Ferentivm rivive gli antichi splendori

NewTuscia – VITERBO – Il Gruppo Storico Romano sarà protagonista con l’Archeo Tuscia di visite guidate con ricostruzione di eventi e fatti dell’antica Ferentivm. I protagonisti saranno: Flavia Domitilla Maggiore nelle Terme, Tito Flavio Vespasiano con la Legione, Marco Salvio Otone vaga nella città prima di suicidarsi, e Calpurnio Pisone consolida la sua Congiura contro Nerone. Nel teatro si replicheranno le vendite degli schiavi che qui passavano per andare a Roma. I bambini potranno divertirsi con i giochi romani . Per gli appassionati di storia saranno disponibili fomat didattici in vari angoli dell’antica Città. L’evento si concluderà conferentium la messa in scena dei Rievocattori del GRS “La congiura di Catilina”.

 

Flavia Domitilla Maggiore nelle Terme (Scene di vita nelle terme)

Flavia usa andare spesso nelle Terme per farsi bella quando arrivava il suo Amato Vespasiano. Qui in queste scene vediamo raccontare e descrivere tutti gli accessori femminili forse i più sensuali. Le donne praticavano anche dello sport : giocano a palla, una coppia si rincorre, una fanciulla s’incorona e una coppia si riscalda i muscoli a tempo di musica. Così alle donne era permesso di stare alle terme: con un reggiseno, detto “fascia pectoralis”, e il “subligar”, un paio di mutandine che consentivano di muoversi facilmente durante gli esercizi ginnici che precedevano le varie fasi del bagno. Lo sport non era molto praticato dalle donne comuni, tanto che le atlete non godevano di buona fama. Era opinione diffusa che un eccessivo sforzo fisico potesse dare problemi procreativi e alle donne incinte i medici vietavano inutili movimenti. La ginnastica delle donne era dunque piuttosto dolce e, spesso, consisteva in una serie di esercizi passivi, come i massaggi. Ma il due pezzi, nelle terme, era di certo considerato un ottimo antidoto per le “inevitabili” conseguenze della promiscuità tra uomini e donne, su cui tante volte si espressero i moralisti dell’epoca.

Tito Flavio Vespasiano con la Legione. (scena dell’arrivo e dell’incontro nelle Terme)

Tito Flavio Sabino Vespasiano Cesare Augusto, meglio conosciuto come Vespasiano, nasce in Sabina presso l’antico Vicus Phalacrinae (l’odierna cittadina di Cittareale), figlio di Flavio Sabino, esattore di imposte e piccolo operatore finanziario; la madre Vespasia Polla era sorella di un senatore di Roma.

Dopo aver servito nell’esercito in Tracia ed essere stato questore nella provincia di Creta e Cirene, Vespasiano diviene edile e pretore, avendo nel frattempo sposato Flavia Domitilla, figlia di un cavaliere, da cui avrà due figli: Tito e Domiziano – che diverranno in seguito imperatori – ed una figlia, Domitilla. La moglie e la figlia moriranno entrambe prima che Vespasiano lasci la magistratura.

Viene a Ferentivm con la sua Legione a trovare la moglie Flavia Domitilla Maggiore.

 

 

 

Marco Salvio Otone

Marco Salvio Otone Cesare Augusto (32 – 69).
Otone apparteneva a una antica e nobile famiglia etrusca residente a Ferentium.
Uomo brillante e volitivo, il popolo iniziò a chiamarlo con il soprannome “Nerone”, in virtù dell’antica amicizia con il vecchio imperatore, e Otone cercò di risollevare l’immagine dell’ultimo giulio-claudio: fece nuovamente installare statue di Nerone e di sua moglie Poppea.
Nei giorni che seguirono il bagno di sangue avvenuto nel Foro, apparve sconvolto dall’accaduto, riusciva a malapena a dormire e si pentiva di aver ucciso Galba, rincuorandosi però ricordando che così aveva posto fine a una guerra civile.
Nei suoi primi atti non diede cattiva prova delle proprie capacità di governare, ma si trovò subito in una situazione critica per il pronunciamento che l’esercito del Reno aveva fatto a favore del loro comandante Aulo Vitellio, le cui forze stavano già marciando sull’Italia.

Le legioni renane, infischiandosene ampiamente dell’avvento otoniano, inneggiavano a Vitellio quale loro nuovo imperatore.

Perciò, da Roma, Otone ritenne prudente sia inviare emissari in Germania per calmare le truppe in fermento e ridurle a più miti consigli, sia far giungere allo stesso Vitellio una missiva con la quale invitarlo ad associarsi al trono, unendosi alla famiglia imperiale in qualità di genero.

Tutto inutile, ad ogni buon conto: le legioni ribelli si volsero in marcia verso la penisola.

Ad esse venne incontro l’esercito di Otone, il quale non cercò, dunque, di evitare pavidamente lo scontro: punto fisiologico di contatto fu, a mezza strada, il confine padano tra le odierne regioni di Lombardia, Emilia e Veneto.

Qui, tre scaramucce, più che vere e proprie battaglie, videro prevalere le forze lealiste: dapprima presso una località ai piedi delle prealpi, quindi nei paraggi di Piacenza, infine vicino a un non meglio identificato tempio dedicato a Castore e Polluce.

Ma fu a Bedriaco, lungo il cammino tra Verona e Mantua, antichi e prestigiosi municipi latini, che si svolse lo scontro decisivo.

In questa località, il 14 Aprile del 69, cozzarono furiosamente tra loro le armate otoniane e quelle di Vitellio: nella prima svettavano la Legio I Audiutrix e la XIII Gemina, nella seconda la XXI Rapax e la V Alaudae.

Le legioni germaniche ebbero la meglio, pare grazie anche a una subdola tregua che allentò la tensione e la vigilanza presso l’esercito nemico: di questo seppero profittare i vitelliani, che mandarono in rotta le truppe di Otone, e con gravi perdite.

Ciò nonostante, la sconfitta patita pareva non inficiare in modo assoluto la possibilità di rivalsa delle legioni sconfitte: Svetonio scrive che “subito Otone cercò la morte, più perché si faceva scrupolo ad ostinarsi nel conservare il potere con grande pericolo dell’Impero e dei soldati, che per disperazione o mancanza di fiducia verso le truppe; infatti gli restavano ancora intatte quelle che aveva trattenuto presso di sé nella speranza di una vittoria, e gliene stavano arrivando altre dalla Pannonia, dalla Dalmazia e dalla Mesia. Per di più -si conclude- gli stessi soldati sconfitti erano così poco scoraggiati che anche da soli avrebbero affrontato qualsiasi pericolo per lavare l’onta subita”.

Ma ormai nella mente confusa di Otone, soverchiato dalla celerità degli eventi e per niente fiducioso in una risoluzione pacifica della guerra intestina, si insidiava profondo il pensiero della morte ineluttabile.

“Otone gridò di non avere più intenzione di esporre al pericolo soldati così coraggiosi, ai quali doveva tanto

Congedò i parenti stretti (il fratello, il nipote) e gli amici più cari, quindi invitò anche le sue truppe a lasciare i castra: lo avrebbero assistito solo pochi servi.

Vergate due lettere, una alla sorella, l’altra alla vedova di Nerone, Messalina, che bramava di sposare, divise le sue sostanze tra i membri più intimi della sua familia, e si ritirò nella propria tenda, al centro del campo quasi del tutto abbandonato.

Esporre più a lungo ai pericoli questa vostra devozione, questo vostro valore, è, ritengo, un prezzo troppo alto per la mia vita……………

Morì a trentasette anni, Marco Salvio Otone, poche ore dopo aver pronunciato queste nobili parole, a tangibile dimostrazione di come uno spirito amorale e depravato, privo di scrupoli tanto da tradire la fiducia in lui riposta, ambizioso al punto da deporre ogni remora di natura etica, può sul finire della propria esistenza attingere a risorse inaspettate di dignitoso coraggio.

Senza una morte tanto ammirevole, la vita di questo effimero imperatore, rimasto in carica per poco più di tre mesi, non avrebbe di sicuro potuto rifulgere e lacerare, così, il velo fatto calare dalla memoria collettiva su un anno, il 69 dopo Cristo, tanto funesto per la storia di Roma.

Congiura di Calpurnio Pisone

A Ferentivm viene svolto un rito magico propiziatorio sul pugnale che avrebbe dovuto uccidere Nerone

Con l’ascesa al trono imperiale di Nerone l’aristocrazia romana si era illusa di poter riacquistare le antiche prerogative, ma ben presto tale illusione svanì e le promesse programmatiche di Nerone, che l’avevano creata, si rivelarono vane parole.

Tale malcontento si aggravò quando scomparvero dalla scena politica il prefetto del pretorio Afranio Burro e il filosofo Seneca e terminò quindi la loro azione moderatrice sul principe. Questi si circondò allora di gente di basso rango, prese a perseguitare come sospetti i principali esponenti delle classi più elevate e privò il senato di ogni importanza politica.

L’odiosità che circondava Nerone era accresciuta dalla sua condotta immorale e cinica: commetteva delitti familiari e politici, abbassava la sua dignità di imperatore fino a scendere a fare l’istrione nella sua maniacale passione per l’arte, aveva persino (così dicevano molti) dato Roma alle fiamme per un suo abominevole capriccio (per un approfondimento leggi 18 luglio del 64 d.C – Incendio di Roma) .

È così che prese corpo contro Nerone una vasta congiura, la quale accolse nelle sue file aristocratici appartenenti all’ordine senatorio (tra questi Gaio Calpurnio Pisone e Flavio Scevino), alte personalità dell’ordine equestre, intellettuali di circoli stoici, alti ufficiali delle forze armate, fra cui Fenio Rufo, prefetto del pretorio, e la liberta Epicari.

Mancavano però ai congiurati obiettivi comuni e unità d’intenti: ciò che li univa non era l’adesione ad un preciso programma, ma il comune odio contro Nerone. Il gruppo principale dei congiurati mirava infatti a portare al trono Pisone, per avere un imperatore che avrebbe favorito la classe degli aristocratici; altri invece preferivano Seneca; altri ancora volevano restaurare l’antica repubblica.

Il grande numero dei congiurati e la lentezza di questi nel preparare il loro piano d’azione permisero a Nerone di scoprire la vasta cospirazione.

Un pensiero riguardo “Ferentivm rivive gli antichi splendori

  • 13 Giugno 2019 in 7:59
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