Roma, gli spettacoli di luglio a Villa Pamphilj

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55 minutiNewTuscia – ROMA – Dopo una stagione intensa, il Teatro Villa Pamphilj prosegue la sua programmazione anche nel mese di luglio.

Il 14 luglio, in scena la storia della vita di Manoel Francisco dos Santos – Manè, detto Garrincha, l’ala destra brasiliana degli anni 50 e 60: un calciatore che ha avuto una storia bellissima e tragica.

Il 20 e 21 luglio, dopo l’applauditissima anteprima assoluta di giugno, torna “55 minuti e 20 secondi” in cui due storie si intrecciano, non seguendo una linearità temporale. Un timer proiettato sullo sfondo scandisce lo scorrere del tempo, una convenzione che i due attori e il pubblico accettano sin dall’inizio.

La programmazione estiva del Teatro Villa Pamphilj rientra nell’ambito dell’Estate Romana promossa da Roma Capitale Assessorato alla Crescita culturale e realizzata in collaborazione con SIAE.

14 luglio ore 19.30- ingresso 5 euro

Garrincha – l’angelo dalle gambe storte

di F. Valeriano Solfiti, Giancarlo Fares

con F. V. Solfiti

musiche di Pietro Petrosini

regia di G. Fares

Teatro di narrazione, uno spettacolo di grande semplicità scenica, ma di forte impatto emotivo: soltanto un tappeto, come luogo in cui viene raccontata ed agita la storia di personaggi, luoghi, situazioni, epoche ed atmosfere, per voce di un attore, suoni e ritmi musicali, che interagiscono e coinvolgono lo spettatore.

Lo spettacolo racconta la vita di Manoel Francisco dos Santos – Manè, detto Garrincha, l’ala destra brasiliana degli anni 50 e 60. Un calciatore che ha avuto una storia bellissima e tragica. Nato poliomelitico, con una gamba più corta dell’altra, Garrincha è stato definito “La Gioia del Popolo”.  Calciatore immenso, unico, ha regalato al Brasile momenti di felicità vera. Ha vinto due campionati del mondo e diversi trofei con il suo club. Garrincha faceva parte di un’altra età, un periodo in cui il calcio ancora non aveva raggiunto i livelli di professionismo che avrebbe poi raggiunto in seguito. Era un uomo che amava divertirsi, amava le donne, e di una ingenuità incredibile. Garrincha è stato sfruttato, abbandonato, dopo essere stato precedentemente innalzato a mito. Professionista quasi per caso, Manè, ha dilapidato tutti i suoi guadagni, fino a morire da solo per le strade di Rio una notte maledetta del 1983. Provarono a salvarlo, ma quella volta non ci fu niente da fare.

La Storia parte dai mondiali del Brasile del 1950, e dalla cosidetta “Finale Fatidica”, finale in cui il Brasile perse con l’Uruguay. Quel giorno molte persone morirono, alcune si suicidarono addirittura. Tutti i brasiliani si ricordano di quel 16 luglio. Garrincha non era in campo. Ci fu invece in Svezia, nel 1958, dove insieme a Pelè vinsero la loro prima Coppa del mondo. Lo spettacolo racconta in maniera divertita e ironica le gesta di quest’uomo che tanta felicità ha regalato alla gente, di quest’uomo di cui molti cantanti e scrittori ne hanno raccontato le gesta. Un uomo che ha vissuto una vita ai margini, come nel campo. All’interno dello spettacolo si rincorrono figure che nel mondo del calcio sono diventate mito, come Pelè, come Nilton Santos, come Ghiggia, come Obdulio Varela, come Yashin; si racconta della sua storia d’amore con Elza Soares, la più grande cantante di Samba di quell’epoca; si racconta del declino di Manè, del suo periodo a Roma, e del suo ritorno in Brasile dove ormai era diventato solo un ricordo di se stesso, si racconta della sua Gioia e del suo dolore, e del dolore che i brasiliani hanno provato una volta che Garrincha non c’era più.

Una dichiarazione d’amore per il Gioco del calcio nella sua essenza, per il suo livello zero. Per la capacità di un singolo uomo di regalare gioia e felicità alla gente soltanto giocando. Garrincha è stato il miglior interprete di questo Gioco, suo malgrado.

L’idea

“…la rivoluzione sociale si ferma estasiata a guardare il signor Manè palleggiare, e poi riprende la marcia…” (Vinicius Moraes)

La favola di Manoel Francisco dos Santos, l’ala destra che sussurrava ai passeri. Il grande Garrincha, il bambino che anche nella vita si è trovato di fronte alla necessità di continuare a dribblare, superare persone, cose e fatti di fronte a lui per non cadere. Una vita intera passata in quella zona del campo dove non esistono regole, dove l’unica regola devi essere tu, ai margini di quella linea bianca che separa il mondo da te: la folla dal singolo, il razionale dalla follia, la morale dal cuore, la prosa dalla poesia. La gioia del popolo, così era stato soprannominato il grande Garrincha, l’uomo che ha insegnato alla gente a ridere. E quanto a riso la gente, prima con lui, poi, una volta oltrepassata quella linea, di lui. Prima osannato, innalzato a mito, poi umiliato e abbandonato, degradato a ubriacone, a poveraccio, mai abbastanza ringraziato e troppo tardi pianto. Il grande Garrincha, poeta della finta impossibile, ha insegnato al mondo tutto che il calcio è gioia, una festa, divertimento, ma soprattutto poesia, e di questa poesia è stato il miglior autore. Un uomo, un bambino che ha deciso per tutta la vita di giocare, giocare al calcio, con le donne, con gli amici, con la vita: senza mai smettere.  La storia di un angelo, di un “diverso”, puro, una leggenda, quasi non fosse mai esistito, un tramite tra il popolo e la gioia, una storia che i nonni raccontano ai nipoti. Una storia vera, vissuta e pianta, perché ci piacerebbe tanto, oggi, un altro Garrincha.

20 e 21 luglio ore 18.30- ingresso 5 euro

55 MINUTI E 20 SECONDI

Di e con Valeriano Solfiti ed Emiliano Valente.

Un timer scandisce lo scorrere del tempo, una convenzione che attori e pubblico accettano sin dall’inizio. Due storie si intrecciano, non seguendo una linearità temporale. Un padre si accorge di come sia sua figlia a scandire i ritmi e i tempi del suo incedere. Un figlio davanti al padre morente si accorge di come il tempo finisca. Due attori quarantenni si trovano esattamente al centro, spinti da due poli, bambini da una parte che chiedono di poter vivere un’esistenza migliore, e sono fiduciosi perché davanti hanno tutto il tempo del mondo, chi invecchia e sta per spegnersi dall’altro che ti ricorda che non hai altro tempo, che l’attesa è terminata. Si è padri e si è figli, si è la sintesi del ciclo. Si avvertono le responsabilità ma non si riesce a reagire, ci si paralizza. Cosa c’entra il tempo con le nostre vite? Perché quella che riconosciamo come una convenzione condiziona così categoricamente il nostro incedere? Siamo davvero padroni del nostro tempo? Nello scorrere del timer i due attori si domandano cosa sia il finito e cosa non lo sia, cosa appartenga al presente e cosa no.

Teatro Villa Pamphilj

Villa Doria Pamphilj Via di San Pancrazio 10 – P.zza S. Pancrazio 9/a,  00152 ROMA 

Orario segreteria: dal martedì alla domenica  dalle 10,00 alle 18,00

Info e prenotazioni: tel. 06 5814176  dal martedì alla domenica – promozione@teatrovillapamphilj.it

Arrivare a teatro: BUS 870 – 982 – 44 – 44F – (e nelle vicinanze 710 e 871) FM 3 (Roma/Viterbo) fermata Quattro Venti

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