“Il ritorno del Gatto nero”. Giallo Cassola

il_ritorno_del_gn_2015_con_foto_1_201503241110711_vobttotxuimpp2kg8m00uchgbFederica Marchetti

NewTuscia – Romanziere, autore di numerosi racconti, poeta, saggista, Carlo Cassola (1917-1987) che per quasi 70 anni si è dedicato alla letteratura (dal 1942 al 1984) vincendo premi prestigiosi (tra cui lo Strega nel 1960 con La ragazza di Buba e il Bancarella nel 1976 con L’antagonista), laureato in Giurisprudenza, partigiano, insegnante di Storia, Filosofia e Pedagogia, alla fine degli anni ’70 ha scritto anche un romanzo giallo.

L’amore tanto per fare sarebbe dovuto uscire a puntate su la rivista “l’Asino” fondata da Cassola e Francesco Rutelli nel 1979 che però chiuse solo dopo sette numeri. Così il romanzo uscì nel 1981 per Rizzoli ed è l’unico esperimento nell’ambito del poliziesco dell’autore celebrato quest’anno per i 100 anni dalla sua nascita. Giallo sui generis, cerebrale, a tratti spassoso, infarcito di teorie politiche, con qualche accenno al terrorismo degli anni ‘70, il romanzo in realtà racconta un’indagine strampalata su un duplice omicidio che fin dall’inizio si vuol vedere scollegato e che procede in maniera quasi surreale.

È il seguito di Monte Mario, romanzo del 1973 che ha per protagonisti il tenente dei Carabinieri Mario Varallo e Elena Raicevic. Qui tutta la forza della narrazione è affidata GialloCassola PICTURE ai brillanti dialoghi, fondamentali per la struttura della storia e per l’evolversi della relazione tra i due personaggi. Varallo è fortemente attratto dalla Raicevic che lo ama ma di un amore quasi fraterno (a suo dire): tutto il libro mette in scena il continuo tira e molla della coppia che nell’arco di quattro settimane risolve una relazione che si trascina da anni e che resta incompiuta. Elena se ne è andata dalla casa del padre e si rifugia a casa di Varallo che la ospita per un mese tentando, inutilmente, in tutti i modi di sedurla. L’uomo, affascinante e navigato dongiovanni, è fermamente convinto che la ragazza prima o poi capitolerà. Tra i due è lei che conduce il gioco: nevrotica, provocatoria e colta, lo tiene in sospeso per tutta la durata della vicenda, talvolta anche inconsapevolmente e sarà lei ad andarsene lasciandolo solo.

Passano degli anni. Nell’Amore tanto per fare (da una frase usata da Elena per ritrarre i sentimenti del Varallo) accade di tutto. L’uomo ha una relazione fissa con Gabriella Turri, sposata con un uomo che a sua CASSOLA Tarquiniavolta la tradisce e dal quale vorrebbe separarsi per sposare l’ormai colonnello Varallo. Teatro delle vicende è sempre l’appartamento dell’uomo situato nel quartiere di Monte Mario (che in entrambi i romanzi appare solo di sfuggita così come tutto lo sfondo capitolino). Il colonnello ha collezionato decine di amanti ma è incapace di amare e di provare qualsiasi interesse per le donne oltre quello fisico che consuma rapidamente. Nonostante le apparenze, l’uomo è cambiato: l’amore rifiutatogli da Elena lo ha fatto recedere da molte sue convinzioni: non crede più alla sua vecchia fede fascista né al suo lavoro (appena promosso colonnello se ne è andato in pensione) e nemmeno alla gerarchia, ha cominciato a leggere forsennatamente per recuperare il tempo perduto. La Turri è la più stoica delle sue donne, si è innamorata e ha investito in una relazione che vuole portare a compimento con successo. Ad un certo punto Elena ritorna, di sbieco nella vita di Varallo che però ha rimosso ogni interesse per la ragazza considerata fin dalla prima pagina del romanzo come una “mentecatta”. Quasi subito (nel II capitolo) Gabriella viene uccisa nell’appartamento di Varallo. L’uomo non ha un alibi e il commissario Mario Vesce è sempre più convinto che sia lui il colpevole. Lo interroga, lo mette in difficoltà, lo contraddice, lo controlla ma Varallo, che è innocente, ne esce illeso e a testa alta. In più nel frattempo è diventato amante di Carolina, la giovane e procace figlia del portiere.

Passano tre mesi ed Elena, che vive con un giornalista, rientra nella vita del colonnello: lo ama e lo rivuole ma Varallo è sempre più sconcertato dalla morte di Gabriella. È lei l’unica donna ad avergli fatto pensare all’idea del matrimonio e il dramma dell’occasione perduta lo fa scivolare in un limbo di insofferenza e malinconia, anche alla luce della sua relazione con Carolina che appare un po’ squallida (Cassola prova ad affondare la penna in quella sua capacità voluttuosa di descrivere l’attrazione tra i due sessi ma qui appare frettoloso e poco efficace). Varallo si è comprato un cane e inizia ad andare a trovare Elena nell’appartamento in cui vive con il giornalista, non distante da casa sua. I due sembrano ricominciare quel tira e molla (ma qui un po’ sbiadito) della loro relazione, capovolta (lei lo vuole, lui non la desidera più) e sempre più improbabile. All’improvviso (nell’VIII capitolo) Elena viene trovata uccisa e qui il giallo diventa un po’ forzato. Il commissario Vesce, che ormai si è convinto dell’innocenza di Varallo ed ha piano piano sviluppato ammirazione e fiducia nell’uomo (addirittura lo vede come un dio), crede che i due delitti siano scollegati tra loro. Addirittura Varallo e Vesce, che discutono degli omicidi cercando insieme piste e moventi, sospettano del tanto famigerato terrorismo (che negli anni’70 era il tormentone per ogni accadimento criminoso). Da un lampo di genio Varallo punta tutto sull’arma del delitto, una Beretta calibro 7,65 che si scopre essere di proprietà del compagno di Elena. Varallo ha sempre pensato che l’assassina di Gabriella fosse la Raicevic e, anche di fronte alla negazione della donna, l’uomo aveva ipotizzato l’eventualità della rimozione. Ma chi, però, ha assassinato la stessa Elena Raicevic? Intanto con l’avanzare dei capitoli, un desiderio, pressante e terribile, si è insinuato della mente del colonnello che solo, incapace di amare e di fronte all’unica possibilità di futuro con Gabriella, medita il suicidio. La confessione dell’omicida arriverà come in un sogno proprio dalla voce di chi ha premuto la prima volta il grilletto. Ma il giallo resta incompiuto a metà: la soluzione del delitto Raicevic, affidato all’antiterrorismo, non ci viene svelato e il romanzo scivola via, in silenzio, verso la fine che lascia il lettore perplesso e anche un po’ insoddisfatto. Nell’ultima pagina Varallo risolve il suo dilemma personale ma l’omicida di Elena non ci è dato da sapere.

Il romanzo è scritto in puro “stile Cassola”, con un linguaggio semplice, diretto e schietto. Roma appare sbiadita, inesistente, urbana: Cassola non è mai andato via dalla sua amata provincia toscana e qui prova a spostarsi almeno con l’idea che però si struttura maggiormente sui personaggi e sulle loro motivazioni che in un giallo diventano moventi. Il doppio omicidio e l’indagine sono una scusa per scavare nell’animo umano da una prospettiva nuova (almeno per Cassola) e dipingere le peggiori intenzioni che sfociano nell’atto criminale. È la totale disfatta dei sentimenti, della società, delle buone intenzioni, delle illusioni: è l’ultimo Cassola (il suo ultimo scritto narrativo sarà del 1985) quello disilluso, antimilitarista, animalista, pacifista, che teme il disastro nucleare. Alla fine l’intreccio poliziesco viene svelato solo a metà e ciò che è risolto arriva frettolosamente e con un evidente forzatura.

Venerdì 19 maggio alle ore 18,00 si parlerà di Carlo Cassola alla Libreria La Vita Nova di Tarquinia insieme alle letture di Francesca Ventura tratte da Un cuore arido romanzo del 1961.

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