune tappe a livello nazionale verso l’appuntamento di Cagliari: il Festival della dottrina sociale (Verona, 26 novembre 2016),  il Convegno “Chiesa e lavoro. Quale futuro per i giovani del Sud” (Napoli, 8-9 febbraio 2017), il seminario nazionale dell’Ufficio CEI per i problemi sociali e il lavoro (Firenze, 23-25 febbraio 2017), e il convegno nazionale di Retinopera dedicato al “senso del lavoro oggi” (Roma, 13 maggio 2017).

Sia l’articolazione  della Settimana Sociale 2017 che la sua preparazione nelle singole realtà locali hanno approfondito tre diversi registri comunicativi: «Denuncia, racconto e proposta».

L’evento di Cagliari infatti, che si propone di essere un «incontro partecipativo» in grado di rinnovare «l’impegno delle comunità cristiane» sul tema del lavoro, adeguatamente preparato nella dimensione diocesana e territoriale,  con un «percorso diocesano», per portare a Cagliari un contributo «partecipato», seguendo appunto questi registri comunicativi.

Il primo passo: «Denunciare le situazioni più gravi e incettabili: sfruttamento, lavoro nero, insicurezza, disuguaglianza, disoccupazione – specie al Sud e tra i giovani – e problematiche legate al modo dei migranti”».

 Quindi «raccontare il lavoro nelle sue profonde trasformazioni, dando voce ai lavoratori e alle lavoratrici, interrogandoci sul suo senso nel contesto attuale». Ancora, il Comitato di preparazione dell’evento di Cagliari ha esortato le singole realtà diocesane   a «raccogliere e diffondere le tante buone pratiche che, a livello aziendale, territoriale e istituzionale, stanno già offrendo nuove soluzioni ai problemi del lavoro e dell’occupazione». Da ultimo, avanzare delle proposte, costruendone alcune «che, sul piano istituzionale, aiutino a sciogliere alcuni dei nodi che ci stanno più a cuore».

papa benedetto xviiLe parole di papa Benedetto XVI nella Caritas in veritate (n.7).«Volere il bene comune e adoperarsi per esso è esigenza di giustizia e di carità. Impegnarsi per il bene comune è prendersi cura, da una parte, e avvalersi, dall’altra, di quel complesso di istituzioni che strutturano giuridicamente, civilmente, politicamente, culturalmente il vivere sociale, che in tal modo prende forma di pólis, di città. Si ama tanto più efficacemente il prossimo, quanto più ci si adopera per un bene comune rispondente anche ai suoi reali bisogni». Queste esortazioni ci sollecitano all’impegno per  ricostituire una nuova generazione di laici cristiani impegnati, capaci di ricercare con competenza e responsabilità vie di sviluppo sostenibile.

La necessità di elaborare anche nelle chiese particolari e nei realtà locali  “Un’agenda per riprendere a crescere”.

Il Cardinale Angelo Bagnasco nel novembre 2009 aveva sintetizzato questa valutazione riconducendola alla responsabilità di ciascuno per il bene comune: «Il Paese deve tornare a crescere, perché questa è la condizione fondamentale per una giustizia sociale che migliori le condizioni del nostro Meridione, dei giovani senza garanzie, delle famiglie monoreddito. Ciascuno è chiamato in causa in quest’opera d’amore verso l’Italia: è una responsabilità grave che ricade su tutti, in primo luogo sui molti soggetti che hanno doveri politico-amministrativi, economico-finanziari, sociali, culturali, informativi».

Quali sono le priorità di “un’agenda di speranza per il futuro del Paese?» Analizziamo insieme e instauriamo una riflessione collettiva nelle singole parrocchie sulle cinque risorse principali  individuate nei documenti preparatori della Settimana sociale dei Cattolici italiani.

1Intraprendere  responsabilmente: nel nostro Paese c’è ancora una riserva di capacità di lavoro e di impresa che non teme il mercato…  

Offrire e scambiarsi opportunità e capacità di lavoro significa porre in essere elementi essenziali del bene comune e attivare dinamiche altrettanto essenziali al suo incremento. Non dimentichiamo che «mediante il lavoro l’uomo non solo trasforma la natura adattandola alle proprie necessità, ma anche realizza se stesso come uomo ed anzi, in un certo senso, diventa più uomo».

Occorre agire concretamente per sostenere la crescita delle imprese. Protagonista di questa crescita non può che essere un’impresa capace di mercato. Per riprendere a crescere l’Italia ha bisogno di più imprese in salute, esse  stesse per prime capaci di crescere, attraverso produttività e innovazione, con l’aiuto della componente pubblica, specie regione e provincia. Per la crescita di imprese capaci di generare crescita è decisivo anche l’ambiente.

Di esso sono parte essenziale il contesto ecologico, sociale, culturale e etico, la disponibilità di fattori come l’energia o pubbliche amministrazioni efficienti, il contrasto alla criminalità, le reti di trasporti regionali e nazionali e le dotazioni logistiche, l’efficienza della formazione e della ricerca.

Vanno attuate politiche fiscali e sociali  per riconoscere e sostenere la famiglia con figli come generatrice di valori economicamente rilevanti e come ridistribuire “orizzontalmente” la pressione fiscale, anzitutto spostandola dal lavoro e dagli investimenti alle rendite.

Il risultato  di inique politiche fiscali ha determinato che la famiglia italiana – una famiglia da sempre caratterizzata da forti vincoli affettivi e da generosi meccanismi di sostegno nei confronti dei membri più deboli – finisce per essere abbandonata a se stessa proprio nei momenti in cui avrebbe più bisogno di aiuto: all’arrivo di un figlio, quando le spese per la crescita e l’istruzione si fanno più gravose, quando un suo componente si trova ad affrontare passaggi in cui il vivere si fa più pesante, quando un anziano perde l’autosufficienza o rimane solo. Le conseguenze della scarsa attenzione alla famiglia sono chiare: una fortissima denatalità, da mezzo secolo diffusa nelle regioni centro-settentrionali, ma oggi più intensa nel Mezzogiorno, che si somma e si intreccia con l’emigrazione di tante giovani famiglie dal Sud al Nord; un addensamento di famiglie con due o più figli al di sotto della soglia di povertà; minori probabilità di raggiungere i livelli di istruzione più elevati per chi vive in una famiglia numerosa.

2 – Educare: in un momento di emergenza educativa c’è una particolare risorsa che va liberata.

Non c’è bene comune se ai soggetti dell’educazione – in particolare genitoriale e familiare, ma nanche degli ambiti associativi e socio-religiosi, di volontariato umanitario, sportivi – non viene riconosciuto per intero il loro prezioso e insostituibile ruolo anche pubblico. L’emergenza educativa si manifesta come grave crisi di bene comune.

Come in altri ambiti educativi, anche nella scuola, la cui crisi non può essere occultata, tanto meno se si ha a cuore il bene comune, il nodo è rappresentato dagli adulti, che dovrebbero sapere e potere istruire ed educare con passione, abilità, competenza, credibilità e rigore.

Va sostenuto  l’esercizio dell’autorità genitoriale in famiglia, ricreando il circuito virtuoso fra quelle autorità dei genitori e la libertà responsabile dei figli . È, altresì, necessario ristabilire il rapporto di responsabilità fra le generazioni, destinando risorse importanti alle famiglie con figli e mettendo i giovani in condizione di costruirsi la propria famiglia.

Appare irrinunciabile il sostegno all’azione educativa dell’associazionismo, in quanto l’emergenza educativa non può essere affrontata solo dalla famiglia e dalla scuola, né mai esse sole hanno sostenuto il dovere educativo degli adulti. Le grandi stagioni educative hanno visto anche il protagonismo delle reti associative, il cui impegno risulta  positivamente efficace sulla vita familiare, scolastica e civica.

3 – Includere le nuove presenze: anche l’Italia è tornata ad essere un paese di immigrazione.

Tenendo conto delle esperienze di altri Paesi, andrà adeguatamente  riconosciuta la cittadinanza ai figli di stranieri nati in Italia. Nella società italiana di domani i figli degli immigrati giocheranno un ruolo importante. Già oggi i figli dell’immigrazione sono più di un milione. Di questi, circa seicentomila sono nati e cresciuti in Italia. Occorre far si che il contributo degli immigrati sia il più possibile positivo e orientato a una convivenza civile è una delle maggiori responsabilità educative di cui il Paese dovrà farsi carico nei prossimi anni. Per questo va data una risposta esauriente alla domanda di come riconoscere la cittadinanza ai figli di stranieri.

4 – “Slegare” la mobilità sociale Una ulteriore riserva di energie è costituita dai giovani che studiano, che fanno ricerca, che lavorano…

Va ripensato il modo di  finanziare il sistema universitario e della ricerca scientifica, aumentando l’autonomia degli atenei per adeguarli alle mutate esigenze di formazione della classe dirigente e senza precludere l’accesso ad alcuno capace e meritevole. L’università è l’istituzione che presidia la libertà del sapere e la tensione intellettuale alla verità, fornisce un contributo primario alla ricerca, garantisce i gradi più elevati della formazione, sostiene e dà metodo al confronto pubblico. È anche uno dei doni straordinari che storicamente testimonia il servizio della Chiesa e dei credenti al bene comune.

Altra questione a questa collegata è quella degli strumenti per ridurre le barriere per l’accesso dei giovani alle professioni e al loro esercizio e come incrementare la libera concorrenza nelle stesse: bisogna porre con forza il problema di come incrementare in Italia accessibilità, flessibilità e attitudine all’innovazione, concorrenzialità e logiche di efficacia nelle attività professionali.

 5 – L’ impegno per completare la transizione istituzionale, anche negli enti locali, va attuata una sollecitudine alla partecipazione ed ai tentativi di innovazione politica.

La responsabilità per il bene comune spinge i cattolici ad andare avanti: «i cattolici non possono affatto abdicare alla vita politica» anch’essa vero atto d’amore al bene comune. Questa visione ci aiuta a individuare il cuore del problema nel rapporto tra potere politico e responsabilità di governo locale e centrale. Le preoccupazioni per un bilanciamento dei poteri, sono l’essenza di un regime politico che rispetta la libertà e i diritti fondamentali in un quadro sociale articolato e democratico con un rafforzamento concreto dei ruoli del governo, dell’opposizione e dell’elettore.

Nella continuità con ’esperienza del cattolicesimo democratico di Alcide De Gasperi e Luigi Sturzo, va portato a termine il disegno riformatore di forma di governo (con contrappesi adeguati e una legge elettorale coerente) per completare la transizione secondo criteri di sussidiarietà (servizi pubblici esercitati dalle istituzioni più vicine ai cittadini), di responsabilità chiaramente imputabile alla capacità decisionale di sindaci, presidenti di provincia e di regione e governo centrale e di adeguata efficacia dell’azione amministrativa

Con lo stesso spirito di don Luigi Sturzo, i cattolici impegnati nella vita politica dovranno chiaramente riproporre soluzioni alla questione di come consentire, in modo pieno e trasparente, agli elettori di scegliere leader, partito (o coalizione)  di governo e candidati prima del voto, per permettere un chiaro e immediato giudizio dei governati sui governanti. Come consentire a chi governa di disporre, con equilibrio ma senza incertezze, degli strumenti appropriati per una rapida e trasparente gestione dell’indirizzo politico. Garantire all’opposizione parlamentare visibilità e prerogative specifiche nei confronti del governo e della maggioranza.

Tra le questioni più urgenti si pongono: a) la famiglia come specifica forma di relazione fondata sul matrimonio tra una donna e un uomo e aperta all’accoglienza della vita; b) un’ azione adeguata di accoglienza, rispetto, servizio e difesa alla vita che nasce. c) Impegno per tutte le altre grandi questioni, come la questione femminile, quella meridionale, quella ambientale, quella della garanzia della legalità e del contrasto alla criminalità organizzata, della qualità della pubblica amministrazione e delle risorse che la finanziano il nodo urgentissimo della sanità pubblica.

“L’Eucaristia e la Città”.

L’ultima evidenza dei temi portanti del Convegno di Reggio Calabria: è “l’Eucaristia e la Città”. Ogni Messa domenicale genera e offre bene comune, sostiene visioni e responsabilità di bene comune, e l’Eucarestia rappresenta il nutrimento della testimonianza della carità nella città. La liturgia eucaristica “Donaci occhi per vedere le necessità e le sofferenze dei fratelli; fa’ che ci impegniamo lealmente al servizio dei poveri e dei sofferenti.”

Gli ambiti di vita proposti come luoghi in cui portare la speranza che viene dal Signore Risorto e dall’incontro con lui nella celebrazione eucaristica domenicale, in particolare il grande dono della festa del Corpus Domini.

Questi sono i punti all’ordine del giorno “dell’agenda di speranza” elaborata nella Settimana sociale di Reggio Calabria, come un orientamento unitario e aggregante, capace di condividere la responsabilità per il bene comune con tutte le forze vive del nostro Paese,  nonostante le differenze sociali, culturali o politiche.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Inserisci la risposta corretta per lasciare il tuo commento *