Natale d’altri tempi nel racconto dei nonni una strenna natalizia nei ricordi di Vladimiro Marcoccio

di Stefano Stefanini

Nel racconti dei nostri nonni è racchiuso il significato essenziale delle feste,

Una strenna dei Natali descritti negli appunti di Wladimiro Marcoccio.

(NewTuscia) – A sentire i nostri “vecchi” rievocare la festa di natale, e il fervore e le tradizioni che l’accompagnavano, c’è da struggersi di tenerezza, con queste parole l’amico Vladimiro Marcoccio, cultore di tradizioni locali, ci ha trasmesso questo testo di …ricordi vissuti.
In tempi così disincantati o in qualche caso insensibili al messaggio natalizio come i nostri, è opportuno fermarsi un momento e riconsiderare quei Natali…..non per nostalgia del passato o critica del presente ma in quanto il Natale di tanti decenni addietro era bello e si aspettava non certo per le luci e per i doni.
In tantissima parte della popolazione e delle famiglie non c’era il nostro benessere, c’era invece povertà e molto spesso, la fame. Per le strade, i lampioni si spegnevano presto e, quanto ai regali, i bambini potevano aspettarsi tutto al più, qualche palla di fichi secchi o una manciata di mosciarelle.
“Ma in compenso non c’era casa, per povera che fosse, in cui non bruciasse il ciocco, per riscaldare il bambinello” si diceva. Il ciocco era simbolo del Natale dei poveri. In quelle giornate si avevano delicatezze impensate. I contadini, e allora la società era prevalentemente contadina, strappavano la vita con molti stenti e tanta fatica. Tiravano avanti a forza di polenta e di granturco. “
Ma a Natale il poco grano non venduto serviva a fare una bella infornata di pane, e la sera della vigilia la tavola apparecchiata con i ceci.
Poi si mangiava e si giocava a tombola, in attesa della Messa di mezzanotte. Nell’uscir di casa per andare in Chiesa era d’obbligo lasciar la tavola apparecchiata, perché doveva passare Gesù Bambino !
Intanto il capo famiglia si recava alla stalla per un altro gesto rituale, cui non avrebbe mai rinunciato: l’offerta all’asinello di un tozzo di pane fresco. Voleva essere, anche questo, un modo di dire grazie, un invito a partecipare alla festa comune……
Natale, nel quadro delle feste, era un punto di arrivo, una giornata attesa da tanto tempo. Si direbbe che una volta entrati nel mese di dicembre, i giorni si contassero come tanti pioli di una scala che finalmente arrivava al punto giusto. Sulla bocca dei nostri vecchi abbiamo colto una filastrocca.
È un misto di devozione e di umorismo che cantava, con innocente impazienza, le giornate e i santi che precedevano, nel lento svolgersi del mese, verso il gran giorno:

Il primo di dicembre è Sant’Anzana
A lì due è Santa Bibiana.
A lì quattro è Santa Barbara beata.
A lì sei è San Nicola è per la via
A l’ otto è la Concezione di Maria
A lì dodici ci convien di digiunare
Perché alle tredici è Santa Lucia.
A lì ventuno San Tommaso canta
A lì venticinque è la Nottata Santa.
A lì ventotto so’ gl’Innocentini
e… so’ finite le feste e li quattrini !

Le feste di Natale, con le tombolate serali, il chiasso e l’allegria, duravano fino a S. Giovanni. Questo giorno era dedicato ad una gentile costumanza. “S. Giovanni: tutti i figli vanno dalle madri”, si diceva, e il ritorno dei figli e delle figlie nella casa dalla quale erano usciti e dove vivevano i genitori era un modo, anche esso, di esaltare il sentimento della famiglia, e la Madre in particolare, che veniva quasi a simboleggiare la Madonna, cui tutti i figli, novelli Giovanni, rendevano affettuoso omaggio.

È questo, ci sembra, il modo più adatto, per augurare, all’inquieta società del nostro tempo, la speranza e la pace di cui ha sempre bisogno. Grazie a Vladimiro Marcoccio di aver rinnovato le radici di questa secolare “tradizione natalizia” .
E buon Natale a tutti i nostri lettori !