Speciale “Fatti e Commenti”: i Valori dell’Europa Unita a sessant’anni dai Trattati di Roma. Europa e politiche regionali”. Ne parleremo con il prof. Cruciani di Unitus e l’on. Panunzi della regione Lazio. Un Convegno all’UNITUS il 28 marzo

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Stefano Stefanini

Trattati_di_Roma_ LowRes. DefinitivoNewTuscia – VITERBO – Domani 25 marzo i Capi di Stato e di Governo dei Paesi dell’Unione Europea si riuniranno a Roma  in Campidoglio, nella Sala degli Orazi e Curiazi che ne ha visto l’atto di nascita. La celebrazione di questo anniversario richiede oggi, dopo 60 anni, sul percorso di integrazione europea si svolga una riflessione, che nella trasmissioni Fatti e commenti di questa settimana  in onda su Teleorte e Web Tv e NewTuscia Tv cercheremo di approfondire, con il Collega Gaetano Alaimo e gli ospiti prof. Sante Cruciani, docente di Storia delle relazioni internazionali presso l’Università della Tuscia, illustrando i contenuti del Convegno  La crisi ed il futuro dellEuropa nel mondo globale: politica, economia, ambiente e scurezza”, seminario interdisciplinare in occasione del 60° anniversario dei trattati di Roma che si terrà  nellAula Magna dellUniversità degli Studi della Tuscia. 

Nel corso della trasmissione parleremo di Europa e politiche regionali con il presidente della Commissione Lavori Pubblici e Ambiente del Consiglio Regionale del Lazio, on. Enrico Panunzi .

Nel corso della trasmissione abbiamo più volte richiamato il discorso rivolto dal capo dello Stato Sergio Mattarella  alle Camere riunite per il 60° dei Trattati di Roma.

Un primo interrogativo riguarda quali fossero la situazione dell’Europa e le condizioni del mondo prima dei Trattati, se più semplici o più difficili di quelle di oggi.  A spingere i fondatori, all’inizio, fu una condizione internazionale di forte instabilità, caratterizzata da una competizione bipolare a tutto campo.  L’Europa, Unione Sovietica a parte, dopo il conflitto mondiale, si scopriva divisa e più debole.

Il confine tra le due superpotenze passava nel cuore del continente e l’avrebbe tenuto separato, a lungo, in due tronconi.

Quella situazione di fragilità poneva l’esigenza di ridare una prospettiva all’Europa. Nel 1951 nasceva la Comunità del carbone e dell’acciaio, l’anno dopo il Trattato, arenatosi poi in Francia, del progetto di Comunità europea di difesa.

Sarebbe stata l’Italia, prima con la Conferenza di Messina, nel 1955, poi con quella di Venezia del 1956, ad esserne motore traente, con Gaetano Martino, Ministro degli Esteri nel governo Segni, fra i protagonisti.

La situazione socio-economica dellItalia nel contesto Europeo di oggi.

Malgrado gli indicatori positivi sul numero degli occupati, che non vanno sottovalutati, di fronte alle difficoltà di tante famiglie, di fronte a giovani che non hanno la possibilità di programmare la propria vita perché non trovano lavoro, di fronte a chi lo ha perduto o a chi lo ha ma è sottoretribuito, di fronte a un’ampia area di povertà, che non è costituita da un dato statistico ma da numerosi nostri concittadini, occorre rispetto e, quindi, un confronto di proposte con contenuti ed elaborazioni adeguate.

L’ insicurezza, il disagio tra i nostri concittadini, l’accresciuto divario sociale, richiamano i doveri che derivano dal valore dell’unità nazionale

L’Unione Europea attraversa una crisi nell’attuazione del suo progetto. Lo vediamo nel risorgere di tentazioni nazionaliste, nei piccoli e grandi egoismi che impediscono scelte comuni su questioni fondamentali. Lo vediamo nell’insufficiente governo del fenomeno migratorio, nei passi indietro rispetto al processo di integrazione politica, economica, fiscale.

Dobbiamo adoperarci perché l’occasione della ricorrenza a Roma di sessant’anni dall’inizio del suo percorso divenga il momento di rilancio della consapevolezza del valore storico di quella scelta e del dovere – e della comune convenienza – di svilupparla sempre di più.

I padri dell’Europa, che dettero vita ai Trattati, con il consenso democratico dei loro Paesi, non erano dei visionari, bensì degli uomini politici consapevoli delle sfide e dei rischi, capaci di affrontarli.  Uomini che hanno avuto il coraggio di trasformare le debolezze, le vulnerabilità, le ansie dei rispettivi popoli in punti di forza, mettendo a fattor comune le capacità di ciascun paese e puntando a realizzare una grande società aperta, nella quale libertà, democrazia e coesione fossero reciprocamente garantite.

Non impossibili ritorni a un passato che non c’è più, non muri che scarichino i problemi sugli altri senza risolverli, bensì solidarietà fra Paesi, fra generazioni, fra cittadini che condividono una stessa civiltà.

Il presidente Mattarella ha infine richiamato: “Quando l’Italia, di nuovo libera e democratica, muoveva i suoi primi passi nella Repubblica, Alcide De Gasperi: “Per resistere è necessario ricorrere alle energie ricostruttive ed unitarie di tutta l’Europa. Contro la marcia delle forze istintive e irrazionali non c’è che l’appello alla nostra civiltà comune: alla solidarietà della ragione e del sentimento della libertà e della giustizia”. Facciamo più che mai nostre queste parole.

Il Capo dello Stato ha ribadito: L’Europa che abbiamo conosciuto in questi anni è stata uno strumento essenziale di stabilità e di salvaguardia della pace, di crescita economica e di progresso, di affermazione di un modello sociale sin qui ancora ineguagliato, fatto di diritti e civiltà.

Alla sua progressiva costruzione hanno preso parte ex nemici della seconda guerra mondiale; poi gli ex avversari della “guerra fredda”, fino a pochi anni prima appartenenti ad alleanze, per quaranta anni pronte a combattersi.

Del resto erano state pressanti le esigenze condivise alla base della comune aspirazione a rendere stabili, con l’integrazione, la libertà e l’indipendenza per i Paesi europei, a partire dai sei fondatori: Francia, Belgio, Germania, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi.

Oggi l’Europa appare quasi ripiegata su se stessa. Spesso consapevole, nei suoi vertici, dei passi da compiere, eppure incerta nell’intraprendere la rotta.

Come ieri, c’è bisogno di visioni lungimiranti, con la capacità di sperimentare percorsi ulteriori e coraggiosi. A questo riguardo è opportuno tener conto di alcuni dati.

L’Unione e i suoi Stati membri nell’anno 2000 hanno prodotto il 26,5% del Prodotto Interno Lordo mondiale. Questa percentuale è scesa, nel 2015, di ben quattro punti.

La popolazione dell’intero continente europeo – quindi anche al di fuori dei confini dell’Unione – è rimasta sostanzialmente stabile negli ultimi venti anni, intorno ai 750-800 milioni di persone. Al contempo la popolazione africana, che oggi si aggira intorno al miliardo, potrebbe raddoppiare in appena venticinque anni.

Già questi due soli elementi rendono evidente che l’Europa nel suo complesso rischia di diventare più piccola sullo scacchiere internazionale, mentre, nel mondo, gli stati “giganti” continuano a crescere.

Nessun Paese europeo può garantire, da solo, l’effettiva indipendenza delle proprie scelte. Nessun ritorno alle antiche sovranità nazionali potrà garantire ai cittadini europei pace, sicurezza, benessere e prosperità, perché nessun Paese europeo, da solo, potrà mai affacciarsi sulla scena internazionale con la pretesa di influire sugli eventi, considerate le proprie dimensioni e la scala dei problemi.

Il presidente Mattarella ha precisato: “Oggi, come sessanta anni fa, abbiamo bisogno dell’Europa unita, perché le esigenze di sviluppo, di prosperità del nostro Continente sono, in maniera indissolubile, legate alla capacità collettiva di poter avere voce in capitolo sulla scena internazionale, affermando i valori, le identità, gli interessi dei nostri popoli.

Nel 1957, e ancor prima, quando i Padri fondatori, Adenauer, De Gasperi, Monnet, Schuman, Spaak, concepirono il primo disegno di integrazione, l’identità europea non era oggetto di dubbi o di discussione.   I lutti, la fame, le macerie, le malattie, l’angoscia esistenziale provocate dalle due guerre mondiali – da est a ovest, da nord a sud – accomunavano milioni di europei che, con sempre maggiore insistenza, si chiedevano “perché?” rivolgendosi alle rispettive classi dirigenti con un categorico “mai più!”.

Era del tutto evidente, e comprensibile a tutti, quali erano state le conseguenze dell’aver tradito – per ben due volte nel breve volgere di pochi anni – i valori della civiltà europea.

La chiamata a raccolta dei Padri fondatori stava appunto nell’aver ricordato che l’Europa dell’apertura e della solidarietà, dell’arte e delle scienze, l’Europa del libero pensiero, della tolleranza e dell’integrazione, l’Europa dei commerci, doveva ritrovare il proprio percorso e poteva farlo soltanto insieme, riunendo le capacità e il futuro dei Paesi e dei popoli del Continente.

Il capo dello Stato Sergio Mattarella  ha sottolineato  nel suo discorso alle Camere riunite per il 60 dei Trattati di Roma come il 29 luglio 1947, in Parlamento, Luigi Einaudi, a pochi mesi dalla sua elezione a presidente della Repubblica, preannunciando il suo voto favorevole al Trattato di pace, aveva pronunciato queste parole:

Invano gli Stati sovrani elevavano intorno a sé alte barriere doganali per mantenere la propria autosufficienza economica. Le barriere giovavano soltanto ad impoverire i popoli, a inferocirli gli uni contro gli altri, a far parlare a ognuno di essi uno strano incomprensibile linguaggio di spazio vitale, di necessità geopolitiche, e a far a ognuno di essi pronunciare esclusive scomuniche contro gli immigrati stranieri, quasi il restringersi feroce di un popolo in se stesso potesse, invece di miseria e malcontento, creare ricchezza e potenza”.

Soggiungeva, auspicando gli Stati Uniti d’Europa, come nellidea di Altiero Spinelli : “non basta predicarli. Quel che importa è che i Parlamenti di questi minuscoli Stati i quali compongono la divisa Europa, rinuncino a una parte della loro sovranità a favore di un Parlamento nel quale siano rappresentati, in una Camera elettiva, direttamente i popoli europei nella loro unità, senza distinzione tra Stato e Stato e in proporzione al numero degli abitanti e nella camera degli Stati siano rappresentati, a parità di numero, i singoli Stati”.

L’alternativa reale, in altre parole, ci dice Einaudi, da settanta anni, è – ancor oggi, tra la frantumazione e l’irrilevanza di ciascuno e, invece, un processo di unificazione basato non sull’egemonia del più potente ma su uno sviluppo pacifico per mezzo di istituzioni federali e democratiche (è, questa, la lezione di Altiero Spinelli), con eguaglianza di diritti e doveri per tutti gli Stati, grandi e piccoli, che liberamente decidano di aderirvi.  Del resto, anche Winston Churchill, l’anno precedente, aveva auspicato una struttura che ricostruisse la famiglia dei popoli europei e le permettesse di vivere in pace, in sicurezza e in libertà: “una sorta – disse – di Stati Uniti d’Europa”.

In questi sessant’anni di storia l’Europa è riuscita a mantenere la promessa centrale e fondante della propria identità:  La guerra è stata tenuta lontana e, per la prima volta da tempo immemorabile, tre successive generazioni non ne hanno conosciuto la barbarie.

Non impossibili ritorni a un passato che non c’è più, non muri che scarichino i problemi sugli altri senza risolverli, bensì solidarietà fra Paesi, fra generazioni, fra cittadini che condividono una stessa civiltà.

Il presidente Mattarella ha infine richiamato: “Quando l’Italia, di nuovo libera e democratica, muoveva i suoi primi passi nella Repubblica, Alcide De Gasperi: “Per resistere è necessario ricorrere alle energie ricostruttive ed unitarie di tutta l’Europa. Contro la marcia delle forze istintive e irrazionali non c’è che l’appello alla nostra civiltà comune: alla solidarietà della ragione e del sentimento della libertà e della giustizia”. Facciamo più che mai nostre queste parole.